La bici di Omar Magni

Ogni ciclista è diverso da un altro ed esistono tanti modi di vivere la bici quanti sono i pedalatori. C’è chi non si sognerebbe mai di poggiare le terga su null’altro che non sia ampiamente griffato e chi sale in sella a qualunque cosa gli capita; c’è chi costruisce gioielli che però raramente vedono la strada e chi la strada decide di percorrerla ogni giorno dando nuova vita a una bici che altri snobbano. Ma soprattutto ci sono ciclisti che di tante fisime non sanno che farsene, possono godere nell’avere la specialissima in carbonio, la vecchia signora in acciaio, la scacciapensieri in alluminio: ne conoscono le differenze, non stilano classifiche, non inseguono primati. Pedalano cercando la felicità in quel gesto, lasciando altri ad arrovellarsi. Si lo so, vi sembrerà un controsenso che proprio io, che della tecnica e della cura del dettaglio ho fatto la bandiera di questo blog e delle mie bici, mi mostri così aperto e tollerante. Ma il punto è che lo sono, non credo nessuno di voi mi abbia mai sentito pronunciare sentenze di superiorità su un materiale per il telaio o un tipo di bici. Conosco le differenze, ho le mie preferenze come tutti e più di ogni altra cosa mi piace sporcarmi le mani di grasso; e mi piacciono i ciclisti che fanno altrettanto. Soprattutto mi piacciono i ciclisti che creano la propria bici, quale che sia. Come ha fatto Omar, che è partito da una vecchia condorino per costruire la bici che lo accompagna ogni giorno. Tanta sostanza, nessuna concessione alle mode e una bici godibile. Lo dico anche se non l’ho provata perché di telai così ne ho usati, ai loro tempi erano l’alternativa comoda alla bici da corsa. Dove il concetto di comodità si traduceva in passaggio gomme più ampio, il caratteristico manubrio che ha dato nome a questa famiglia, parafanghi, portapacchi e al più un paracatena. Di fatto erano bici da corsa, leggere e velocissime. Coppi ne usava una tutti i giorni per allenarsi…

Ma basta parlare io, lascio lo spazio ad Omar per presentarci il suo lavoro.

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di Omar Magni

L’idea, o forse più correttamente il pensiero, di costruire una bici partendo da un telaio mi gironzolava in testa da qualche anno, per la precisione dal momento in cui lessi “Ciò che conta è la bicicletta” di Robert Penn. Quelle pagine non hanno fatto altro che mostrarmi un mondo privo di carbonio ed accendere in me una vorace curiosità riguardo alla bicicletta come modo e non come moda.

Il libro più tecnico ed applicativo di Fabio ha avuto un ruolo più pratico nella faccenda ma non meno importante, anzi! Senza il suo trattato non sarei mai riuscito a completare il progetto, anche se devo ammettere che la costruzione è stata effettuata a quattro mani con l’ausilio di mio padre quindi il risultato non è tutta farina del mio sacco.

 

YGGDRASILL

Prima di Yggdrasill, così l’ho chiamata, ho pedalato su una buona quantità di biciclette: dalla MTB in acciaio saldobrasato, che ho tutt’ora, passando per BDC in acciao, MTB 29″ in carbonio e BDC del medesimo materiale per finire ad amare una Warbird in alluminio. Fil rouge di tutti i destrieri l’assenza di qualsiasi tipo di sospensione. La spiegazione è semplice: non mi piacciono anche se aiuterebbero, non poco in alcune situazioni, la mia scarsa capacità di guida.

Arriviamo al dunque. Che bicicletta voglio fare? O meglio quale sarà il suo utilizzo principale?

La Warbird se la cava con soddisfazione in un range di utilizzo molto ampio ma ha un grandissimo svantaggio: non ha la possibilità di montare parafanghi degni di questo nome. Embè? Quale sarebbe il problema? Il problema stà nel fatto che per andare a lavoro anche quando piove seriamente servirebbero dei fenders belli avvolgenti, mica quei moncherini appiccicati ai foderi verticali. Brutti pure. Orrendi proprio.

