Vado in off road perché la strada è pericolosa: non per nostra colpa

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Il mio recente intervento sui dati Strava e Koomot, che identificano una netta predilezione dei ciclisti per i percorsi off road, strade secondarie, zone tranquille mi ha fatto riflettere, grazie anche ai commenti arrivati, che sempre più ciclisti operano questa scelta anche per necessità.

La necessità di trovare itinerari dove non rischi di essere ammazzato a ogni metro, travolto dal solito frustrato col macchinone obeso che schiaccia a tavoletta mentre digita messaggi al telefono o, come tipico dei frustrati, scorre immagini di fanciulle generose sui social.

Io non ho mai ritenuto il mio modo di vivere il ciclismo, il mio modo di vivere in assoluto, coi suoi principi e i suoi valori, il migliore e l’unico, universale, adatto a tutti e perfetto per tutti.

Da anni, con riferimento alla bici, ho esigenze del tutto differenti dal ciclista normale.

La mia Elessar, la mia personale bici, è ferma dallo scorso autunno, forse qualcosa in più. Mi fa compagnia davanti la scrivania nel mio studio, ogni tanto la lucido, la faccio girare sul cavalletto da officina, la ripongo. Un bell’oggetto d’arredamento.

Perché a causa dei test, del blog, del canale, lei resta lì, rimproverandomi o forse è solo rassegnata.

Certo, nessuno mi obbliga, potrei chiudere la baracca e tornare a godermi le mie uscite con lei, senza test, prove, officina, nulla.

A volte ci penso, poi ci ripenso perché sarebbe un peccato, mollare non è da me anche nei periodi difficili. Anzi, soprattutto nei periodi difficili.

Ma torniamo alle mie esigenze. Che sono quelle di poter svolgere i test in sicurezza, poter contare su vasta tipologia di percorsi, avere luoghi adatti a foto e riprese video senza che, lasciando la fotocamera sul cavalletto per una ripresa a distanza dopo 2o metri mi giro e non trovo più né la prima né il secondo; oppure siano travolti dal solito fenomeno che non può rinunciare a correre senza guardare la strada.

Per questo da diversi anni ormai ho traslocato la quasi totalità dei test nel basso Lazio, dove mia madre comprò una casetta per le vacanze.

Quando usavo i percorsi nei pressi della mia città malgrado la relativa poca distanza per arrivarci, era un caos.

A volte anche due ore solo per percorrere i 15 km necessari ad arrivarci, tra traffico, strade distrutte, pericoli continui; e una volta raggiunte strade relativamente decenti, sfruttarle per le foto (all’epoca non avevo il canale video), era impossibile.

Due ore di pedalata per il test si dilatavano in quasi sei ore fuori, portando indietro spesso magri risultati, vuoi per un motivo vuoi per un altro.

Da dove parto adesso per un test ho a 20 metri il sentiero che costeggia il lago, spesso ne uso il pontile per i video, lo avete visto.

A due chilometri vasta scelta di percorsi fuoristrada in stile gravel classico.

A  quindici chilometri ottimi e tecnici trail da Mtb, che sfrutto per portare al limite le gravel.

In un raggio di cinquanta chilometri vasta tipologia di salite su asfalto, molto variegate, alcune con tratti dove la pendenza è di quelle toste.

Eppure quasi senza rendermene conto, alcuni percorsi nel tempo li ho abbandonati oppure ho scelto via traverse per raggiungerli: altrimenti arrivarci è troppo pericoloso.

Penso alla salita che conduce al Monte Circeo, una bella serie di rampe tutta tornanti, perfetta per saggiare le doti delle ruote per esempio.

L’ho cancellata dai miei percorsi di prova perché non ho più voglia di farmi quei venticinque chilometri di Pontina, troppo pericolosa. Ho provato ad andarci per l’interno, sfruttando le tante strade che percorrono l’antica palude e costeggiano i canali di bonifica ma no, su strade larghe giusto una utilitaria è uno sfrecciare continuo di Suv ipervitaminizzati e, ultimamente, pick-up che manco fossimo in Texas.

