L’ultimo Giro di Mauro Vegni

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Oggi voglio parlarvi dell’ultimo Giro di Vegni.

Si, mentre tutti studiano il percorso del Giro d’Italia 2026, io preferisco parlare di Mauro Vegni.

Per chi preferisce, c’è la versione in video.

Che va in pensione e con lui sparisce la figura del Direttore del Giro come lo abbiamo fin qui conosciuto.

Un Direttore, si deve sentire la maiuscola, deus ex machina, colui che tutto decide e sulle cui spalle tutto poggia.

Forse è anacronistico che esista ancora una figura così, il Tour già da tempo ha Thierry Gouvenou che traccia il percorso, nei limiti imposti dalle tappe obbligate giacché lautamente pagate, e Christian Prudhomme, ossia il Direttore del Tour, che però è più un manager, una sorta di amministratore delegato se vogliamo.

Vegni no, è sempre stato di più.

Suo il percorso, sue le scelte in gara, sua ogni decisione.

Per questo abbiamo sempre detto che il Giro è una creatura di Vegni.

Era una creatura di Vegni, a vedere il percorso del prossimo Giro.

Già, perché l’idea, dovrei dire l’ideale di Vegni, è sempre stato quello di un Giro faticoso, tappe lunghe, salite toste, magari messe in fila.

Si potrebbe dire un Giro d’altri tempi, dove a dominare è la fatica e solo chi questa fatica sa reggere può dominarlo.

Ma anche un Giro dove proprio a causa della fatica le carte possono cambiare da una tappa all’altra, con crolli improvvisi e ascese inaspettate.

Ascese di classifica, intendo.

Un Giro più logico, con arrivo e partenza successiva dallo stesso luogo, senza gli inutili trasferimenti serali.

Una fatica in più, non sui pedali e quindi sprecata, per corridori, meccanici, e tutti le donne e gli uomini che ruotano intorno al Giro.

Ho detto era, prima, perché a vedere il percorso non sembra tutto frutto di Vegni, a iniziare proprio dai trasferimenti.

I tapponi ci sono, non molti ma qualcuno si. Però il ridimensionamento si vede.

Per esigenze di budget? Non credo, non dimentichiamo che i costi di trasferta sono a carico delle squadre.

Per esigenze di budget di RCS? Penso di si, variare arrivo e successiva partenza significa raddoppiare il cachet versato da chi vuole fregiarsi di un giorno in rosa.

Per esigenze televisive? Probabile, addirittura c’è chi si è spinto a chiedere la riduzione a due sole settimane della nostra corsa a tappe nazionale.

Vedete, devo dirlo: noi italiani col Giro siamo esigenti.

Non per campanilismo, però il Giro è il Giro, la corsa per antonomasia.

Si, d’accordo, lo sappiamo che in questo nostro mondo a pedali è il Tour a dettar legge, ma fa nulla.

Il ciclismo è passione, lasciamo perdere le considerazioni pratiche.

Ci raccontiamo a distanza di decenni imprese epiche che nemmeno eravamo nati, narriamo con emozione quelle che abbiamo vissuto, luoghi e nomi ci accompagnano in un’epica dello sport che no, col Tour proprio non ci viene.

In un certo senso il Giro ha l’obbligo della perfezione, proprio a causa del Tour.

Non perché si voglia stabilire quale delle due grandi corse a tappe è migliore: perché tutti i professionisti di vertice regolano la propria stagione sul Tour.

Quindi il Giro, per attrarli, deve offrire qualcosa in più, deve essere perfetto.

Non voglio dire che tutti i Giri di Vegni lo siano stati ma di sicuro ci si sono avvicinati spesso.

Ed è altrettanto sicuro che ogni suo Giro era suo. E’ stato suo.

A costo di sembrare sdolcinato, si chiude un’epoca.

Si chiude l’epoca e l’epica dell’uomo solo al comando, non più sui pedali ma sulla vettura di gara.

Perché Vegni sarà, anzi è, degnamente sostituito ma a venir meno sarà proprio il ruolo.

Non più uno solo a decidere, ma tanti con ruoli diversi.

Come al Tour.

Un lavoro collettivo, un team come usa dirsi.

Senza che ci sia una firma, una sola e riconoscibile.

Io ora non so dirvi se i prossimi Giri, quello dopo il Giro del 2026 intendo, saranno per questo migliori o peggiori.

Però è una altra fetta, un altro spaccato del nostro amato sport che sparisce, si modifica, si modernizza.

Vero che negli ultimi anni il fatto che il percorso fosse definito quasi all’ultimo minuto lascia intendere che già da tempo il margine di manovra di Vegni andava assottigliandosi, stretto tra esigenze di budget (a favore dell’organizzatore) e televisive; e forse questo ha pesato nella scelta di lasciare.

Però in qualche modo è sempre riuscito a dare la sua pennellata rosa.

Ma ormai questo sport, amato dai suoi sostenitori ma non sostenuto da chi lo gestisce, non ha più spazio per Direttori che decidono tutto.

Per questo Vegni resta un’ultima figura romantica, forse superata dai tempi, sicuramente vera di questo sport.

Ci mancherà.

Mi mancherà.

Buone pedalate

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