Crisi del mercato bici: perché il resto d’Europa migliora e l’Italia no?

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European Cycling Industries, associazione che riunisce le principali aziende che, ognuna con le proprie specificità, lavorano nel nostro mondo a pedali, offre ogni anno un report sull’andamento del mercato a livello europeo.

E’ uno sguardo ampio, importante, perché noi, e intendo sia noi ciclisti che operatori dei media di settore, siamo troppo focalizzati sul Belpaese; che ha senso, per il principio di prossimità del giornalismo, ma non aiuta a comprendere appieno i fenomeni.

Chi preferisce, al solito ha il formato video.

E in questi anni di crisi, una crisi che profetizzai quando il mercato andava a gonfie vele e fui l’unico a lanciare l’allarme dello sfacelo da lì a venire beccandomi al solito, sbagliando, l’appellativo di Cassandra, sbagliando perché Cassandra profetizzava il vero, non portava sfiga come qualche ignorante disse, mi sono spesso chiesto se chi ha ruoli decisionali nelle aziende ha mai guardato oltre il suo naso.

Il report Ancma di cui vi ho parlato qualche settimana fa certifica come in Italia il mercato bici sia ancora traballante.

Che non significa che non si vende nemmeno una bici, lo chiarisco a beneficio dei poco accorti che vedono il negozio sotto casa vendere bici e subito intervengono: ma quale crisi!

Il mercato 2025 si è chiuso con un meno 4% di vendite, che significa appunto che bici ne hanno vendute ma meno dell’anno precedente, che pure aveva chiuso in negativo.

Quando c’è il meno significa crisi, punto.

Ma non significa non ci siano più bici in strada, altro argomento tirato in ballo quando parlo di mercato: eh, ma io la domenica vedo un sacco di gente in giro, ma quale crisi!

Una lunga crisi che ha colpito tutti ma da cui in molte Nazioni stanno venendo fuori, tranne che da noi.

Il 69% delle aziende europee prevede risultati economici nel 2025 uguali o migliori rispetto all’anno precedente.

Non crescita strutturale ma almeno fuori dal baratro.

Anche se non del tutto, l’onda lunga di questa crisi fa dire al 31% degli operatori che nei prossimi due anni potrebbe esserci una ulteriore riduzione dell’occupazione.

E io trovo irritante chi gioisce per questo, quando persone perdono il lavoro, perché purtroppo ho letto anche questo.

Sono inoltre riportate anche le perplessità dovute all’eccesso di scorte in magazzino, di bici invendute cioè, magari modelli con un paio di anni sulle spalle e difficili da piazzare se non con forti sconti che però riducono la marginalità, quando non la mandano addirittura in negativo, per tutta la filiera.

Questo il quadro europeo, dove si avverte un moderato ottimismo: ma perché in Italia la crisi è più forte e destinata a durare più a lungo?

Perché quasi ovunque in Europa le aziende di settore, che non significa solo i produttori ma tutti gli operatori, dal costruttore al negozio, dal fornitore di servizi al noleggio, si stanno muovendo in direzione della maggiore e migliore integrazione tra mercato e mobilità ciclistica, in sinergia con i Governi e le amministrazioni locali.

Già, la mobilità.

Quindi non un mercato fossilizzato solo sugli appassionati di bici specialistiche ma aperto a chiunque scelga una bici per spostarsi, per svago, per moderata attività fisica.

L’altro giorno, quando vi ho raccontato dell’esperienza parigina sul noleggio a lungo termine ho specificato: qui non serve prendere un ciclista e dargli una bici a nolo ma prendere uno che in bici non ci va e metterlo in sella.

Molti Governi Europei lo stanno capendo e si stanno attivando, creando le condizioni perché sempre più persone si avvicinino alla bicicletta.

In Italia è il contrario.

Seppure dal report Ancma 2025 risulti che bici in strada ci sono, il mercato è in negativo, su tutta la filiera, perché manca l’apertura, il progetto, la visione.

Manca la volontà, anzi vediamo una volontà opposta, ossia rendere sempre più bici e ciclisti un nemico.

La retorica degli italiani che vogliono lavorare e i ciclisti, non si sa perché glielo impedirebbero; la narrazione della mobilità dolce come nemica del progresso e causa di crisi economica e perdita di posti di lavoro; l’astio, divenuto ormai odio, sempre più dilagante verso chiunque pedali.

Siamo nei giorni del Giro, lo sappiamo e ci ridiamo pure sul fatto che qui da noi le strade le asfaltino solo quando passa la corsa Rosa o il Papa.

Per la tappa che parte da Formia hanno rimesso a posto strade colabrodo, strade che conosco bene perché parte dei miei circuiti di prova.

Ovvio che ci siano disagi alla circolazione, come per qualunque cantiere stradale.

Meno ovvio l’astio, il rancore: stanno rifacendo le strade perché devono passare le biciclette!

E no, anzi si; però non è che finita la tappa tolgono l’asfalto nuovo e ricompaiono le voragini, è un’opera che resta a vantaggio di tutti.

Noi siamo appassionati e pedaliamo perché senza non potremmo stare.

Ma noi da soli non bastiamo a reggere un mercato, soprattutto in un periodo di gravissima crisi economica ed energetica i cui effetti non si sono ancora del tutto palesati e saranno di lungo periodo.

Serve nuova linfa, serve comprendere che dalla crisi, e non solo del mercato ciclistico, si può uscire lavorando sulla visione, sul progetto di mobilità ciclistica.

Serve che aziende, e ancora una volta lo dico in senso ampio, dal costruttore all’ultimo checkpoint prima della consegna della bici al cliente finale, e Governo lavorino in direzione della integrazione tra industria e mobilità.

Significa dal lato operatori abbandonare la visione orientata solo alla vendita, abbracciando e esplorando nuove strade, soprattutto sui servizi; dal lato esecutivo significa rinunciare alla bieca propaganda contro le bici per raccattare i voti degli analfabeti funzionali e abbracciare una visione di lungo periodo in cui la bici, in tutte le sue infinite sfaccettature, è la soluzione e non il problema.

Buone pedalate

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