Mai mollare

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Il ciclista è uno che non molla mai. Quante volte l’abbiamo sentito dire, ce lo siamo ripetuti mentre salivamo lingua a terra o davanti lo specchio per sentirci migliori.

Io non lo credo. Io credo che sia una questione di carattere questa combattività, questo non lasciarsi abbattere, questo rialzarsi a ogni caduta. La bici, la scelta del ciclismo per mettere alla prova noi stessi diventa solo una sua conseguenza, uno sbocco naturale.

Un mattino ti alzi sereno, la sera sei in un ospedale lottando tra la vita e la morte. Salta tutto, ogni riferimento, ogni certezza, ogni prospettiva del futuro. 

Cambiano i valori, le priorità. Comprendi che non sei invulnerabile, che tutto ciò a cui prima davi massima importanza in realtà è solo un cumulo di sciocchezze.

E arriva la fase più difficile. Ogni quotidiano gesto costa fatica, non puoi più fidarti del tuo corpo, ogni giorno devi lottare per la normalità. Lo fai da solo, perché non sopporti la pietà nello sguardo altrui. Lo fai senza alcun aiuto, perché chi ti è intorno non comprende a fondo la tua continua battaglia.

Arrivi a un bivio, per stanchezza, per noia, per scoramento: o molli o stringi i denti.

Boris ha stretto i denti.

Boris, l’autore dell’articolo che ho il piacere di pubblicare, mi scrisse tempo fa proponendomi un test della sua bici. Una bici modificata per poter essere usata efficacemente con un braccio solo, dell’altro ha perso l’uso dalla spalla in giù.

Gli consigliai di non focalizzarsi solo sul test di guida, diciamo così. A scribacchiare di bici siam bravi tutti.

No, lo incitai a lavorare sulla storia, sulla motivazione: perché potesse essere di esempio a chi, giunto a quel bivio, ha preferito mollare.

Diversamente dal solito non ho cambiato una sola virgola del testo che mi ha inviato. Non volevo “sporcare” con la mia presenza; anche con le mie emozioni, perché, pochi lo sanno, sono invalido pure io. Una invalidità diversa, una infinità di interventi chirurgici, un corpo di cui non posso più fidarmi.

Arrivato a quel bivio, io mollai. Non per molto, ma si, ebbi i miei mesi di sconfitta.

Fu la bici a farmi rialzare, la bici che mi era stata proibita dal medico. Scelsi lei non perché volessi a tutti i costi tornare a pedalare: scelsi lei per non darla vinta al destino.

Per questo quando ieri mi è arrivata la mail di Boris ho fermato tutto quello che stavo facendo e con grande rispetto ho iniziato la lettura.

Una lettura che consiglio a tutti, perché al di là degli aspetti tecnici, che pure aiutano e serve sapere, è lo spirito che vorrei fosse compreso.

Una lettura che consiglio anche a tutti quelli che attribuiscono patenti da vero ciclista a seconda dei chilometri, della bici, delle ruote che monti. Magari imparano qualcosa. Non della bici: della vita.

Vi lascio alle parole di Boris.

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Mai mollare

A cura di Boris C.

 

Cinque anni fa non avrei mai pensato di diventare un ciclista; anzi, come tanti ero in parte infastidito e in parte divertito dalle mandrie colorate che nei fine settimana invadono le strade con le  loro tutine sgargianti. Come tanti che li osservano mi domandavo chi facesse fare loro quegli sforzi, per me immani, e quelle levatacce.

Grazie al mio medico, che mi ha intimato senza troppi giri di parole di ‘fare qualcosa’ perche’ l’eta’ avanza e il divano pare non sia attivita’ fisica riconosciuta, ho scelto la bicicletta come sport; un’ opzione sicuramente migliore della corsa, che detesto, o di un corso di pilates.

Il problema a monte di questa scelta comunque e’ che sono invalido a causa di un grave incidente in moto: nella fattispecie non ho piu’ l’uso del braccio destro dalla spalla in giu’.

C’erano dei problemi, quindi, di non proprio semplice soluzione, ad esempio come poter usare un cambio o come poter azionare entrambi i freni solo con la mano sinistra .

Volendo partire in per gradi, vista anche la forma fisica di un bradipo asmatico, come prima bici ho comprato “un’olandesina” Nilor, con un semplice cambio posteriore a sette rapporti, di quelli che si azionano girando la manopola. 

La modifica che ho chiesto al rivenditore e’ stata molto semplice; ho fatto spostare il cambio da destra a sinistra e ho fatto invertire i freni. 

