Ciao Felice

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Ci ha lasciato Felice Gimondi.

Lo sapete già, tutti.

Da ieri sera, raggiunti dal lancio di agenzia, siamo increduli, addolorati, spaesati.

Un malore improvviso e il nostro campione è volato a pedalare tra le strade del cielo.

E ora starà brindando con gli altri grandi che lo hanno preceduto nella salita più ripida e veloce, quella che dopo non prevede alcuna discesa.

Non vi racconterò delle tante vittorie; non scriverò dell’infinito duello col Cannibale. 

Non vi dirò che è stato l’eterno secondo per eccellenza, perché Gimondi è stato spesso primo.

Avrà anche duellato con Merckx ed effettivamente trovare la voglia di stare in sella quando dividi la strada con un tale fenomeno non è facile: però ha vinto i tre grandi giri, le tre classiche monumento e un mondiale.

Ma quale secondo…

Però non mi interessa, un ciclista non si misura col numero di vittorie.

Perché in questo nostro sport non ci sono perdenti: sfidiamo noi stessi, l’unico ciclista che importa battere.

No, non vi stilerò l’elenco dei trionfi, non ricorderò le imprese, non celebrerò i duelli.

Mi piace invece ricordare un altro Gimondi, quello che vidi commosso durante una bellissima (e rara, per qualità) serata trasmessa dal servizio pubblico per festeggiare i 70 anni del nostro campione.

Un uomo stupito, meravigliato per il tanto affetto che lo circondava.

Incespicando per l’emozione disse “Stasera sono più emozionato di quando ho vinto il Mondiale a Barcellona, perché non pensavo di potere disturbare una platea come questa e tanta gente così”.

Una scelta di parole curiosa, mi colpì quel “disturbare”.

Lui, il testardo bergamasco, il concreto uomo della Val Brembana che quasi si scusa, forse pensa “ma non hanno altro da fare questi qui che venire a festeggiare me?”, si schernisce ma non con vuote parole di convenienza.

Solo i grandi non si crogiolano al sole effimero delle lodi.

Di Gimondi non voglio conservare immagini di grandi imprese: preferisco custodire nel mio scrigno quelle lacrime trattenute con pudore durante l’esibizione di Enrico Ruggeri, che una bellissima canzone gli ha dedicato e che quella sera cantò.

Il campione in platea, la moglie affianco, la sala piena in religioso silenzio.

La bocca che accenna un sorriso, l’occhio che brilla, l’emozione, l’incredulità per tanto affetto e poi quell’alzarsi per andare lui a ringraziare Ruggeri.

No, siamo noi che ci dobbiamo alzare al tuo cospetto, siamo noi che dobbiamo ringraziarti.

E quelle lacrime oggi sono le mie, sono le nostre, di noi tutti che abbiamo amato la tua testardaggine, il tuo non mollare, la tua fatica.

Ciao Nuvola Rossa, pedala tra le infinite strade del cielo.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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