(Ri)Pensare il domani

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Nulla sarà più come prima: suona catastrofico e inutilmente pomposo e io temo piuttosto che tutto sarà come prima.

Ma è bene iniziare a pensare adesso a come migliorare il dopo, perché un dopo ci sarà.

Riprendremo le nostre attività, inizieremo pur con mille cautele e inevitabili paranoie a spostarci per lavoro e per diletto.

In tanti avremo paura di salire su un autobus, scendere in metropolitana, usare un taxi.

Tornerà, potrebbe tornare, l’uso della bici come mezzo di trasporto individuale?

Non lo so, non sono in grado di prevederlo.

Posso solo auspicarlo.

E posso sperare che si approfitti per (ri)pensare la nostra futura mobilità.

I segnali odierni non sono incoraggianti, e non mi riferisco solo alle offese e minacce che subiscono quei ciclisti che, perfettamente autorizzati, usano la bici per recarsi al lavoro in ospedale, in fabbrica ed ovunque sia richiesta la loro presenza.

No, parlo della “dimenticanza” di permettere alle officine ciclistiche di lavorare, pur con tutte le cautele del caso.

Molti di quelli che usano la bici come mezzo di trasporto non sono magari appassionati, spesso non possiedono nemmeno una pompa, figuriamoci saper registrare un cambio o sostituire un componente danneggiato.

Al solito, la bici è vista, da sempre, come passatempo per sfaccendati.

Malgrado, passione a parte, siano decenni che fior di Università ci illustrano con studi complessi tutti i benefici effetti dell’attività fisica e dell’andare in bici in particolare.

Eppure le ciclabili, tanto per confermare la miopia, vengono chiuse d’imperio in molti comuni.

Perché, appunto, la ciclabile non è vista, pensata e progettata in funzione della mobilità ma solo come recinto per gli sfaccendati di cui sopra.

Nei momenti peggiori e più difficili della nostra storia recente la bici ha sempre avuto un suo ruolo. Tanto che le armate naziste, durante l’occupazione, ne vietarono l’uso perché usate dai partigiani o possibili attentatori. Definizione loro, per me è chiaro chi era dalla parte giusta.

Negli anni del dopoguerra fu unico mezzo di trasporto per tanti, fino al boom economico.

In tutti i Paesi più poveri continua a essere così.

Quando tutto questo finirà dovremo fare i conti con le macerie. Ma significa anche che dovremo ricostruire.

Farlo pensando di poter perpetuare errori del passato, in qualunque campo, è pericolo reale.

Da tutto questo cerchiamo almeno di ricavarne una lezione.

COMMENTS

  • Michele Bernardi

    Anch’io penso che tutto sarà come prima. E se anche qualcuno abbia avuto l’occasione, vivendo questa inimmaginabile esperienza di confinamento sociale, di riflettere un pochino che sarebbe anche legittimo rimettere in discussione certi valori e certe pessime abitudini, la fine dell’emergenza rappresenterà ancora, per una grande maggioranza, l’attesa occasione per poter dimenticare. Certo, la società è fatta da singoli e se tanti singoli riuscissero a offrire un’altra sensibilità per la vita e una visione diversa per affrontare i problemi che essa solleva, forse qualcosa ne verrebbe influenzato e, chissà, potrebbe innestarsi un piccolo processo di mutamento che sarebbe (forse) in grado di incrinare le enormi paratie dell’accomodante cliché culturale dominante. Ma credo che ciò non accadrà come già l’aveva previsto Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo il Gattopardo: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Come chiosa l’autore del commento su quest’opera presente in Wikipedia “il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l’orgoglio del siciliano stesso”. Questa frase mi sembra sia applicabile non solo in Sicilia e ne sono testimoni i 150 anni trascorsi dalla cosiddetta unità d’Italia. Improvvisazione, clientelismo, criminalità, ponti che cadono indisturbati: tutte cose che soffocano quel che in Italia potrebbe essere bello e utile a tutti e che pochi riescono ad esprimere nell’ostilità generale. Bello e utile, per esempio, come il godere la propria terra con una semplice bicicletta sperando che delle bestie motorizzate non ti sbranino senza quasi neanche accorgersi.

  • Paolo Mori

    Sui tanti articoli in tema epidemia e dintorni non ho trovato molto da dire fin’ora, vale come un tacito silenzio-assenso. In questo caso mi trovo più interessato a buttar lì i miei soliti 2 cent. Per prima cosa, molto semplicemente, anche qui a nord delle Alpi i negozietti sono ormai chiusi, immagino per l’impossibilità di mantenere distanze di sicurezza ragionevoli tra clienti e con il personale. Sono comunque riuscito a far incetta di pezzi di ricambio da un negozio locale, le officine per le bici possono rimanere aperte – pur con diverse limitazioni – e ho acquistato lì i componenti che solitamente avrei ordinato online. Di questi tempi mi sembrava doveroso. E per fortuna da queste parti la bici è un mezzo di trasporto comune, oltre al fatto che per ora anche l’uso da diporto è consentito salvo per il divieto di girare in gruppo. Quindi i ciclisti qui non sono mal visti neppure di questi tempo, e visto l’uso quotidiano delle biciclette da parte di tutte le categorie di persone faccio sempre più fatica a rendermi conto della diffusa cecità di alcuni (tanti?) amministratori e politici in Italia – solo su questo tema per ora, non generalizziamo 🙂
    Più in generale, è da alcuni giorni che l’affermazione “le cose non saranno più come prima” si è trasformata, per me, in un interrogativo “perché le cose dovrebbero tornare come prima?”. Ci saranno sicuramente tanti peggioramenti nel breve e medio termine… ma come fare per cercare di sfruttare questi eventi, seppur terribili, per generare un qualche cambiamento, positivo, nel medio e lungo termine? Impareremo qualcosa – come società – da tutto questo, o è solo una speranza infondata? Non voglio essere troppo pessimista, esperienze come quella di Fridays for Future hanno mostrato che c’è una parte consistente di popolazione disposta a mobilitarsi per il cambiamento, ma in che forme e modi organizzarsi nel prossimo futuro è una bella sfida…

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