Vittoria Terreno Zero

La prova su strada

Tempo di lettura: 11 minuti

La prova su strada  

I test di bici o componenti adatti a più usi sono sempre difficili. Devi provare ogni situazione e spesso spingerti oltre, perché il ciclista che cerca prodotti allround difficilmente si manterrà nei canoni previsti.

Quando poi parliamo di uso misto strada/fuoristrada tutto si complica ancor più. Che intendiamo per strada? Sportivo, turistico, città, tutti e tre? E fuoristrada? Sterrati, mulattiere, boschi, strade bianche, asciutto, bagnato e così via?

Tante domande a cui dare risposta, col rischio che eliminando qualcosa alla fine di comunque tanto lavoro ci si ritrovi una recensione che non soddisfi la infinita curiosità dei ciclisti.

Quindi l’unica via percorribile è stata affrontarle tutte. Buona parte del test è stato pedalato in sella alla mia tuttofare London Road, sostituita poi da una gravel pura e di alta qualità come la Gios Foxe’s Land. Che ha fatto da modella per la quasi totalità delle foto in esterno, è decisamente fotogenica 😀 😀

Ma a complicare tutta la tabella di marcia puntigliosamente stilata prima di inforcare la bici c’è stato il primo impatto con queste Vittoria Terreno Zero.

Quando devo testare copertoncini le uscite iniziali, di solito un paio, mi servono a “prendere le misure” e lavorare sulla migliore pressione di esercizio, così da poter poi pedalare secondo il protocollo dei test senza dovermi preoccupare di altro.

Ho preso la bici, manometro e notes in borsa e dopo pochi metri mi sono fermato: “Ma sto uscendo con le Terreno Zero oppure ho lasciato su due gomme sportive stradali?” Già, perché come vi ho raccontato in apertura, per moltissimi anni ho pedalato con gomme Vittoria sportive e trovare (quasi) le stesse sensazioni su copertoncini da gravel, che sempre mezzo fuoristrada è, mi ha spiazzato.

Obbligandomi a rivedere tutto il calendario della uscite inserendo i circuiti di prova che dedico ai test di gomme sportive, sicuro che non avrebbe sfigurato né mi avrebbe fatto rimpiangere la scelta.

E così è stato, quindi possiamo passare al test vero e proprio partendo proprio dalla strada, affrontata con piglio sportivo.

Su strada.

Questo il settore più difficile da decifrare: è una gomma sportiva, da offroad, tutte e due? E’ anzitutto una gomma sportiva, molto sportiva.

Differenze con un copertoncino solo stradale? Peso e sezione, per il resto siamo praticamente lì.

Però con un comfort superiore. So che questo della comodità è un concetto sempre difficile da decifrare, entrano in gioco troppe variabili e soprattutto l’insana tendenza di molti ciclisti che perseverano nell’errore di gonfiare a pressioni di esercizio spropositate, convinti che così aumenta la scorrevolezza.

Vero che con gomme Vittoria anche io ho sempre trovato il miglior comportamento usando una pressione di esercizio mediamente superiore a copertoncini di altre marche e queste Terreno Zero non sembrano fare eccezione (usandole con camere d’aria e non tubeless) ma è altrettanto vero che le carcasse in cotone di Vittoria hanno sempre brillato per comfort di marcia. 

Qui, sui Terreno Zero, abbiamo quella in nylon 120 Tpi ma siamo quasi sugli stessi livelli delle leggerissime cotone 320 Tpi se guardiamo solo al comfort di marcia. Però potendo contare su sezione superiore e pressione minore rispetto a un copertoncino sportivo e sottile, allora il comfort diventa superiore.

Comfort che è sempre importante, perché è il nostro corpo ad assorbire le brutture della strada con ovvio dispendio di energia che viene sottratta alla personale riserva da investire nella pedalata. Se una bici, una ruota o, come nel nostro caso, un copertoncino si fa carico di assorbire per noi, è tutta la prestazione in sella che ne guadagna.