Per azionare il cambio avrei girato la manopola in senso opposto a quello ‘corretto’ e avrei avuto il freno posteriore anziche’ quello anteriore sulla leva sinistra; usare entrambi i freni sul momento mi sembrava troppo complicato e ancora adesso ne uso uno solo alla volta.

E’ stato un drammatico inizio, va detto; una fatica che sembrava disumana, il sudore, l’equilibrio precario, il ‘mal di tutto’ dopo ogni uscita.

Pero’.

Pero’ con un tutore al braccio riuscivo a pedalare, il freno dietro mi garantiva una certa dose di sicurezza, i muscoli riprendevano vita e il “patire” e’ diventato prima necessita’ e poi piacere.

Dico necessita’ perche’ quando si ha una disabilita’ vulgata vuole che non venga chiesto mai niente di fisicamente impegnativo; si assume che piu’ di tanto ‘il disabile’ non possa dare e anche per evitare spiacevoli imbarazzi si evita di chiedere. Sto parlando delle attivita’ piu’ banali: scrivere, cucinare e vestirsi. Figurarsi l’andare in bicicletta.

Mi sono accorto che non facendo avevo cominciato a credere di non poter piu’ fare.

La prima lezione che ho imparato dalla bicicletta e’ stata proprio questa: chi ha detto che non posso?

Passa intanto un anno, passano anche un po’ di chilometri, un viaggio in Sicilia con bici al seguito; le uscite si allungano, il peso cala, io mi sento e mi vedo bene, come non mi sentivo da molto tempo.

Avevo bisogno di capire quanto potessi migliorare ancora ma per provarci davvero dovevo fare un passo in avanti e acquistare una bici ‘seria’ e la Nilor, con il suo telaione storto e pesante di uranio impoverito cominciava a non bastarmi piu’.

Ero di fatto peggio di un neofita perche’, oltre a non sapere niente di biciclette di un certo pregio, e prima di fare qualunque spesa dovevo almeno essere sicuro che avrei potuto guidarla, questa fantomatica nuova bici.

La mia prima e sola esperienza infatti con una bici diversa da quella da citta’ era stata durante una vacanza a Malta, durante la quale avevo preso a noleggio una mountain bike. Ed e’ stata una tragedia greca.

La posizione molto piu’ caricata in avanti rispetto alla classica, il fatto che potessi usare solo il cambio alla corona, il manubrio largo che mi costringeva a compensare il peso scaricato sulla mano sinistra con tutto il corpo mi ha costretto a pedalare tutto storto, sbilanciato, insicuro e, alla fine, col polso dolorante; aggiungiamoci anche che a Malta guidano sulla sinistra e ammetterete che tragedia greca e’ una descrizione calzante.

Perche’ non accontentarsi della Nilor, che ho ancora, e guai chi me la tocca, per inciso?

No, non mi sono voluto accontentare; guido una macchina adattata per essere usata con un braccio solo da quindici anni, mi sembrava impossibile  non si potesse fare lo stesso anche per una bici. E una bella bici, magari.

Apparentemente pero’ non si poteva.

Il rivenditore da cui ero andato per la prima modifica, quando gli ho spiegato cosa avevo in mente, mi ha semplicemente consigliato di scendere e cambiare da fermo perche’, secondo lui, non era possibile fare diversamente; i freni si potevano invertire, chiaramente, ma usare il deragliatore alla corona e al pignone con una mano sola no.

In quel momento e’ diventata una questione di principio: non solo volevo una bella bicicletta ma anche modificata per tutte le mie esigenze. E siccome la mountain bike per me era inguidabile, l’altra sola opzione era una bici da corsa.

Un pomeriggio ero in una nota citta’ toscana famosa per la torre pendente e in centro ho notato un negozio di “biciclette costose”.

Ho deciso di entrare e di provare a chiedere, un rifiuto in piu’ o in meno non mi avrebbe fatto molta differenza.

Fortunatamente il rivenditore ha capito non solo il neofita che ero, quindi con santissima pazienza mi ha spiegato che secondo lui la bici piu’ adatta a me sarebbe stata una gravel. Era il 2017 e non era ancora scoppiato il fenomeno.

La posizione piu’ alta infatti non mi avrebbe caricato troppo il peso sul polso sinistro rispetto ad una bici da corsa; inoltre si e’ preso subito a cuore le mie ‘strane’ richieste.

Questa bici, che per la cronaca e’ una Specialized Diverge A1, aveva delle particolarita’ che secondo lui la rendevano interessante e al caso mio.

Per prima cosa era usata, costava circa la meta’ del nuovo, le modifiche che avevo in mente erano reversibili; se non avessero funzionato le avrebbe tolte e l’avrebbe comunque venduta una volta rimosse.

