La Cina invaderà il mercato europeo della bici di alta gamma?

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La Cina, anzi, la Repubblica Popolare Cinese, è probabilmente la più grande potenza industriale del momento. 

Solo chi non la conosce, non l’ha mai vista o visitata crede sia ancora solo la Nazione delle ciotole di riso, della paccottiglia creata nei sottoscala, degli abiti tutti uguali e tutti a spostarsi in bici pure loro tutte uguali, copie di un celebre modello inglese. Che io avevo, tra l’altro, nella sua versione di copia originale, la pagai due spiccioli, mi costò un botto la spedizione via nave ché in areo non potevo portarla.

E questo spiega l’immagine di copertina, un mio vezzo nostalgico.

Ma se prima ho specificato il nome completo c’è una ragione, e ci arriviamo adesso.

Da tempo seguo le evoluzioni del popoloso Regno di Mezzo, come i cinesi chiamano la loro terra, soprattutto le evoluzioni industriali.

Che sono enormi, velocissime, con molte luci che proiettano altrettante ombre e con un comun denominatore che altri non hanno: lo Stato alle spalle.

E non parlo di legislazione a favore delle imprese, aliquote fiscali vantaggiose o roba simile, come conosciamo in Occidente, ma non in Italia: parlo dello Stato, quindi del Partito unico, che decide dove investire, quali settori sono strategici per motivi politici o di prestigio, ci mette i suoi soldi.

Tanti soldi. Tantissimi soldi.

L’occidente ha delocalizzato in Cina da moltissimi anni.

All’inizio per sfruttare il basso costo del lavoro, tenuto basso grazie, anzi a causa di nessuna tutela per i lavoratori e per l’ambiente. E in questa fase ha dovuto giocoforza trasferire il proprio know-how. E potremmo dibattere ore su questo colossale errore strategico, non il primo, non il solo, temo non l’ultimo di un ceto industriale che non sa distinguere nemmeno tra l’uovo oggi e la gallina domani.

Poi ha dovuto appaltare la produzione perché solo lì hanno la tecnologia, la capacità, la potenza produttiva che noi abbiamo perso, dimenticato o semplicemente non ci abbiamo creduto abbastanza.

E’ interessante vedere quello che è successo nell’industria motociclistica. Scelgo lei e non altri settori perché la moto, come la bici, è acquisto passionale e sulla passione vive o dovrebbe vivere. Come la bici appunto.  

Per molti anni l’industria motociclistica cinese ha vissuto grazie a due tipologie di prodotti: copie di moto ex Unione sovietica, che erano copie a loro volta, e piccole cilindrate con tecnologia che era vecchia pure ai tempi dell’Urss; produzione per conto di Honda, anche qui piccole cilindrate ma almeno decenti.

Poi lo Stato ha deciso che era il momento di dare una svolta, per strategia politica o solo per orgoglio non so dirvi: ma propendo per la seconda.

E che la Cina sia stanca di essere definita terzo mondo, paese povero o in via di sviluppo, essere fuori dal G7 e così via è qualcosa che troppe Cancellerie occidentali ancora non comprendono. Nell’ultimo incontro tra il Presidente Usa e quello Cinese, praticamente quasi tutti i telegiornali hanno tagliato una frase di quest’ultimo, dimostrando non solo di non saper fare i giornalisti ma anche di essere abbastanza ignoranti. Mi chiedo se un giorno il nostro ordine professionale si deciderà a dire la sua, ma dubito. E mi assumo la piena responsabilità di quanto affermo.

Il Presidente Xi Jinping, prendendo la parola dopo le solite chiacchiere fuori dalla realtà dell’americano, ha detto più o meno “E’ normale che le due maggiori super potenze del pianeta abbiano ecc ecc”.

Le due maggiori superpotenze: ossia da pari a pari e non pari a paria.

Ma torniamo a noi e a quello che è successo nel settore moto, per capire se potrà accadere anche con le bici e quali sono le differenze sostanziali nel processo produttivo e della comunicazione che potrebbero limitare la penetrazione nel mercato occidentale.

All’inizio i grandi gruppi industriali, e quando dico grandi non rendo l’esatta idea di quanto siano effettivamente enormi, hanno scelto di acquisire marchi storici, privi di una loro produzione o con questa ridotta al lumicino, per penetrare nei mercati Europeo e Nord americano con prodotti loro ma dal nobile o comunque conosciuto blasone.

Gruppi industriali che dapprima si sono fatti le ossa producendo per le industrie occidentali, poi a queste si sono sostituite offrendo tecnologie e capacità proprie, profittando della miopia di cui vi ho detto prima.

Le cose sono andate avanti così per molti anni, periodo nel quale l’industria europea soprattutto ha lasciato fare, si è fermata in un certo senso, mentre in Cina correvano veloci. E potevano farlo perché lo Stato non lesinava denari per coprire le spese in ricerca e sviluppo e nella logistica, ossia nella creazione di quella rete infrastrutturale ed energetica che è poi la vera svolta nonché la grande intuizione del governo cinese.

