Nuovo C.d.S.: il metro e mezzo resta ma è per finta
La riforma del Codice della Strada conserva l’obbligo di rispettare il metro e mezzo di distanza superando un ciclista ma, nella applicazione pratica, lo elimina.
Per chi preferisce, c’è il formato video.
Leggiamo insieme:
Articolo 55
Sorpasso
Per effettuare in sicurezza un sorpasso, il conducente verifica preventivamente:
[…]
e) se vi è adeguato distanziamento laterale dalle biciclette, dai monopattini elettrici e dai cicli a propulsione, in funzione della rispettiva velocità e ridotta stabilità, nonché dell’ingombro del veicolo a motore. Nei casi di cui alla presente lettera, i conducenti dei veicoli a motore mantengono una distanza di sicurezza laterale di almeno 1,5 metri, ove possibile.
Ecco: ove possibile.
Queste due parole riescono da sole a svilire completamente un obbligo di civiltà.
Ma leggiamo ancora:
[…] Ove le condizioni della strada non consentono di mantenere la distanza laterale di cui al secondo periodo, i veicoli a motore effettuano il sorpasso adeguando la velocità a quella dei veicoli non a motore di cui al primo periodo.
Cosa significa? Significa che chiunque si trovi a superare una bici darà una occhiata, dirà “beh, ho spazio va, ora passo,
al più rallento, così, a occhio”.
Significa all’atto pratico rendere del tutto inutile questo metro e mezzo, perché tanto è derogabile sempre.
Ma soprattutto è derogabile grazie a una semplice valutazione personale, senza alcun parametro di riferimento.
Quindi in teoria facciamo vedere che tuteliamo i ciclisti, nella pratica gli togliamo quell’unica possibilità che garantiva una minima certezza di non farsi mettere sotto.
Perché? Perché questa norma, e tutta la riforma del Codice della Strada varata al Consiglio dei Ministri del 13 ottobre 2026 nasce con un peccato originale: pone tutti gli utenti della strada sullo stesso piano, in una uguaglianza che nella realtà e nelle società civili non esiste.
Fu proprio la consapevolezza che su strada non siamo tutti uguali a indurre gli enti sovranazionali prima e le singole Nazioni poi a recepire la classificazione degli utenti vulnerabili. Ho pubblicato un approfondimento proprio su questo.
Ossia persone, perché di questo parliamo, che rischiano la vita per la loro intrinseca e oggettiva vulnerabilità.
E che per questo godono di maggiore tutela, ovunque tranne che da noi.
Qui abbiamo due esigenze, due valori se vogliamo, posti sullo stesso piano.
La vita umana, la sua tutela da un lato; la fretta di andare all’aperitivo o altrove dall’altra. E non mi si dica “devo andare a lavorare”, perché al lavoro ci andiamo tutti, almeno tutti quelli che lo hanno, e io se non posso andarci in bici semplicemente esco prima di casa in previsione del traffico e dei limiti di velocità che incontro.
E’ esattamente questo che sfugge a tutti quelli che plaudono a questa riforma: una riforma che massacra gli utenti vulnerabili e lo fa inseguendo gli umori dei social.
Una visione che ritroviamo in quel “tardino a scansarsi” riferito a pedoni e ciclisti e ripetuto più volte nel testo di riforma.
Qui non si tratta di dare più diritti agli odiati ciclisti: qui si tratta di salvare vite.
Chiunque ritiene la propria urgenza di correre in auto più importante della vita umana non dovrebbe essere blandito in cerca del suo voto ma rimandato a casa a piedi, con la patente revocata.
Ogni anno l’equivalente di un piccolo comune italiano sparisce, la sua popolazione estinta.
Morire in strada non è tragica fatalità e non è inevitabile. Non è la strada ad essere pericolosa, non lo sono auto, moto, bici: a essere pericolosi sono i comportamenti umani.
Le regole non sono una compressione della libertà: le regole servono a tutelare i più deboli.
Solo quando queste regole vengono piegate per garantire i privilegi dei forti allora diventano vessazioni. Contro cui dobbiamo sempre batterci.
Ognuno di noi è tutti i giorni sulla strada, una volta in auto, una volta in moto, una volta in bici, una volta a piedi.
Ognuno di noi è tutti i giorni richiamato in una guerra che fa quasi tremila morti l’anno, e può essere vittima o carnefice.
Ma è una guerra che si può fermare, che noi possiamo fermare perché morire per strada non è né incidente né fatalità: è una barbarie inaccettabile.
Chiudo con un lancio diciamo così.
Sempre l’art. 55 prosegue con: “Le disposizioni della presente lettera non si applicano nei casi di sorpasso di un gruppo di ciclisti sportivi di cui all’articolo 61, comma 7.”
La prossima volta vedremo se questa definizione di ciclisti sportivi risponde al principio della certezza del diritto o è l’ennesima panzana della peggior riforma del Codice della strada di tutta la storia repubblicana.
Buone pedalate
Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. Tutti i contenuti del sito sono gratuiti ma un tuo aiuto è importante e varrebbe doppio: per l’offerta in sé e come segno di apprezzamento per quanto hai trovato qui. Puoi cliccare qui. E se l’articolo che stai leggendo ti piace, condividilo sui tuoi social usando i pulsanti in basso. E’ facile e aiuti il blog a crescere.