Prestazione che si mantiene su livelli altissimi.

E’ la prima volta che uso mescola in grafene, ho smesso di usare Vittoria quando le esigenze del blog hanno preso il sopravvento e mi sono ritrovato a pedalare solo per i test. E siccome le sportive Corsa con mescola arricchita dal grafene sono arrivate dopo che ho dismesso il mio ultimo set di Vittoria Corsa pre-grafene e da lì in poi è stato un continuo di prove su strada con altri copertoncini, mi sono trovato del tutto impreparato alla stupefacente scorrevolezza di questa mescola. Ed ovviamente è nato il desiderio di mettere le mani sulle Corsa nuove, ma non ora ché il clima non aiuta.

In piano si viaggia veloci con quello che posso definire effetto overcraft: sembra non ci sia attrito tra asfalto e copertoncino, una sensazione è vero perché grip ce ne sta da vendere, ma l’effetto è quello: plani sulla strada.

In velocità è stato uno spasso, soprattutto quando sono passato dalle ruote a basso profilo dell’inglesina a quelle a medio profilo della Gios (oltre la ovvia differenza tra le bici nel complesso, visto che la Gios sarà pure da gravel ma la discendenza corsaiola c’è tutta) dove il passo è stato da autentica sportiva stradale. Merito della bici o delle gomme?

La Gios ci ha messo molto di suo ma per fugarmi ogni dubbio ho ripercorso gli stessi circuiti di prova con la volpina (ormai la chiamo così) dotandola di gomme più scarse ma che conosco molto bene e non sono riuscito nemmeno alla lontana a eguagliare le prestazioni ottenute pedalando con le Terreno Zero.

Se invece dell’uscita pancia a terra si preferisce godersi il panorama, allora si apprezza l’elevato comfort di marcia. Morbidezza, come se la gomma, intesa proprio come la materia prima stavolta, copiasse diligente la strada spianandola al nostro passaggio. Bisogna provarlo per apprezzarlo, è difficile da descrivere.

E c’è una difficoltà da affrontare uscendo con questi copertoncini. Tu stai lì compassato sapendo che hai un preciso piano di lavoro da seguire e quella è la giornata da dedicare alle prove nella guida turistica.

Tempo dieci minuti e la scimmia prende il sopravvento, la strada è lì, sai che salendo su quella cima poi ti attende una discesa velocissima e tecnica e non ci pensi su due volte: ti arrampichi forsennato per goderti la tenuta perfetta nelle curve che potrai pennellare con mano d’artista.

Vi dico solo questo: per ingabbiare la scimmia mi sono costretto a uscire in jeans durante le prove ad andatura turistica…

Mai stato un buon passista, se voglio essere veloce mi serve l’indispensabile aiuto della discesa. Ed è su questo terreno che sempre testo le qualità di un copertoncino.

Peccato la misura troppo abbondante, altrimenti le avrei provate pure sull’ammiraglia da corsa. Perché?

Perché quando hai davanti a te il nastro d’asfalto che serpeggia con la pendenza dal verso amico, ogni singola manovra diventa fonte di puro piacere.

Prendi velocità, la curva si avvicina e puoi contare su un grip in frenata perfetto.

L’inserimento in traiettoria è pulito, rotondo, senza sbavature.

La percorrenza una traiettoria tracciata al compasso; e mi spiace che in foto ho dovuto tenere velocità nettamente inferiori altrimenti la messa a fuoco era impossibile (sfruttiamo lo scatto a raffica e mi pento non aver pensato al momento a girare un video a camera fissa, forse sarebbe stato esplicativo).

L’uscita bella veloce, perché tutta la velocità di percorrenza è stata elevata grazie a due fattori: grip di altissimo livello e deformazione perfetta sotto carico, senti i Terreno Zero mordere l’asfalto.

