Io speriamo che me la cavo
Quando? Quando sono in bici.
Si, cito il titolo di un simpaticissimo libro, da cui fu ricavato anche un film per aprire col sorriso un argomento che sorridere non fa: l’uccisione dei ciclisti si strada.
Questa la versione video.
Il 2025 sarà l’anno peggiore.
Lo certifica il bollettino diffuso dall’Osservatorio Ciclisti ASAPS–Sapidata: per il periodo gennaio–novembre 208 ciclisti morti nei primi undici mesi dell’anno, contro i 192 registrati nello stesso periodo del 2024.
Segno che al di là dei proclami propagandistici, non solo l’ultima riforma del Codice della Strada, varata in nome della sicurezza, nulla ha fatto su questo fronte.
Ma, anzi, è segno che l’ha peggiorata, non per niente fu subito ribattezzato Codice delle Stragi.
Le regioni capofila di questa drammatica statistica sono:
Lombardia in testa con 45 vittime;
Emilia-Romagna a quota 34;
Veneto con 27.
Regioni dove la gente, persone, esseri umani e non semplici numeri, si spostano in bici, la usano quotidianamente.
Quasi la metà dei ciclisti uccisi aveva più di 65 anni e questo deve farci riflettere sulla bestialità, perché solo così posso chiamarla, dei troppi che sui social commentano: a quell’età va ancora in bici? Se l’è cercata.
Perché poi, si, ogni volta, a ogni omicidio stradale è sempre la solita solfa, ben fomentata da parti politiche che sfruttano abilmente odio, mediocrità, ignoranza: i ciclisti sono un intralcio, noi dobbiamo lavorare, andassero sulle ciclabili invece di starci davanti!
Già, su quelle ciclabili che non esistono e che, quando ci sono, non ci salvano.
Come non hanno salvato Viola Mazzotti, 23 anni, uccisa dal conducente di un camion che ha svoltato ignorandola mentre lei percorreva la ciclabile e lui “doveva lavorare”.
Il mantra che autoassolve.
Autoassolve anche chi non si ferma a prestare soccorso, chissà quante vite si sarebbero potute salvare.
Forse quella di Kulwinder Kumar, bracciante agricolo travolto e ucciso dal conducente di un furgone che non solo è scappato ma si è fermato a distanza dal luogo dell’omicidio per liberarsi della bici rimasta incastrata sul furgone, gettandola in un canale. Ve ne parlai in questo articolo.
Poteva mai rovinarsi la vita? In fin dei conti cosa aveva fatto? La colpa mica era sua, quel ciclista, per giunta immigrato, non aveva diritto a stare in strada e nemmeno in Italia, nella loro retorica pregna di mediocrità.
Quanto molto di tutto questo derivi, tragga linfa, dall’incessante campagna d’odio che da anni porta avanti proprio il partito dell’attuale ministro delle Infrastrutture l’ho raccontato già.
L’ultimo episodio, solo in ordine di tempo, gli spari contro un gruppo di atleti in allenamento.
Subito è partita la glorificazione via social sui vari gruppi e gruppetti che idolatrano proprio il girasagre, segno inequivocabile che lì è il cuore pulsante dell’odio.
Un odio pericolosissimo perché legittima, autoassolve, incita. Un coro di “se la sono cercata”, oppure “ha fatto bene”. Qualcuno più pudico ha tentato un “ma forse era esasperato”.
Però alla fine è sempre un giustificare, è sempre un dare ragione agli assassini o a chi ci prova ad ammazzarci. Perché, in fin dei conti, se il capo dice che diamo fastidio è così.
Ovviamente è stato beccato, come tutti i delinquenti è stupido (fidatevi, non esiste il criminale intelligente) visto che era alla guida della sua auto, quindi con targa e identificabile.
Cosa è emerso? Che lo ha fatto, a detta degli inquirenti, per marcata avversione verso i ciclisti.
Poi magari messo alle strette, in fase di interrogatorio o in aula di Tribunale, si giustificherà, piagnucolerà, dirà che lui non voleva far del male a nessuno, al più una bravata di cui non aveva compreso le conseguenze. Ha agito a sua insaputa, secondo copione che conosciamo da anni.
Perché ovviamente questi stupidi odiatori sono pure vigliacchi, non hanno mai il coraggio delle loro azioni. Come quelli che girano con le insegne naziste sui giubbotti, poi li beccano e dicono che non sapevano cosa significassero. O tipo quel generale in pensione che prima le spara e poi dice che no, abbiamo frainteso.
Più di qualcuno si risente subito per queste mie precisazioni, mi accusa di essere di sinistra (perché se denunci le male azioni di questa gente devi essere per forza di sinistra: no, basta essere intelligenti ma voi non potete comprenderlo), di buttarla in politica, qualunque cosa appena gli tocco i loro idoli.
Ma no, sbagliano. I miei sono fatti, verificabili da chiunque di voi ne abbia voglia. Basta un rapido giro su qualunque social e vedrete che la genesi è lì, tutti uguali, tutti a inveire contro i ciclisti, tutti di una precisa parte politica. E tutti con l’immancabile corollario di tesi complottiste, antiscientifiche, filorusse, insomma il classico repertorio di questi poveracci che si illudono di essere liberi pensatori ma non hanno un pensiero che sia loro, soldatini proni alla propaganda.
Io racconto solo la realtà, una triste realtà perché sono loro a mettere tristezza.
Il maggior numero di decessi si è registrato nei mesi estivi ma questo, per chi da anni studia e racconta la pericolosità della circolazione stradale, è normale.
Sono i mesi in cui circolano più veicoli, circolano anche più ciclisti, è statisticamente ovvio i dati salgano.
Ma che sia statisticamente ovvio non significa sia giusto né che possiamo continuare ad accettarlo come rischio ineludibile.
L’altro mantra ripetuto all’infinito che le strade sono pericolose e quindi chi va in bici accetta il rischio non dobbiamo invece accettarlo.
Perché accettandolo, finiamo col colpevolizzarci.
Finiamo col ritenerci noi ciclisti responsabili e non vittime.
Un errore che ho fatto anche io, vi ho raccontato che ormai ci sono percorsi che evito.
Non è giusto, non siamo noi ad essere pericolosi: sono quelli che si credono padroni della strada, quelli che sfogano le loro umane miserie schiacciando sull’acceleratore, quelli che vittime delle proprie frustrazioni e mediocrità riversano odio su di noi, quelli che si indebitano fino al collo per comprarsi il Suv da sfoggiare e se la prendono con noi per la loro pochezza.
Noi additati ormai a capro espiatorio di tutti i mali del mondo.
Additati per puro calcolo elettorale.
Noi finti ecologisti, noi sfaccendati, noi prepotenti, noi padroni della strada, noi comunisti, noi qualunque cosa.
Perché disegnandoci come i nemici, possono addossarci le loro colpe.
Dallo Stato centrale agli enti locali la visione è autocentrica.
Una visione che ormai nel mondo diventa sempre più arcaica, anacronistica e perdente.
Già, perdente, proprio come chi ci odia.
Buone pedalate
Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. Tutti i contenuti del sito sono gratuiti ma un tuo aiuto è importante e varrebbe doppio: per l’offerta in sé e come segno di apprezzamento per quanto hai trovato qui. Puoi cliccare qui. E se l’articolo che stai leggendo ti piace, condividilo sui tuoi social usando i pulsanti in basso. E’ facile e aiuti il blog a crescere.

