E se fosse tutto sbagliato?

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E se il modo in cui in Italia si sta spingendo verso la mobilità sostenibile fosse del tutto sbagliato?

A parte il famoso bonus all’acquisto, annunciato con gran pompa e tutt’ora disperso, la scelta di invadere le città con ogni servizio di sharing a due ruote possibile può rivelarsi un boomerang?

Siamo da sempre Paese di grandi annunci e piccole soluzioni. Ho perso il conto di quante inaugurazioni siano state celebrate per la Salerno Reggio Calabria in oltre 40 anni, quasi una per chilometro credo.

Andavo alle elementari quando fu dichiarata la creazione della metropolitana per la mia città e io, ingenuo bambino, pensai che alle medie, al più al liceo, ci sarei andato comodamente seduto; nel frattempo ho avuto una figlia e ho potuto accompagnare lei a fare sport con questa benedetta metropolitana. E ora che è alle soglie della maggiore età (la pargola, non la metropolitana) i cantieri sono ancora aperti.

Annunciare costa nulla, poi si vedrà. 

Corollario: mandiamo avanti qualcuno, vediamo che succede.

Perché dico questo? Rispondo con altro esempio, sempre tratto dalla personale esperienza.

Una volta, sorvolo sul quando si svolgeva il mio “una volta”, eravamo in pochi a sfidare il traffico di questa caotica e bellissima città adagiata a osservare il mare, pedalando per le sue disastrate strade.

Posso dire che gli automobilisti e i pedoni ci guardavano quasi con simpatia; se c’era da fermarsi per farci passare si fermavano; se c’era da scansarsi perché lì eravamo saliti su un marciapiede (troppo pericoloso l’attraversamento) si scansavano.

E noi, consapevoli di essere su un terreno non nostro, eravamo grati e mai prepotenti.

E’ andata avanti così per anni. Poi un giorno si è presentato alle elezioni cittadine un tipo, con alle spalle un fratello abile nel marketing ed è diventato sindaco. E questo tipo ha deciso di creare la ciclabile più lunga d’Europa.

Poche centinaia di metri, stencil di biciclettine sui marciapiede e in tratti stradali improbabili ma ci sono cascati tutti.

E via a pedalare, in un perenne carnevale, senza regole e rispetto. In pochi mesi chi era su una bici, chiunque fosse su una bici, è diventato bersaglio del rancore popolare.

Per colpa dell’effetto annuncio, per colpa di questi stencil che hanno reso i marciapiede pericolosissimi per i pedoni, per colpa di scelte folli nella creazione di ZTL che hanno reso il traffico ancor più caotico e l’andare in bici ancor più pericoloso.

Per colpa della assoluta mancanza di educazione e rispetto di troppi che per il solo fatto di essere su una bici hanno creduto e credono di avere ragione, a prescindere; come soleva concludere il nostro Principe della risata.

La totale mancanza di una vera infrastruttura ciclabile unita alla propaganda continua ha sortito l’effetto opposto: chi pedala non è più guardato con simpatia ma con astio. E sommando allo sfacelo di tutta l’amministrazione cittadina, a lui addossate tutte le colpe.

Torniamo adesso ai giorni nostri.

In molte città stanno partendo a spron battuto i servizi di sharing, quasi sempre si tratta dei monopattini elettrici.

Ok, non sono bici quindi che c’entra? Beh, a parte che sempre nel concetto di mobilità sostenibile siamo, per molti non c’è differenza: chi va al lavoro o si sposta in bici o monopattino è sempre lo stesso imbecille. Definito così da colei che aspira a guidare il Paese.

Bici e monopattini hanno bisogno di infrastrutture per essere condotti in sicurezza.

In mancanza, e in presenza della solita arroganza di tanti perchè usare una bici o un monopattino non fa di te automaticamente una persona intelligente (e nemmeno un imbecille, però) stiamo in questi giorni assistendo a scene pericolose in troppe grandi città.

Incidenti più o meno gravi, colpa di tutti in ugual misura, almeno per ora a leggere le statistiche.