Non c’è scalino passando dalla parte centrale, liscia, alla spalla con le sue squame.

Anzitutto perché hanno altezza assai moderata, non si deformano come avviene su gomme off-road dalla tacchettatura laterale pronunciata.

Poi sono inclinate verso il senso di marcia, creando così una sorta di arco continuo nel profilo della gomma che annulla il passaggio da una sezione all’altra del battistrada.

E infine perché è sempre chiaramente avvertibile questa strana sensazione per cui la gomma (ancora una volta con riferimento alla materia prima) si uniformi sull’asfalto, donando oltre al grip eccezionale di cui ho detto un senso infinito di sicurezza.

E io quando mi sento sicuro, spingo; altrimenti tiro i remi in barca. Con le Terreno Zero no, vai a palla e godi.

Un intermezzo; vi ho detto adesso e ve l’ho raccontata in decine di test questa storia che se non mi sento sicuro io non spingo. Durante una delle sessione fotografiche ci siamo fermati io e il fotografo in questo bel curvone veloce che arriva alla fine di un lungo tratto dritto che mi permette di raggiungere buone velocità e ci è sembrata buona cosa sfruttarlo per un paio di foto. C’era spazio libero per fermarsi in sicurezza, l’unico problema è che per tenere la traiettoria più veloce mi sarei dovuto tenere su una linea che mi avrebbe portato in uscita troppo vicino alla linea di mezzeria, in un punto dove non avevo visibilità sul senso opposto né in ingresso né in percorrenza ma solo quando mi fossi trovato, appunto, in uscita. Per ovviare al possibile pericolo io e il fotografo abbiamo concordato che fosse lui ad avvisarmi nel caso in uscita avessi trovato un veicolo in senso contrario, dandomi il tempo di modificare la traiettoria. Aggiungiamoci che quel giorno la Gios era dotata di un impianto frenante abbastanza sottotono (che infatti è stato poi sostituito) e che questo non aiuta la spensieratezza.

Dieci volte ho percorso quella curva e ogni volta, malgrado avessi la sicurezza della sentinella, non c’è stato verso: ogni volta, in modo direi istintivo, chiudevo la traiettoria anticipando la corda per avere subito vista libera dell’uscita, sacrificando inevitabilmente la velocità di percorrenza. Alla fine abbiamo rinunciato, vi lascio questo scatto a testimonianza e potete vedere che senza i miei timori che mi hanno imposto una linea più lenta, ne sarebbe venuta fuori una foto spettacolare con tanta strada a disposizione.

Ma tant’è, se ho timore, io mollo. E poi non mi fido del fotografo a fare da sentinella… 😀

Per fortuna però mi sono rifatto e con gli interessi lì dove non avevo necessità di “scena”, potevo pedalare e basta e vi assicuro che mi sono divertito come raramente accade.  

Ok, torno sul pezzo; già le mie recensioni sono lunghe, se poi passo pure a raccontarvi tutti i dietro le quinte ne vien fuori un tomo.

In piano si viaggia veloci, in discesa ancora più veloci: e in salita?

In salita no. Cioè si. Cioè un momento, che poi vado in cortocircuito pure io.

Spiego. In salita per essere veloci serve leggerezza. Si, d’accordo, servono le gambe, ma poniamo per assurdo che le tengo. Bene, se c’è la gamba, più sei leggero più sali rapido.

Non puntigliamo su rigidità del telaio, prontezza di risposta, ruote che non flettono troppo e così via: ho usato spesso una bici al top quindi sono tutte caratteristiche che diamo per assodate.

Ci resta il peso: 500 g rilevati a copertoncino non sono pochi, è un chilo che ti porti dietro su masse rotanti e per di più periferiche, quindi la situazione peggiore. Meglio dei 550 che ho visto nella tabella sul sito, però siamo comunque altini rispetto ai concorrenti di gamma.