Il precedente proprietario poi aveva aggiunto una coppia di leve dei freni sulla parte dritta del manubrio.

La prima parte del lavoro e’ stata relativamente semplice: tutto quello che stava a destra del manubrio e’ stato tolto. Ammetto che non e’ gradevole esteticamente ma di fatto era tutto peso inutile.

Il freno posteriore e’ stato collegato alla leva sul manubrio (con i freni meccanici a filo e’ stato agevole) mentre quello anteriore con l’annesso selettore del cambio alla corona sarebbe rimasto al suo posto.

Per il cambio posteriore abbiamo optato per un selettore da mountain bike sulla piega del manubrio.

Purtroppo non ho foto di questa bici modificata, e’ tornata ‘normale’ e adesso la usa la mia compagna.

Volevo anche spendere piu’ di due parole di ringraziamento proprio per il personale del negozio. Persone squisite e attente che non mi hanno mai fatto mancare il loro impegno e, da appassionati, la loro voglia di permettermi di andare in bicicletta. E’ bello davvero ogni tanto trovare persone cosi’ in gamba.

Si trattava di imparare a usare tutto questo marchingegno ma, come recita un adagio quanto mai appropriato al contesto, avevo voluto la bicicletta, adesso dovevo pedalare.

A parte i primi momenti di difficolta’, chiaramente comprensibili, tutto ha funzionato a dovere.

In salita tutte due le leve sono vicine e non devo fare movimenti pericolosi con la mano sinistra per cambiare; in discesa sposto la mano sulla parte dritta del manubrio, ho il freno esattamente sotto le dita e in piu’ riesco a scaricare il peso centralmente, cosa che rende lo scendere molto piu’ piacevole.

Non so di preciso quanti chilometri ho fatto con la Diverge, a spanne direi un migliaio e, al netto dell’effetto ‘scarrafone bello a mmamma soja’ e’ una bici a cui ho voluto molto, molto bene.

Direi, nonostante la mia poca esperienza, che e’ una bicicletta molto adatta ai neofiti e ai lunghi viaggi.

In piu’ di due anni di frequentazione non ha mai avuto comportamenti anomali, risposte improvvise e men che meno intimorenti.

Sembra di passare una mano sopra la superficie dove stai pedalando e ti trasmette tutto quello che passa sotto ma mai in modo sgradevole o violento. Comunica sopratutto i suoi limiti con cosi’ largo anticipo che se cadi te la sei proprio cercata.

Ha dei difetti, ovviamente, e il piu’ grave certamente sono i freni meccanici nonche’ un’attitudine non decisamente improntata al fuoristrada. Gradisce molto le strade bianche ma quando si entra in territori piu’ sconnessi non apprezza.

Credo che in parte sia dovuto alla non eccessiva larghezza delle gomme (c’e’ posto al massimo per delle 32mm) e in parte alla dotazione da ‘primo prezzo’. I cerchi sono degli Axis molto pesanti e non molto scorrevoli e il cambio Shimano Sora patisce lo sconnesso e tende a far saltare via la catena con un uso piu’ garibaldino.

Nonostante questi difetti, che pero’ con l’uso impari ad accettare e anche ad apprezzare (credo di non raccontare niente di nuovo a nessun appassionato), ero veramente soddisfatto.

Eppure c’erano delle volte, e anche qui credo di non dire niente di nuovo, che avrei voluto proprio fare ‘quella’ strada, ‘quel’ sentiero che sapevo la Diverge non poteva affrontare; ma sopratutto e’ stato anche il non sapere quale fosse il mio limite e quale fosse quello del mezzo che mi ha fatto decidere di cambiare mezzo.

Ho avuto fortuna, grazie anche a un po’ di perseveranza, perche’ ho trovato una GT Grade 2018 in carbonio usata, con cambio Shimano 105  e freni 105 idraulici con dischi da 160mm a poca distanza da casa mia; sopratutto a un prezzo che sarebbe stato criminale lasciarsi sfuggire. 

Pensavo che una volta capito ‘il format’ delle modifiche lo si potesse applicare a qualunque bicicletta e invece non e’ stato cosi’ semplice, ovviamente.

Di fondamentale aiuto inoltre e’ stato trovare un meccanico nella mia citta’ che mi sopportasse e supportasse perche’ non sono mai stato bravo nel fai da te, anche quando avevo due mani.

Simone (il meccanico), se tu leggessi questo scritto, grazie di tutto.

Il sopracitato e’ infatti l’artefice di tutti quei piccoli aggiustamenti che adesso mi consentono di andare in bici ‘quasi’ come gli altri.