Massì mi faccio una commuter bella solida, anche monomarcia tanto è tutta pianura!

Presa la decisione mi imbatto in una vecchia bici dipinta di uno stomachevole violetto ma completa di tutto e funzionante. Definito l’acquisto la porto a casa con l’intenzione di recuperare il più possibile per spendere il meno possibile, almeno per questo inverno, e utilizzarla al più presto. Inutile dire che non andrà a finire così.

Una Condorino Bianchi (così mi dicono) non databile però. Nessuna punzonatura sulle pedivelle che, in effetti, potrebbero non essere quelle di primo equipaggiamento e così anche il manubrio che non ha la classica forma da cui prende nome il telaio. Da ricerche personali credo sia uno degli ultimi modelli costruiti prima dell’avvento delle leghe leggere, databile ai primissimi anni ’80, visto che il cambio è marchiato Huret; casa acquistata da Sram proprio in quel periodo.

Subito alla ricerca dei punti di contatto: manubrio piega corsa, pedali rigorosamente SPD e sella WTB recuperata tra gli scaffali. Eh! Ma con la piega, essendo il vecchio manubrio tutto integrato, mi serve anche la pipa: già che sono in ballo a smontare sostituisco la serie sterzo. Qui scopro che la verniciatura ha la stessa tenacità della carta del famoso ovetto di cioccolato. E’ sufficiente sfiorarla con un qualsiasi utensile per distaccarla dal metallo.

Si vernicia non ho alternativa, qualcosa di signorile ma al contempo sportivo: la mente viaggia subito al British Racing Green ma è troppo scontato e preferirei fare carter e parafanghi di colore diverso. Telaio Verde Smeraldo RAL6061 ed il resto Nero; cromia che vidi su una Bentley S1 carrozzata con maestria da Hooper e che mi piacque moltissimo.

Al ritorno dal carrozziere la svolta. Telaio ed affini splendenti da una parte e dall’altra i componenti irrimediabilmente opacizzati dal tempo ed incuria. Mano al portafogli allora, ma ponderata.

Grazie ad amici/conoscenti/parenti nell’animo un po’ rigattieri riesco a recuperare svariate parti usate in buono stato. Serie sterzo Stronghlite, pedali Shimano 540, comandi freno e pedivelle da un vecchio Shimano 600, cerchi Ambrosio Reba e raggi nuovi montati espressamente sui mozzi originali (lode a Maurizio), ruota libera a 5 rapporti con comando SIS delle MTB anni ’90 da supermarket che muove la catena su un sequenziale di 14, 16, 20, 24, 28 accoppiato ad una corona da 46 denti.

 

Nuovo il movimento centrale a perno quadro, reggisella, portaborraccia con attacco a fascetta, freni Tektro 559 long reach e piantone sterzo con diametri differenziati tra attacco manubrio (25,6mm) e attacco forcella (22,2mm), nastro manubrio soft touch in gel, per me imprescindibile da quando l’ho provato la prima volta, e gomme Vredestein Fortezza Senso All Wheater 700x28C che, a detta loro, offrono anche una buona resistenza alle forature ed un’ottima tenuta in condizioni umide.

Il tutto cercando di mantenere alla vista una combinazione colori accettabile per il sottoscritto. Detto questo ognuno ha il proprio senso critico e le immagini possono parlare in maniera differente a secondo di chi gli rivolge attenzione.

In ultimo aggiungo solo una nota riguardo alla posizione del comando cambio: abituato come sono ai comandi integrati e visto il tipo di percorso che affronterò la maggior parte delle volte (attraversamento di Monza in orari di motorizzazione isterica di massa, che per carità non sarà Roma ma io me la faccio sotto lo stesso) ho escluso il montaggio all’obliquo a favore di quello sulla piega in modo da essere sempre il più vicino possibile allo sterzo con entrambe le mani ed all’occorrenza ai freni. Non ha la medesima eleganza però il risultato non mi dispiace, chissà da quale blog ho scoppiazzato l’idea…

TEST SU STRADA

I primi metri mi hanno subito fatto capire, ma già lo sapevo, che o le bici le pedalo o la posizione in sella da statico non la so proprio trovare. Giù subito di due dita il piantone e su di tre la sella. Questi si che son strumenti di misura… ti prego Fabio non inorridire ma io son nato bestia e mi sa che creperò bestia.