Palesi violazioni delle più elementari regole di sicurezza e delle norme del codice della strada da parte di pedalatori e monopattinatori (esiste come termine? Boh..) con tanti che sfrecciano indisturbati sui marciapiede zigzagando tra i passanti, bruciano incroci e semafori, svoltano senza preavviso e/o guardare.

Perché è vero che noi su due ruote, a pedali e no, siamo soggetti deboli sulla strada; ma siamo tenuti anche noi a rispettare le regole.

In questo strano momento, dove l’utopia di uscirne migliori si è infranta con la realtà che ne siamo venuti via peggio di prima, dove sembra che ognuno cerchi solo un bersaglio contro cui sfogarsi, il monopattinatore (e con lui il pedalatore) è diventato il perfetto obiettivo da centrare.

Ma, mi chiedo: se invece di spingere per avere le città da subito invase di questi aggeggi non si fosse pensato prima a creare le infrastrutture e poi invitare i cittadini a pedalare o farsi trasportare dalla ruote piccole, si sarebbe innescato questo pericoloso clima d’odio?

Se invece di sprecar denari in progetti spot si creassero le condizioni perché ognuno possa pedalare e spostarsi su questi monopattini in assoluta e totale sicurezza, quanti di quelli che li vorrebbero solo tirar giù come birilli potrebbero convertirsi sulla via di Damasco a due ruote?

Si lo so, spesso ripeto che la soluzione sono le infrastrutture e quindi nulla sto dicendo di nuovo oggi.

Non amo guardare all’estero per dire “ecco, lì fanno così” e non per senso autarchico ma solo perché ogni realtà è diversa.

Eppure, senza star lì a citare la solita Olanda, guardiamo un poco più a sud, a Berlino.

Sapete quanti chilometri di ciclabile ha la capitale tedesca? Oltre 700 e mi riferisco ai percorsi tipicamente urbani. Perché se estendiamo a tutta la nazione e comprendiamo le ciclovie superiamo i 12.000 km (dato al 2019).

A Roma, capitale vs capitale, ne hanno annunciati 150, fatti 15 scarsi, si arriverà forse a 25 prima che finiscano i soldi, se ci si arriverà.

La differenza e la soluzione son tutte qui.

Buone pedalate 

COMMENTS

  • E’ sempre un piacere leggere le tue riflessioni e i tuoi pensieri; impossibile non condividere.
    Voglio solo aggiungere una mia riflessione da pendolare autostradale per più di 20 anni.
    Giustissima la mancanza di infrastrutture ma ancora prima la totale disattenzione per una politica sociale che cerchi di limitare gli spostamenti per tutte le necessità riconducibili alla famiglia e totale disinteresse della mobilità per necessità lavorative; politiche esclusivamente di concentrazione dei luoghi di lavoro in funzione del solo lucro. Per la necessità più di 30 anni fa era stato istituito nelle grosse aziende la figura del mobilty maneger che doveva gestire e valutare il fenomeno. Nell’azienda dove lavoravo io ( più di 40 mila persone) vanno ancora avanti a fare questionari per mettere qualche bus fra i centri direzionali e la stazione; poi con gli orari flessibili e l’autogestione dell’orario la gente arriva quando vuole.
    Un abbaccio

  • Camillo

    Esatto. Purtroppo in Italia siamo stati abbituati al fatto che le opere vengono ideate ma mai concluse, molto probabilmente perche le opere servivono ad altro, e non all’utilita dell’opera stessa. L’unica opera che ad oggi conosco progettata e realizzata nei tempi e nei costi previsti è il ponte di Genova. Siamo indietro nella programmazione e realizzazione delle infrastrutture per la mobilità sostenibile, ma io noto un cambiamento di approccio è sono questa volta più fiducioso. Alcune grandi città gia da tempo hanno invertito la rotta e destinato risorse per una mobilità nuova (non mi risultano i dati su Roma, credo che i km gia realizzati siamo molti di più anche da prima Covid). Credo che con l’aiuto di tutti, possiamo farcela.