Il freno dietro adesso non e’ piu’ uno Shimano meccanico ma una leva XT da mountain bike collegata alla pinza del 105, un altro mondo rispetto ai freni meccanici. Bisogna solo fare attenzione a non esagerare; la potenza frenante e’ tanta, arriva molto gradualmente e non conviene pinzare con decisione. Pericoloso oltreche’ inutile.

Per il cambio dietro invece si e’ presentato il problema che il 105 che la Grade ha di serie non si accorda con il selettore XT  a 11 rapporti che avevo comprato. 

Simone (sempre sia lodato, perdonate la blasfemia) ha quindi sostituito anche il deragliatore con un XT  et voila’, ovvero ora si’ che prima no. Rimane un piccolo problema non risolto: a volte il passaggio dalla corona piccola a quella grande non avviene e devo passare a un pignone piu’ piccolo perche’ succeda. Non ho capito se e’ il 105 che e’ difettoso o se e’ perche’ non e’ pensato per essere usato con un XT al posteriore. Onestamente pero’, dopo quasi un anno di utilizzo, e’ un problema su cui posso sorvolare. Tutti i pezzi che ho montato, escluso il selettore, sono usati; non sono una persona che ha grossi mezzi finanziari e in questo modo sono riuscito a ‘comprimere’ il prezzo.

Devo dire che fino dalle prime uscite la Grade mi e’ sembrata di un altro livello, tanto che non credo riusciro’ mai ad arrivare ad un suo limite, a meno di non rischiare, cosa che mi evito volentieri.

Prima di tutto il carbonio non e’ un metallo e magari questa per molti e’ un’ovvieta’. Mi spiego meglio: la’ dove l’alluminio della Diverge tendeva ad essere troppo reattivo, il carbonio sembra essere piu’ rigido su percorsi lisci e piu’ morbido sullo sconnesso; sembra una contraddizione e me ne scuso ma non riesco a spiegarlo meglio di cosi’.

Su asfalto buono e’ reattiva, leggera (considerato ovviamente le altre bici che ho guidato) e da’ l’impressione di non saper gestire alcun tipo di sconnessione. E ti sorprende, invece, perche’ quando trovi quelle infami asperita’ che sono la dannazione delle terga di ogni ciclista basta lasciarla andare, allentare la pressione sulle manopole e il gioco e’ fatto, si sente solo un leggero ‘trrrrrrruuumm’ e si continua come nulla fosse.

Su sterrato questa caratteristica e’ ancora piu’ marcata: ritorna morbida, amichevole ma sempre con la giusta trazione. Assomiglia a quei cagnolini a cui lanci il legnetto, te lo riportano e sembra che non ne abbiano mai abbastanza.

Ecco, se magari posso trovare un paio di difetti, uno e’ proprio questo: vuole che tu ti ‘spinga’ piu’ in la’, piu’ veloce, piu’ sconnesso, piu’ ripido, e magari a seconda del fisico che si ha non e’ sempre una buona idea.

L’altro e’ la posizione e’ decisamente piu’ caricata in avanti, puo’ non essere un difetto per tutti ma se si cerca una guida piu’ rilassata forse la Grade non e’ la scelta migliore.

Concludo dicendo che l’ho provata con due soli set di gomme, le prime erano delle Continental Speed King CX da 32mm che ho fatto togliere dalla Diverge.

Pneumatici meravigliosi ‘da tutto’ e resistentissimi, con le dovute cautele. Sia che si usino in viaggio, nell’uso quotidiano casa-lavoro, su sterrati anche difficili che non prevedano fango, sabbia o sassi grandi, sono una gioia da usare.

Una volta consumati li ho cambiati con dei Continental Terra Speed da 35mm. 

Di questi mi sono innamorato, li ho usati per tutto lo scorso inverno sui sentieri del Montalbano(Fi) e non mi hanno mai deluso. Sterrato, pietre, fango in tutte le sue varianti, guado di fiumiciattoli, foglie: considerate i naturali limiti di una gravel e tirate loro contro tutto quello che volete, non hanno paura di nulla e vi riporteranno a casa infangati fino alle ascelle e contenti come bambini.

L’unico dubbio che posso avere e’ sulla loro durata in viaggio su asfalto, visti i tasselli piccoli e separati, ma non credo sia l’uso per cui sono stati pensati.

Non so se le foto siano utili a comprendere i lavori di modifica, sono un pessimo fotografo; inoltre la bici era sporca da un’uscita di giornata. E io sono tremendamente pigro.

Vi saluto.

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