Va meglio, molto meglio. Il test è stato di trenta km tragitto lavoro-casa quindi su un tracciato molto conosciuto. La prima cosa che ho notato è la differente presa sul manubrio: abituato da tre anni al Salsa Cowbell, quindi con un certo flare, avere il palmo della mano così perpendicolare al suolo mi suona strano! Fa nulla solo questione di farci la mano, in senso letterale.

Frenata.

Dopo un rodaggio fisiologico i Tektro a caliper non mi fanno rimpiangere i BB7, comunque più potenti, a parte sul bagnato: anni di freni a disco sotto la pioggia mi hanno obbligato a resettare il cervello e cambiare radicalmente le distanze dai veicoli. La sensazione alla leva è buona, consistente ed anche ben modulabile; la frenata dolce o potente all’occorrenza. Insomma in pianura prova superata con successo.

Feeling di guida in pianura.

Caspita questa bici è svelta, eccome se è svelta! Filo alla “mia” solita velocità con poco meno affanno rispetto alla Salsa Warbird, la quale però monta da un paio di mesi gomme da 40mm tassellate, e lo sterzo sebbene meno preciso di un tapered è veloce ma mai nervoso anche sulle asperità in curva.

Le gomme, una volta trovata la pressione di gonfiaggio a me congeniale, mi offrono grip sempre all’altezza con velocità di esecuzione manovra soddisfacente ed un appoggio rapido e sicuro. Sono già il secondo treno di gomme della Vredestein, marca per la verità non molto apprezzata a livello di vendita, ma entrambi i modelli provati mi sono proprio piaciuti.

Sbalorditiva la risposta al pedale. Ok non è una foglia di carbonio da 6 chili con la ruota motrice annegata nel piantone ma prende velocità e guizza come non mi sarei mai aspettato considerando la tipologia stessa della bici ed il peso non proprio piuma dell’insieme e delle ruote.

In tre parole solida, guidabile e godibile.

Qualità del viaggio.

Carro lungo, geometrie aperte, gomme da 28mm con pressione di gonfiaggio adeguata alle mie caratteristiche, cerchio incrociato in terza e telaio di acciao. Un tappeto volante infastidito solo dal paracatena che su qualche buca secca vibra; poca roba e per poco tempo, ma in quella situazione ovattata stride.

Comportamento in salita e discesa.

So di aver detto che la bici era predestinata al commuting ma, viste le qualità inaspettate che ha espresso, ho deciso di metterla alla frusta su un giretto di una sessantina di chilometri che conosco molto bene in Brianza ricco di saliscendi e curve.

Il percorso comprende anche la salita verso il Lissolo dalla parte meno impegnativa; per i pratici della zona da Viganò passando per il ristorante Penati.

La prima tipologia di asperità che caratterizza la Brianza sono leggere e mediamente lunghe salitelle tra il 3-5 % con brevi punte di 6-7% max.

Qui l’abbrivio c’è tutto, unico neo è l’ampio salto di denti tra i rapporti che, abituato ai moderni 2×10, mi fa faticare non poco per capire quale pignone mantenere inserito così da avere un rapporto cadenza/forza espressa che non mi metta in crisi. Comunque la velocità, in relazione alla contenuta cilindrata del motore, è sempre più che sufficiente con qualche rilancio da mettere in conto nei tratti più ostici.

Ora la ciliegina sulla torta del giro nonchè Cima Coppi dell’uscita: la Viganò-Tetto Brianzolo.

