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42 associazioni riunite nel RIME chiedono di fermare la riforma del Codice della Strada
La Rete Italiana Mobilità Equa ha presentato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati le proprie richieste di modifica alla recente riforma del Codice della Strada.
Cinque le criticità messe in rilievo. Riporto un sunto del comunicato stampa rilasciato da RIME.
E per chi preferisce, c’è il video.
Punto 1. La riforma sovverte la logica della precedenza e indebolisce le tutele per i pedoni. La disposizione proposta imporrebbe a chi attraversa sulle strisce di accertarsi di essere stato visto e che i conducenti si fermino per dare precedenza. Un diritto che rischia di diventare fittizio, perché chi ne è titolare dovrebbe prima verificare che altri intendano rispettarlo. Una verifica difficile da dimostrare in caso di investimento. Il paradosso: maggiore è il pericolo, più si chiede a chi è fragile di difendersi anziché intervenire sulle cause del rischio. RIME chiede di eliminare questa norma.
Punto 2. Continua a non proteggere chi pedala. La distanza di almeno 1,5 metri nel sorpasso è subordinata alla formula «ove possibile», Una tutela che rischia così di restare sulla carta, esponendo chi pedala a sorpassi pericolosi e alimentando l’insicurezza e la violenza stradale, già altissima in Italia. RIME chiede di obbligare alla distanza di sicurezza laterale e frontale.
Punto 3. Rende più difficile ridurre la velocità dove ci sono le persone. Lo schema non prevede i 30 km/h come limite ordinario sulle strade urbane e introduce infiniti ostacoli per i Comuni che intendono abbassare i limiti e creare Zone30 che fanno la differenza tra la vita e la morte. RIME chiede di semplificare gli interventi di prevenzione che hanno dimostrato di poter salvare vite.
Punto 4. Toglie strumenti e autonomia ai Comuni. Lo schema di riforma accentra poteri su Ministeri e Prefetti, introducendo nuove direttive e subordinando i provvedimenti locali sul traffico anche alle esigenze del traffico privato e delle attività economiche. RIME chiede di lasciare ai Comuni una reale possibilità di istituire strade e zone 30 km/h e fare controlli elettronici sulla velocità.
Punto 5. Rende meno efficaci controlli e sanzioni. Per alcune infrazioni rilevate da remoto, il termine di notifica scende da 90 a 45 giorni, con il rischio di annullare multe legittime per mancanza di risorse amministrative. Inoltre lo schema non prevede controlli elettronici sull’uso del cellulare alla guida, e riduce le sanzioni per gli eccessi di velocità soprattutto urbani. RIME chiede di non depotenziare il sistema sanzionatorio.
In sintesi, anziché ridurre i pericoli alla fonte, lo schema rischia di indebolire gli strumenti di prevenzione e di scaricare su chi è più vulnerabile la responsabilità di difendersi.
Fin qui il comunicato stampa che poi prosegue con le singole dichiarazioni, trovate tutto sul sito RIME, link a inizio articolo e in coda.
Cinque punti, adesso cinque mie veloci considerazioni.
La prima è che ovviamente condivido in toto le richieste, sono stato il primo a evidenziare proprio questi punti critici della riforma, mi sto dedicando a focus monotematici, ho creato una playlist dedicata così da rendervi agevole la consultazione. Se un modesto artigiano del diritto come me è riuscito da subito a rilevare le criticità, vuol dire che queste sono marchiane.
La seconda. Questa proposta di riforma ribalta completamente diritti e doveri, imponendo i doveri agli utenti deboli e i diritti a quelli forti, esattamente il contrario di quello che stanno facendo in mezzo mondo.
La terza, anche questa già da me affrontata, è la chiara discendenza delle norme dagli umori predominanti sui social, dove regna una vera e propria campagna d’odio verso i ciclisti e i pedoni.
La quarta, che ho in scaletta ma non ho avuto ancora tempo di lavorarci, ne ho fatto solo rapido cenno in chiusura del video sulla questione gruppi che sarà online domani, è anche essa una pericolosa campagna di propaganda: il buon senso. Già un buon senso che si traduce nel “le strade sono pericolose, se siete pedoni o ciclisti state a casa”. Ma l’aspetto pericoloso è che si tratta di una invocazione al buon senso bipartisan, cioè ha fatto talmente presa che persino chi è potenziale vittima lo accetta, accetta come ineludibile che su strada si debba morire. Morire andando al lavoro, morire attraversando, morire pedalando.
La quinta e ultima. Siamo in guerra, quasi tremila morti lo scorso anno, dato per difetto, significa che ogni giorno rischiamo la vita semplicemente andando dal punto A al punto B. Una guerra in cui siamo tutti coscritti, senza possibilità di obiezione. Una guerra dove non intendo disertare, con la consapevolezza che le mie posizioni, dure, riescono solo ad alienarmi consenso. Ma non è il consenso che cerco, è una battaglia troppo importante per preoccuparsi di click e visite, che poi mai me ne sono curato in realtà: è il momento di controbattere punto su punto e di farlo nel merito, mostrando i pericoli palesi e nascosti di questa proposta di riforma.
E’ soprattutto una battaglia di civiltà, l’unica nostra arma è informare, distruggere il muro di menzogne. La conoscenza è libertà, l’ignorante sarà sempre lo schiavo che ha forgiato da solo le proprie catene.
RIME, Rete Italiana Mobilità Equa
credit immagine di copertina Margherita Rebotti
Buone pedalate
Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. Tutti i contenuti del sito sono gratuiti ma un tuo aiuto è importante e varrebbe doppio: per l’offerta in sé e come segno di apprezzamento per quanto hai trovato qui. Puoi cliccare qui. E se l’articolo che stai leggendo ti piace, condividilo sui tuoi social usando i pulsanti in basso. E’ facile e aiuti il blog a crescere.