E allora perché il cortocircuito? Perché quando su strada ti sei goduto velocità e scorrevolezza e poi la strada sale, ti dimentichi che hai sotto due gomme da gravel e le valuti come fossero copertoncini sportivi. E ti sembrano pesanti, perché fino a quel momento hai pedalato come se stessi usando l’ammiraglia da corsa.

E questo ti spiazza.

Poi realizzi che stai salendo su due copertoncini di sezione abbondante e votati al doppio uso strada/fuoristrada e tutto si ridimensiona. Apprezzi così la scorrevolezza, ti rinvigorisci nei rilanci contando sulla buona rigidità laterale, ti riposi grazie al gran comfort e pensi che si, pesicchiano e con 150g in meno su ogni ruota sarebbero perfette però accipinchia come scivolano bene…

E tra un giro di pedale e l’altro, col naso che punta l’anteriore, ti guardi questo battistrada liscio al centro e le squame che non appaiono certo minacciose e ti chiedi: ora che mollo l’asfalto, che succederà?

Giusta domanda, passiamo all’off-road.

In fuoristrada.

Fuoristrada, praticamente tutto ciò che non è bituminoso. Hai detto poco…

Talmente vasta la varietà dei fondi che possiamo incontrare che è impossibile creare un copertoncino in grado di affrontarli tutti in egual modo. Se vuoi essere efficace in un settore per forza devi rinunciare in un altro.

Qui Vittoria con i Terreno Zero ha operato una scelta ben chiara, molto specialistica e mi rendo conto può apparire un controsenso parlare di specializzazione in un ciclismo, come quello gravel, che fa della polidietricità la propria bandiera.

Ma a ben guardare non c’è alcun controsenso: la maggioranza dei gravellisti (si può dire gravellisti? Nuova tribù a pedali? Boh…) usa la bici molto su asfalto e riduce l’off-road a strade bianche e sterrati.

Cioè esattamente il terreno d’elezione delle Vittoria Terreno: sempre pessimi i miei giochi di parole, vero? Evvabbé.

Ci sono due cose che non faccio mai prima di aver completamente messo nero su bianco le mie valutazioni: cercare il prezzo medio che mi serve per stilare uno degli ultimi capiverso, dedicato al rapporto qualità/prezzo; e leggere le caratteristiche del prodotto in prova sul sito del produttore, per non lasciarmi influenzare dalle sirene del marketing.

Stavolta ho dovuto fare una eccezione e mi sono andato a guardare il grafico proposto da Vittoria sui terreni prediletti da questo copertoncino. Per intenderci, se avesse indicato al primo posto il fango, ne sarebbe venuto un giudizio del tutto diverso. Ovviamente Vittoria non lo ha fatto, il mio è un esempio per farvi comprendere come nascono (anche) le mie valutazioni.

Questo il grafico.

Il fatto abbiano attribuito lo stesso valore a fango e ghiaccio la dice lunga; ma non la dice tutta perché io sul fango, seppure per tragitti brevi, ci sono andato; e seppure con qualche difficoltà di trazione, me la sono cavata.

Ma lo vedremo, ora partiamo dal fondo migliore per loro: quello compatto.

Su sentieri regolari, veloci e con fondo appunto compatto si viaggia come su asfalto, al netto ovviamente delle imperfezioni del terreno.

Le gomme scorrono veloci, resta intatta la sensazione di planare che ci ha accompagnato finché eravamo sul bitume.

Se il percorso è per lo più rettilineo e le curve ad ampio raggio la velocità media è sempre assai alta.

Le curve strette invece richiedono un diverso approccio. La scolpitura laterale è modesta in altezza, non c’è la lunga fila di tacchetti che uncinano il terreno come su coperture maggiormente votate al fuoristrada.

Solitamente tendiamo a girare stretti sacrificando la velocità di percorrenza usando l’anteriore per fare perno e poco male se la posteriore scivola, anzi spesso è più divertente.