La caratteristica di questa salita non molto lunga è di essere abbastanza nervosa. E’ composta essenzialmente da quattro strappetti lunghi tra i 400 e 200 metri, inframezzati da falsopiani, Il primo con pendenza media del 7%, il secondo qualcosa meno, il terzo 9% e l’ultimo 12%.

Già dalla prima metà della salita sono impressionato dal ruolino di marcia che riesco a tenere riuscendo senza troppo affanno a posizionarmi nelle medie che mi appartengono. Ma è la seconda parte a lasciarmi di stucco: la bicicletta ha un comportamento favoloso! A dispetto del peso non faccio poi molta più fatica che con bici più leggere.

Trovando il proprio passo la risposta ai pedali è sempre corposa, nulla fa pensare ad una dispersione di energia consistente, ma di contro gli affondi non sono assolutamente nelle sue corde. Scattare per aumentare velocità ti fa capire subito che è fatica sprecata ma non ha importanza, Yggdrasill fa già più di quanto il suo layout non promette.

La discesa. Qui fondamentalmente non ho capacità per esprimere giudizi. La discesa non mi piace, o meglio, non la so affrontare. Tutto qui. A parte l’ottimo appoggio in curva già menzionato non ho strumenti che mi permettano di fare una disamine approfondita. Non sono uno da staccatona al limite, traiettoria, rapporto giusto per fiondarsi fuori dal tornante ecc. Sono troppo limitato.

Per concludere mi considero entusiasta ed al contempo sbalordito del mezzo che da status casa-lavoro è sicuramente passato con merito a bicicletta per effettuare qualche uscita “clubsport”, magari anche una bella rando, visto che mi consente di divertirmi in molte situazioni.

Ah già. Perché non lo ancora detto ma per me ciò che conta sopra ogni cosa è tornare col sorriso.

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Non so a voi, ma a me il racconto di Omar è piaciuto; e non mi stupisce si sia sorpreso di quanto un condorino possa viaggiare, l’ho detto che all’epoca erano bici da corsa rese più comode. Poi certo, non basta un manubrio a farne un condorino, come sempre conta la qualità. Ma la discendenza di questa bici dal nome impronunciabile, che richiama l’albero del mondo, è garanzia di godibilità. Altri tempi, altra azienda, altri telai ma tutt’oggi un piacere pedalarci. Bravo Omar!

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • Omar

    Qui il mio ringraziamento ufficiale a Fabio.

    Ringraziamento tanto per lo spazio sul suo blog quanto per la pazienza avuta nei miei confronti per i continui rimandi sulla stesura dell’articolo. Al contrario Fabio è stato sempre puntuale, comprensivo ed incoraggiante in ogni momento.

    Di nuovo grazie.

  • Giovanni

    Complimenti Omar, hai fatto un lavoro stupendo e sono sicuro che la bicicletta ti ringrazierà regalandoti emozioni inattese, un pò come ha già fatto. In quell’epoca si usavano i telai sportivi, nè ho uno anche io montato su quella che era una “condorino” e che grazie a Fabio abbiamo migliorato restituendoli nuova dignità. Ti auguro sorridenti pedalate.

    • Omar

      Il lavoro ha qualche pecca per la verità, parafango posteriore in primis, ed i componenti sono tutto tranne che il top; Anzi!
      Il fatto è che proprio il telaio è un piccolo gioiello, ma visto che anche tu ne cavalchi uno… cosa lo dico a fare.

      Buone pedalate anche a te.

  • Elessarbicycle

    Non è mio costume intervenire negli articoli altrui, lascio sempre la parola all’autore, a meno che non sono “richiamato” in qualche modo. Accetto i ringraziamenti, ma alla fine ho fatto meno di quel che si crede. Lo scritto di Omar era semplicissimo da impaginare, giusto due sviste di battitura, per il resto ha fatto tutto lui, sia la bici che l’articolo.