    • Elessarbicycle

      Beh Camillo, solo per uno spunto che mi forniscono le tue parole, visto che sono in fase polemica (non con te, ovvio): non mi associo ai deo gratias per il ponte di Genova.
      Semplicemente, non doveva andar giù il primo, che poi ne fai un altro in due anni mi frega nulla.

      Fabio

  • fabio

    leggendoti il primo pensiero è: c’è qualcuno (comune cittadino) che non la pensa così?
    E non conosciamo tutti i casi in cui il malaffare era tale da non poter essere perseguito (prescrizione, incompetenza territoriale, senza rilevanza penale) !
    Prima o poi cadremo bel baratro che stiamo scavando da decenni.

  • vinicio bonometto

    L’odio si è riversato subito durante la primissima fase del blocco. Sembrava studiato a tavolino da quanto era violento e scientifico. Ha tirato dentro anche i “runner” ora forse sdoganati. L’assalto punitivo contro le due ruote adesso è ai massimi livelli. Non se ne esce. Hai ragione da vendere.

  • ginogino

    Proprio oggi ho attraversato Parma, da parte a parte passando dal centro, oltre a La Spezia è la seconda città in cui ho circolato in bici, non ho idea di come fosse Parma prima del lockdown, ma le piste ciclabili su cui sono andato si vedeva che la maggior parte erano nuove, comunque alle 17.00 oltre a me ho incontrato, parecchie persone in bici, di tutte l’età e sesso, al primo passaggio ad un incrocio parecchio trafficato, mi sono impensierito perché ho visto che non c’era il semaforo per pedoni e bici, ma ho guardato gli altri come attraversavano e mi ci sono accodato, le macchine come vedevano che impegnavi un attraversamento si fermavano per farti passare, in alcuni incroci molto più impegnativi dal punto di vista del traffico c’era il semaforo apposta per le bici.
    Sempre oggi sono passato da Casalmaggiore (CR) e mi ci sono fermato per andare a prendere un gelato, la gelateria si trova in centro, per arrivarci ho dovuto prendere una strada a senso unico, che aveva una pista ciclabile larga 50/60cm, ai lati della strada i marciapiede sono larghi un metro e oltre alla strada a senso unico c’è una fila di parcheggi a pagamento, dopo aver preso il gelato mi sono avviato verso la piazza principale, portando la bici a mano stando io sul marciapiede e la bici sulla pista ciclabile, quando sono sopraggiunti dei ciclisti, mi sono reso conto che avevo occupato sia il marciapiede e sia la pista ciclabile.
    Il tutto per dire che dipende da come sono fatte queste piste ciclabili, se sono fatte con i piedi come quella di Casalmaggiore, giusto per giustificare i fondi ricevuti allora sono inutili e anche pericolose (le piste ciclabili devono avere lo spazio sufficiente per fare incrociare due bici che sopraggiungono da direzioni diverse).

  • antonio daniele

    Il nocciolo del problema mobilità, come dici tu, é la creazione di infrastrutture dedicate piuttosto che spendere soldi pubblici per far comprare sogni di libertà; e queste sono decisioni politiche. E se il sogno poi é irrealizzabile mi armo di monopattino fuorilegge che va a 50 km/h oppure di suv/ebike surrogato dello scooterone anch’esso ovviamente illegale sprovvisto di assicurazione con motore da 2cv e più…..tanto nessuno mi controlla!

  • Giulio

    D’accordissimo sulle infrastrutture. Ma queste, come tutto d’altronde, saranno il frutto di scelte di una classe politica che ancora non abbiamo. E non l’abbiamo perché non ce la meritiamo. Le infrastrutture arriveranno quando saremo una nazione che sa premiare chi ci guida bene e non acclamare quello che urla più forte o che scariche tutte le colpe sugli altri (immigrati, Europa, runners, la “Casta”, etc.). Comunque qualcosa si sta facendo : sempre più gente si sposta in bici e il recente cambio di normative ha reso più facile la creazione di ciclabili. Speriamo bene!

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