Quel naso triste come una salita…

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In questi giorni si è parlato molto dell’altro Bartali, il giusto che ha rischiato la vita per salvare centinaia di italiani divenuti da un giorno all’altro nemici da sterminare solo perché credenti una differente religione.

Per molti anni questa sua attività è stata un segreto, gelosamente conservato.

Non perché qualcosa da nascondere: perché Bartali era così, se una cosa era giusta lui la faceva. E non la sbandierava.

Chissà cosa penserebbe adesso, in questi tempi dove invochiamo la privacy a ogni piè sospinto e poi è gara a pubblicare sui social ogni momento, anche il più intimo, della nostra vita.

Io non ho mai visto pedalare Bartali e Coppi dal vivo; sono maturo ma non tanto.

E tra i due sapete che ho sempre avuto un debole per l’airone. Perché era il più fragile.

Bartali no, era uno tosto diremmo adesso. E non parlo del ciclista, parlo dell’uomo.

Lui faceva ciò che è giusto; ciò che riteneva giusto. Non ciò che gli era più conveniente. Ditemi voi se questo non significa avere carattere.

Erano anni difficili, prima, durante e dopo il secondo conflitto mondiale. Dopo forse più di prima.

L’Italia divisa in due, sconfitto il regime ma non la necessità che abbiamo sempre avuto di dividerci in tifoserie. Non solo sportive.

Bartali era profondamente cattolico e a quei tempi significava quasi essere visto come di destra. Venuto meno il fascismo, la contrapposizione era tra comunisti e Chiesa. 

Tra il serio e il faceto Giovannino Guareschi cristallizzò quel conflitto, epurato dalla violenza che imperversò per anni nella silenziosa e dimenticata (o nascosta) guerra civile che afflisse soprattutto il Nord Italia.

Bartali era un umile, nel senso più alto della parola. Non credo gli facesse piacere essere etichettato, catalogato, inserito in una casella di appartenenza come sembra sempre necessario fare.

Era un giusto tra i giusti; era chi nella vita agiva, senza fanfare.

Consapevole durante il conflitto che la sua attività clandestina lo avrebbe potuto far condannare a morte, scelse di tenerla segreta anche alla sua famiglia. Non del tutto, nella sua cantina costruita coi guadagni delle corse in bici nascose la famiglia Goldenberg; e sarà quella testimonianza a portare la memoria di Bartali nel giardino dei giusti di Gerusalemme.

L’Ovra, la polizia segreta del regime fascista, lo teneva sotto osservazione; sospettava, ma non aveva prove. Un incauto ringraziamento del Vaticano per la sua opera senza specificare quale fu intercettato dalle SS e Bartali tenuto in prigione a Villa Triste a Firenze, lì dove i prigionieri politici erano torturati.

A salvarlo la testimonianza di un commilitone, uno che aveva fatto con lui il servizio militare. Mi piace pensare che persino in quegli anni bui alcuni non avessero dimenticato l’umanità.

Bartali e Coppi hanno incarnato lo spirito di quegli anni, di quel dopoguerra ricco di speranze e povero di risorse.

Loro malgrado recitarono la parte degli eterni duellanti ma li univa una profonda amicizia. Poche settimane prima che una febbre malarica mal curata si portasse via Coppi, l’airone stava pianificando la creazione di una nuova squadra e a dirigerla voleva l’amico Bartali.

Perché prima di essere grandi ciclisti erano immensi uomini. 

Fallaci perché umani, e soprattutto Coppi pagò a caro prezzo la sua umanità.

Ma sono stati e resteranno per sempre uomini di una tempra che sembra andata perduta. 

Sono e resteranno per sempre un esempio, sui pedali e no.

Sono e resteranno per sempre l’emblema di ciò che siamo stati; non dimentichiamolo, rinunciando a ciò che potremmo essere.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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COMMENTS

  • Giovanni

    Ce ne vorrebbero di quelli esempi oggi giorno.Tecnologicamente siamo cresciuti ma in quanto a qualità umane mi sà che siamo andati veramente indietro.

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