    Il mio cruccio maggiore è non avere un modo di coinvolgervi tutti in modo diretto, creando uno spazio accessibile senza la mia intermediazione. Ne abbiamo già parlato e dovrei affrontare difficoltà tecniche che non sono alla mia portata. E un filtro ci vuole, altrimenti è solo questione di tempo che questo spazio finirebbe come i tanti forum già presenti, dove la libertà di parola viene confusa con quella di dire sciocchezze o litigare.

    Ma voi non fatevi scrupolo a contattarmi se avete un argomento interessante. Si, ammetto di essere selettivo ma se un lavoro è ben fatto lo spazio c’è.

    Fabio

  • Giovanni

    Fabio, sono daccordo con te, ho esperienza di altri forum in cui prima o poi tutto degenera. In passato ho avuto una terribile esperienza che non auguro a nessuno su un forum di veicoli militari. Trovo invece ottima, quanto mai saggia, la tua gestione, dove ognuno di noi viene lasciato libero di esprimersi dopo aver proposto e concordato l’argomento. Anche le risposte che ognuno di noi riceve, sono adeguate ai toni di questo blog. Se ci sono critiche sono costruttive e ben argomentate così come sono fatti con sincerità i complimenti. Io proporrei di continuare così.

  • Complimenti bici bellissima, il colore poi è il top! la tua ultima frase è da copiare, quella è la vera essenza della bici, farci stare bene.

    • Omar

      Grazie, i complimenti fan sempre piacere!
      Credo che l’ultima frase sia il modo in cui che anche tu, vista la foto del tuo mezzo, approcci il ciclismo.

  • Damiano

    Bella presentazione e ottimo spirito di intendere la bici! Molto bello recuperare e far rinascere una bici a partire da un mezzo rudere (senza offesa :D). Complimenti e buone pedalate!

    • Omar

      No che offesa figurati! Purtroppo non ho fatto foto della bici come l’ho “trovata” perché visivamente sembrava utilizzabile da subito, ma appena ci ho messo mezza mano si è proprio rivelata un rudere! Qualche pezzo però l’ho recuperato anche se abbastanza logorato dal tempo, non si sa mai che un domani verranno utili, a me o a qualcuno, visto appunto i comandi del 600 che ho montato a costo zero.

  • Lorenzo

    Bella bici, mi piace! ottimo il verde-nero Bentley
    Sei inoltre un bravissimo narratore

    • Omar

      Lorenzo purtroppo la cromia non è farina del mio sacco. Per i colori mi affido sempre a qualcosa che ho visto e mi è piaciuto.
      Lo scritto è mio quindi non sai che piacere il tuo complimento. Devo però ammettere che ci ho messo non poco a partorirlo e nonostante l’avrò riletto 50 volte qualche errore di battitura mi è scappato!

  • Francesco Vigotti

    Ciao,
    bel lavoro, soprattutto un bel punto di verde. Io personalmente amo le bici in racing green, ma anche questo non è male.
    Il lavoro completo quanto stimi possa essere costato?
    Quando passo per Monza (perfieria, San Alessandro-San Rocco) faccio sempre attenzione a vedere se per caso passi in bici.
    La riverniciatura è di un carrozziere o di un verniciatore specializzato in biciclette?
    Grazie
    Francesco

    • Omar

      Ciao Francesco, innanzitutto sono contento che la bici ti sia piaciuta e poi butta l’occhio perchè, anche se poche volte, passo per San Rocco.

      Il tutto è venuto a costare meno di una buona singlespeed acquistabile completa e montata. Tieni presente che ho avuto diversi aiuti grazie a componenti usati e recuperati a costo zero e che la bicicletta, seppur da risistemare, l’ho portata a casa per 35 euro. Se ti interessano i lavori chiedi pure a Fabio la mia mail con cui posso mandare la lista completa dei componenti e dei prezzi.

      La verniciatura è opera di un carrozziere, per l’esattezza è la persona da cui mi sono sempre servito per qualsiasi lavoro di sorta, prettamente di automobili; dalle foto non emerge ma dal vivo la qualità c’è tutta.

      Saluti.

      Omar

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