Condotta che diventa controproducente con le Terreno Zero. Il grip laterale a bici inclinata è inferiore a una gomma tacchttata, quindi diventa assai redditizio puntare su rotondità e velocità: in pratica traiettorie larghe che non impongono di piegare più di tanto. Ne perde la coreografia ne guadagna l’efficacia. E conviene controbilanciare spostando il peso verso l’esterno della curva per aumentare il carico lungo la verticale al suolo.

Asciutto o umido non fa differenza: la mescola gestisce in modo eccellente ambedue le situazioni.

Via via che il terreno si fa più pesante, aumenta la necessità di essere cauti ma solo in curva, in rettilineo si scorre via sempre assai veloci.

Quello che trae in inganno è il terreno compatto ma con un sottile strato di polvere fine, leggero come talco e capace di intrufolarsi ovunque. E’ sempre un terreno infido, a guardarlo ti infonde una falsa sensazione di sicurezza ma alla prima curva stretta o frenata decisa capisci che lì servono battistrada con tacchette molto pronunciate. E poiché le Terreno Zero ne sono prive, non mi aspettavo buoni risultati e infatti non ne ho ricevuti.

Dove invece mi ha sorpreso è stato in due situazioni che, effettivamente, esulano dal suo campo di azione: i sentieri moderatamente ghiaiosi e il fango.

Nel primo caso ho potuto godere sempre dell’ottima scorrevolezza, avvertibile persino su un manto così corrugato e irregolare.

Come ho potuto godere dell’ottimo grip in frenata dove, se si ha un impianto ben modulabile, è possibile tirare staccate al limite del bloccaggio potendo contare sulla gran confidenza offerta da queste gomme. E ho potuto godere di un appoggio in curva, anche quelle strette, che la bassa tacchettatura a squame non mi lasciava presagire.

Nel secondo caso è stato ancor più una sorpresa, a patto che il tratto fangoso non sia troppo lungo e soprattutto non preveda salite ripide.

Ma se durante la nostra escursione nella natura ci imbattiamo nel classico tratto che per tanti motivi è rimasto fangoso poco da preoccuparsi: rapporto agile, braccia morbide e via a pedalare lasciando alla bici e alle ruote il compito di trovare il tracciato migliore.

Lo smaltimento del fango ovviamente non è immediato, la gomma tende a impastare ma meno di quanto si creda; merito, se così vogliamo dire, del battistrada liscio e delle squame sottili: di fatto viene meno lo spazio dove il fango possa depositarsi, quindi appena guadagnata strada più asciutta pochi metri e le gomme tornano pulite. Noi no…

Diciamo che se la nostra passione sono le strade bianche, coi Vittoria Terreno Zero siamo a posto; e se il giorno precedente è piovuto, non è un problema.

Strada abbiamo detto, fuoristrada pure; c’è però una terza situazione dove le Terreno Zero si sono dimostrate assai valide e per questo ho deciso di trattarla con un paragrafo a parte: la guida sul bagnato.

Sul bagnato.

Ovviamente parlando di guida sul bagnato faccio riferimento alla strada e non al fuoristrada perché, abbiamo visto, i terreni pesanti non sono il naturale campo di azione di queste gomme.

Però amplio, perché non solo l’asfalto ma anche il micidiale pavé; che già asciutto è una bella rogna ma con la pioggia diventa un incubo. 

Quando l’azienda mi ha spedito le Terreno Zero il clima era ideale; luce ancora fino a quasi ora di cena e temperature miti. Io però ero al lavoro per chiudere le recensioni già in lavorazione e ho posticipato l’installazione delle gomme.

Fino a quando, libero da altri impegni, ho potuto dedicarmici con assiduità e ovviamente è venuto giù il diluvio. La pioggia è continuata per giorni e quindi, mai come stavolta, le occasioni per testare il comportamento su strada bagnata non sono mancate. 