Penso alla salita che conduce al Santuario della Madonna della Rocca, dove per arrivarci ho scelto di tagliare dritto passando per il lago e poi sfruttare i sentieri che, anche qui, costeggiano i canali di bonifica. Anche con la bici sportiva, malgrado sia tutto fuoristrada, pietre e fossi, per evitare l’Appia. 

Sto limitando allo stretto indispensabile i giri ad anello che toccano Sperlonga, Itri (e sul finire dell’estate l’ho dovuta bypassare causa chiusura strada dopo un gravoso incendio), salgono fino al Santuario della Madonna della Civita, puntano verso Pastena o Pico a seconda delle mie scelte e dopo rigorosa sosta al piccolo borgo di Campodimele, tornano costeggiando Castro dei Volsci, attraversando Vallecorsa, puntando alla fine su Lenola e la piana di Fondi. Dove da tempo scelgo di allungare il percorso di rientro per evitare la pericolosissima strada che da Fondi porta alla via Flacca, sulla costa.

Senza indugiare oltre, i percorsi sono ancora tanti, leggere i commenti al video citato all’inizio mi ha fatto riflettere che questo cambiamento nelle mie abitudini è avvenuto poco alla volta e non per scelta cosciente.

Non ho eliminato, per esempio, la salita del Circeo perché poco utile o probante per i test: l’ho eliminata perché ho paura ad arrivarci.

Anzi, ho paura di non arrivarci proprio.

Lo stesso per la salita delle Querce, la salita intitolata a Pantani perché l’usava per allenarsi, troppo pericolosa la strada che da casa mia devo percorrere e non ho valide alternative.

Però rifletto anche su un altro dato: perché?

Si, perché io devo aver paura di andare in bici? Esattamente cosa sto facendo di male, quale legge sto violando, quale comportamento pericoloso sto tenendo?

Si, sto tenendo il comportamento pericoloso di andare in bici, ma non perché è la bici a essere pericolosa ma stare sulla bici è pericoloso.

E’ pericoloso a causa di chi si crede padrone della strada, chi non rispetta spazi e limiti, di chi sfoga le proprie pochezze schiacciando sull’acceleratore o vendicando i torti che gli ha fatto la vita prendendosela con chi, in quel momento, è vulnerabile mentre lui viaggia protetto nella scatolona di metallo.

La mia libertà, la vostra libertà, limitata, la mia vita, la vostra vita, messa in pericolo ogni volta che salgo in sella per colpa di questi qui?

Ma vi sembra giusto? Ora capite perché mi scaglio contro queste persone?

Il problema sono loro, non noi che pedaliamo. 

E al primo che mi tira in ballo la solita trita e ritrita scusa che pure i ciclisti, e le ciclabili, e la fila indiana e così via a sciorinare il repertorio, ricordo che sono da sempre l’unico a dire che i ciclisti non sono migliori degli altri, tra le nostre fila c’è di tutto perché siamo uno spaccato della società.

Ma non si ammazza una persona perché è in bici, anche se in quel moment0 pedala affiancato all’amico oppure non pedala sulla finta ciclabile ricavata sul marciapiede.

Posso accettare che tanti mediocri ci odino, non accetto ci uccidano.

Al solito vi lascio anche il contenuto in formato video, questo il link diretto oppure miniatura in basso.

Buone pedalate

COMMENTS

  • <cite class="fn">Giuseppe</cite>

    Ti facevo più “campano”, invece siamo quasi vicini.
    Io ho smesso di pedalare attorno a Roma per gli stessi motivi. Sinceramente, chi me lo fa fare a rischiare la vita per uno scemo qualsiasi?
    Fortunatamente per noi, e sfortunatamente per l’Italia, ormai le “aree interne” sono sostanzialmente disabitate per cui quando sono a casa dei miei non disdegno il giro della valle dell’Amaseno, con puntate su a Pisterzo o giri che comprendono anche Maenza o Roccagorga.
    Però attorno a Roma… anche no.

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