L’uomo di cristallo

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Cento anni fa nasceva Fausto Coppi; cinquantanove anni fa ci lasciava, proprio il 2 gennaio.

Malaria curata come fosse una banale infezione, sarebbe bastato del chinino e l’airone non avrebbe chiuso le ali.

La morte prematura sempre contribuisce a innalzare a mito nell’immaginario collettivo: col campionissimo non era necessario.

Come non era necessario con un altro grande: Marco Pantani.

Non ho mai visto pedalare il primo se non in documentari e filmati dell’epoca, mi sono emozionato fino alle lacrime ammirando le imprese del secondo. E pianto quel tremendo San Valentino di quindici anni fa.

Due ciclisti diversi per stile e fisico ma due ciclisti capaci di fondersi in un unicum perfetto appena saliti in sella.

Due ciclisti che più di ogni altro hanno incarnato la bellezza di questo sport.

La sfida con se stessi, la fatica, la solitudine.

Si, anche la solitudine; quella resa celebre da una delle più belle frasi che un giornalista abbia mai pronunciato “Un uomo solo al comando, la sua maglia biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”.

E quella che con disarmante candore confessò Pantani in una intervista: “La vittoria la cosa più bella, ma anche la solitudine in salita, quando ho staccato tutti”.

Chi ha voluto leggere in queste parole solo presunzione non ha mai compreso il fascino della bicicletta e, aggiungo, non ha mai affrontato col cuore una vera salita. Non ha mai pedalato in quella ideale condizione in cui ci immergiamo solitari, quando davanti alla strada che si inerpica per chilometri diamo tutto noi stessi, il cuore pompa disperato, la bocca si spalanca a cercare aria, la fatica e non la cima conquistata è il nostro premio.   

Eppure non riesco a non pensare che quella stessa ansia di solitudine abbia ucciso i due più grandi miti del ciclismo.

Per Pantani è facile seguire il filo che dall’imboscata di Madonna di Campiglio lo condusse al tragico San Valentino di quindici anni fa.

Per Coppi posso solo rifarmi a quanto disse Gianni Brera, suo amico e grande giornalista ” Coppi si è lasciato morire nauseato dalla vita”. 

Coppi che è stato definito in tanti modi, quello che più mi è piaciuto l’ho scelto per il titolo: l’uomo di cristallo.

Bello, elegante e fragile Fausto Coppi.

La bellezza di chi sapeva trasformarsi appena inforcata una bici, rendendo arte ogni giro di pedale.

L’eleganza di chi mal tollerava gli agi che i guadagni gli avevano procurato e mai dimenticava per favore e grazie nel rivolgersi ai suoi gregari.

La fragilità delle ossa tanto spesso fratturate, quasi fossero quelle cave di un volatile; e la fragilità dell’uomo che fu sempre dilaniato tra l’amore per una donna sposata e il sentire d’essere venuto meno al suo dovere verso colei che aveva sposato.

Erano altri tempi come usa dire; quello che adesso accettiamo con benevola tolleranza e alcuni se ne fanno vanto, all’epoca era un reato.

La dama bianca conobbe l’oltraggio della galera, a Coppi ritirarono il passaporto. 

Quanta distanza nella morale comune da allora; oggigiorno reputiamo normale persino che un capo di governo adeschi minorenni, lasciandocelo scivolare addosso. O addirittura osannando il protagonista.

Perché siamo un grande popolo ma anche un popolo di cialtroni: possiamo perdonare tutto ma non la grandezza.

La violenza con cui la stampa si gettò sullo scandalo non si spiega con la debolezza umana per i pettegolezzi. Coppi fu, letteralmente, crocifisso.

“Il frutto del peccato”, per restare al lessico dominante di quegli anni, nacque in Argentina dopo un matrimonio in Messico mai riconosciuto dall’Italia.

Ma, e mi perdoni il campionissimo se mi permetto di interpretare i suoi pensieri, in ogni modo che avesse importanza Giulia fu sua moglie. Anche davanti a Dio se non allo Stato.

Si, Dio; perché Coppi era credente. A modo suo forse, sicuramente in modo riservato.

Se Bartali era il campione del mondo cattolico, perché così doveva essere, lo richiedeva la retorica di quegli anni, allora Coppi doveva diventare il contraltare di sinistra, in un eterno scontro che esisteva solo per gli altri, non per loro due.

Era un mondo in bianco e nero e non lo dico per i filmati e le foto d’epoca. O di qua o di là, o di destra o di sinistra.

Eppure Togliatti non esitò a far sua la vittoria di Bartali al Tour del ’48, usandola (anche) per calmare gli animi di un Paese sull’orlo della guerra civile; e Coppi nel dicembre del ’59 avrebbe dovuto incontrarsi con l’arcivescovo di Milano Montini, che sarà Papa Paolo VI, per discutere di questioni private. Quali non possiamo saperlo, quell’incontro fu rinviato e dopo pochi giorni l’airone volò verso il suo ultimo viaggio.

Se dovessimo valutare un campione solo dal numero di vittorie, allora Merckx sarebbe il più forte in assoluto; e forse lo è stato.

Ma io ammiro l’uomo prima del ciclista.

Io ammiro l’uomo solo al comando in quella difficile fuga che è la vita. Una fuga in cui Coppi è stato il più grande.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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COMMENTS

  • giovanni

    Un atleta, e soprattutto uomo, che ha particolarmente risentito, nonostante enormi successi a livello sportivo e mediatico, (come Pantani), della generale ipocrisia di questo paese.
    Grazie per il ricordo e buon anno.

  • Giovanni

    Bellissimo pezzo Fabio,mi hai emozionato. Quanti di noi non sognano di alzarsi sui pedali come il Pirata o di essere “l’uomo solo al comando”. E’ come se non fossero mai andati via e rivivono in ogni colpo dei nostri pedali.
    Giovanni

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