Anche in questo caso la prima sensazione è stata spiazzante: piove ma a terra è asciutto? No, asfalto bagnato però differenza con l’asciutto quasi inavvertibile.

Stile felpato e via a prendere confidenza, perché puoi tenere anche la migliore gomma del mondo, col bagnato il grip varia ad ogni metro e quello che hai appena fatto in sicurezza potrebbe significare andare a terra l’attimo dopo.

Più passavano i chilometri, più ci bagnavamo io e la strada, più crescevano il feeling e il senso di sicurezza con queste Terreno Zero. 

Una leggera maggior cautela in frenata e ingresso curva, tutte le manovre poco più dolci ma il passo e il ritmo, anche in discesa, sono stati quasi identici a quando splende il sole.

E così l’ho portata sul pavé; dove percorrendolo asciutto avevo apprezzato comfort e tenuta, ma quando i sampietrini son bagnati c’è poco da stare allegri.

Tranne se li percorri con le Terreno Zero. Ho già avuto modo di testare gomme che anche sul pavè e porfido bagnati hanno dimostrato eccellenti qualità e non credevo si potesse migliorare. Invece si può, non tanto per la tenuta quanto per la rassicurante sensazione di tenuta, di grip, che questi copertoncini trasmettono al ciclista.

Merito di? Non lo so, sicuramente della mescola ovvio; ma è l’averla arricchita col grafene? Riesce questa sostanza ad esaltare così tanto le caratteristiche della mescola? O è lei particolarmente a punto?

Oppure, ipotesi più probabile, tutti i fattori concorrono all’eccellente risultato finale.

E anche noi ci avviamo al finale, ricapitolando con le conclusioni alla pagina successiva.

 

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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COMMENTS

  • xtanatos

    Molto interessanti, anche se il peso è davvero notevole…..

    • Elessarbicycle

      Ciao Massi, notevole non direi.
      Se pensiamo che altri top di gamma come Michelin Power Gravel e Panaracer GravelKing, giusto per citare quelli che ho voluto per creare il mio trittico ideale, pesano più o meno uguali.
      450g i francesi e 400g i giapponesi (dichiarato sui 700×35 ma io ho provato i 700×43 e quindi ho verificato solo il loro peso), quindi il distacco non è poi troppo elevato.
      Certo, il fattore peso è stato l’unico punto dove non hanno totalizzato il massimo. Però ho rilevato come la scorrevolezza superiore non faccia rimpiangere i grammi in più.

      Fabio

  • xtanatos

    Ciao, ci può stare anche perchè ho preso i Power Gravel 700x33c (fantastici !!!!, poi commento il post) e pesano 400g.
    Non sono abituato a gomme così larghe sulla LR e le Power Gravel sono le più pesanti che ho.
    Se non fosse per la spesa ci farei un pensierino per uso casa lavoro dato che devo sostituire che Pirelli Velo che si sono tagliate.
    Dubbio amletico…..

    • Elessarbicycle

      Giusto, non avevo specificato che i 450g delle Michelin sono riferiti alla misura superiore.
      Per ora goditi le Michelin, quando saranno da cambiare proverai altro.
      Tanto sono tutte ottime gomme, cambiano “gli stili d’uso” ma ognuna messa nel suo campo è davvero notevole.

      Fabio

  • alessio michelotti

    Ciao io sto usando i terreno dry e avro percorso circa 1300 km fra strade bianche e asfalto. Belle gomme mi ci sono trovato un po’ male solo in situazioni di discesa e con fondo su strada bianche abbastanza sconnesso ( ghiaia e sassi per intenderci ). Volevo chiederti, hai notato anche tu particolari segni di usura?

    • Elessarbicycle

      Ciao Alessio, i Dry li sto usando ancora; credo sarò online col loro test tra circa 4 settimane e potrò fornirti le mie valutazioni. Per ora sono ancora al lavoro, purtroppo il maltempo degli ultimi mesi e che perdura ha rallentato tutti i test.

      Fabio

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