New York senza auto

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Una New York senza più auto, la città che non dorme mai a completa disposizione di pedoni e ciclisti.

E’ il sogno di Bill de Blasio, sindaco al suo ultimo anno in carica.

Più di un sogno, potrebbe essere realtà perché molto è già stato fatto e molto si farà.

Lasciamo da parte i film americani, con questi ingorghi pazzeschi a Manhattan, roba di anni fa.

Ampie zone sono state pedonalizzate, la rete ciclabile è cresciuta enormemente; e poi non dimentichiamo che la Grande Mela ha una metropolitana invidiabile. E i taxi gialli, famosi se non più dei black cab londinesi.

Insomma, sono pochi in percentuale quelli che si spostano sull’isola in auto, appena il12%.

Quindi la situazione non è così tragica.

Ma visto che parliamo di New York, da intendere in questo articolo sempre e solo l’isola di Manhattan, quindi il distretto, il 12% significa circa 200.000 persone che usano l’auto per andare al lavoro.

In un luogo dove lo spazio è limitato, quindi alla fine traffico c’è.

Secondo il NYT la velocità media di una auto è 12 km/h, che scende a 8 avvicinandosi al centro città (distretto).

In bici vai decisamente più veloce, manca poco pure a piedi.

Lo studio di architettura PAU (Practice for Architecture and Urbanism) ha elaborato un piano urbanistico che prevede un distretto praticamente car-free.

E’ giusto però ricordare che prima di de Blasio nel city hall c’era Bloomberg, uno che non può certo essere definito un radical chic di sinistra, come sono etichettati da noi tutti quelli che riconoscono ai temi ambientali il rango che meritano. 

Bene, Michael Bloomberg è stato il sindaco che ha pedonalizzato Times Square e creato svariate centinaia di chilometri di piste ciclabili, nei cinque distretti di New York.

La strada, si può dire, è tracciata da tempo.

Ma torniamo allo studio PAU, il cui fondatore Vishaan Chakrabarti ha il pallino dello “spreco dello spazio”: urbano, non so a casa sua…

Con un tweet ha mostrato graficamente lo spazio fisico occupato da 50 persone che si spostano in autobus, a piedi, in bici e in auto.

Idea non originale ma di sicuro impatto.

Chakrabarti non è un visionario, ha i piedi per terra.

Sa che sono pochi i residenti nel distretto con un’auto privata; sa che creare corsie allargate per gli autobus e marciapiedi e ciclabili richiede tempo.

Sa che il traffico è soprattutto pendolare, persone che lavorano a Manhattan ma vivono altrove (e vorrei vedere: avete idea quanto costa fittare 40mq?) e da qualche parte dovranno lasciare l’auto prima di mettere piede sull’isola.

E, devo dire finalmente lo rileva qualcuno che non sia il vostro misero scribacchino, sa che l’auto elettrica non è la soluzione definitiva.

Perché un’auto elettrica forse migliora la qualità dell’aria; dico forse, perché sicuramente in città ma resta ancora poco studiato il nodo delle emissioni per la produzione nonché l’impatto ambientale dello smaltimento e, non ultimo, quello geopolitco per il controllo delle materie prime necessarie alle batterie.

Un’auto elettrica non risolve il problema dell’occupazione, della sfruttamento, dello spazio urbano.

Spazio di tutti che le auto sottraggono alla collettività.

Abbandoniamo un momento la visione di New York e guardiamo ai nostri centri storici; dove nelle ZTL è permesso l’accesso alle auto ibride o elettriche.

E immaginiamo quelle strette strade completamente nostre, come in effetti sono sulla carta, che tornano a vivere con spazi comuni, condivisi, dove incontrarsi, parlare. Perché prima o poi torneremo a farlo, abbracciandoci.

Io non sogno un mondo senz’auto, l’ho detto migliaia di volte su queste pagine. L’auto è comoda, spesso pratica.

Ma non sempre indispensabile se lo Stato, in tutte le sue diramazioni, dal governo centrale fino agli enti locali, mi offre una valida alternativa.

Trasporto pubblico efficiente, nodi di scambio tra provincia e centro città, reti ciclabili; persino le scale mobili, sull’esempio di Perugia, che sarebbero un toccasana per tanti centri collinari.

Camminare o pedalare è bello, piacevole ma a volte si ha fretta; o si è stanchi…

Spostarsi in bici è pericoloso? Certo che lo è.

Io lo scorso maggio, alla mia prima pedalata dopo la chiusura per emergenza sanitaria, sono stato fatto saltare in aria da una automobilista a meno di 5 km da casa.

E da sempre ho paura quando mi muovo in bici.

Ma andare in bici è pericoloso perché le nostre città, le nostre strade tutte, sono pensate per le auto.

Non è la bici a essere pericolosa in sé: è il contesto in cui si pedala che la rende pericolosa.

New York è più di una città: è un simbolo, un’icona, uno stile di vita.

Nessuno può resistere al suo fascino; poi magari non ci vivrebbe, perché è impossibile restare immuni dal peso della realtà che è ben diversa dall’immagine che abbiamo idealizzato (e poi, restando sul continente nord americano, io sono più tipo da Alaska, col vicino più vicino a 300 km: distanza appena accettabile).

Se Bill de Blasio dovesse riuscire nell’impresa sarebbe un volano formidabile.

L’esempio di New York avrebbe un “peso specifico” ben superiore ad analoga iniziativa di altre città.

Riflettiamoci; se Amsterdam chiudesse del tutto alle auto liquideremmo con una alzata di spalle: “e vabbè, ma lì è la patria delle bici”. Che poi non è vero, ma nel sentire comune è così. Berlino è la città più bike friendly d’Europa, giusto per rendere merito.

New York è la città cinematografica per eccellenza, dove l’ingorgo è pathos del film, con il protagonista bloccato in taxi che salta fuori e corre di tetto in tetto delle auto immobili nel traffico.

New York è imitata, osservata, desiderata, anche odiata ma di sicuro mai indifferente.

Quante riprese aree dei suoi iconici ponti attraversati da migliaia di auto.

Immaginate la potenza evocativa del ponte di Brooklyn pieno di bici, su cui il sindaco vuole dedicare una spazio superiore rispetto alle auto?

Io si, ed è un bel immaginare.

Buone pedalate.

COMMENTS

  • Damiano Cassese

    Grazie Fabio, bel commento a questa speranzosa notizia! È vero, questo cambiamento culturale ha bisogno di simboli e di esempi lampanti, di riferimento. Da quando mi sono trasferito in Austria vedo già la possibilità di comportamenti ed infrastrutture pensate diversamente, anche se ancora tanto si può ancora fare e migliorare anche qui. Il tempo di spingere per un cambiamento radicale nelle politiche del trasporto e per un diverso pensiero sui nostri spostamenti è sicuramente ora.

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