Credere che il loro velocissimo sviluppo sia tutto merito del basso costo della manodopera è errore comune ma nondimeno errore. E io non lo commetto.

Ma, dicevo, le cose sono andate avanti fino al cambiamento, al moto d’orgoglio: la direttiva è entrare nel mercato, nei mercati occidentali con propri marchi. Senza più nascondersi dietro la cortina di fumo di blasoni dal passato glorioso.

Perché dico moto d’orgoglio? Perché lo Stato, quindi il Partito, ha deciso che era il momento di mostrare cosa sapessero fare. In proprio.

Già lo facevano, anche molte moto di industrie occidentali tutt’ora (relativamente) fiorenti, erano e sono prodotte quasi in toto in Cina, con ultimi dettagli assemblati in Europa per poter incollare l’etichetta “made in germany” piuttosto che “made in china”.

Emblematico il caso di Benelli, marchio acquisito tempo addietro dal gruppo QJ Motors. Una industria da oltre 14.000 dipendenti e, al momento, con una capacità produttiva di circa 1.300.000 moto l’anno.

Sono anni che la Benelli è in cima alle vendite, eppure due anni fa QJ Motors ha deciso di entrare con moto a proprio marchio, di fatto cannibalizzando una sua creatura. E che tiri aria se non di dismissione comunque di poca voglia di continuare a investire nel marchio pesarese è stato evidente all’ultimo Eicma, dove lo stand Benelli mostrava una moto che doveva arrivare due anni fa e quello QJ Motors una pletora di novità una migliore dell’altra.

Potrebbe succedere lo stesso nel settore bici d’alta gamma? 

Beh, anzitutto dobbiamo tener presente una profonda differenza nel processo produttivo. I cinesi sono fortissimi nei grandi numeri.

C’è un motore, sempre da moto, che sta sotto tre o quattro diversi modelli, giusto qualche variazione nell’elettronica, ed è una piattaforma che usano in tanti. Milioni e milioni di pezzi.

Perché la Cina ha investito tantissimo proprio in quella che una volta si chiamava catena di montaggio, ora da loro è qualcosa di fantascientifico e con una automazione incredibile, i manager europei quando visitano gli stabilimenti entrano tronfi ed escono a testa bassa.

Questa loro impostazione è vincente appunto suoi grandi numeri e nel settore bici lo vediamo con la produzione di telai in alluminio o acciaio di bassa lega, ma per lo più alluminio, destinati o a bici economiche o ad altrettanto economiche e-bike. 

Fatevi un giro sui market online e date una occhiata, vedrete son tutte uguali.

La bici di media e alta gamma con telaio in composito hanno un processo produttivo diverso, dove l’automazione di cui in Cina sono leader è residuale.

Le pelli di fibra di carbonio vanno stese a mano negli stampi e per quanto puoi essere veloce un singolo operaio non ti fa cento telai al giorno.

E attenzione.

Primo: non parlo di telai e componenti in fibra di carbonio di marchi sconosciuti, venduti online a prezzi stracciati, quella è paccottiglia.

Secondo: la Cina ormai ha raggiunto, superato e surclassato gli altri per conoscenze e tecnologia proprio nella manifattura dei telai in fibra. Taiwan, che non è Cina anche se è bene non ricordarlo alla élite di Pechino, tiene botta ma non sappiamo ancora per quanto. Soprattutto non sappiamo cosa succederà quando la Cina andrà a riprendersela: farà la fine di Hong Kong, sacrificata a favore di Shangai? Difficile prevederlo.

E anche se c’è qualche industria taiwanese che ci tiene a ribadire che loro, appunto, sono a Taiwan e non in Cina, mi spiace per loro ma è argomento che al più potrà soddisfare qualche inesperto addetto alla comunicazione e titillare le fisime dei soliti analfabeti funzionali di cui strabordano i social.

Terzo: l’industria della bici cinese sta sviluppando in maniera velocissima anche la componentistica, proprio per assemblare bici completamente a marchi autoctoni. E quando dico velocissima vuol dire che c’è un abisso tra la trasmissione che ho avuto tra le mani due anni fa e che era solo da cestinare e quelle attuali.

Quarto: il prezzo finale può essere molto competitivo, il rischio industriale, se così vogliamo chiamarlo, potrebbe essere coperto dallo Stato se decidono che vale la pena, che sia per orgoglio o necessità, entrare forte nel mercato delle bici d’alta gamma. Perché senza un supporto alle spalle, non pensate che un telaio top costi poco solo perché made in China. la qualità costa sempre tanto, dove la fai la fai.

Quinto: le industrie che hanno prodotto per anni conto terzi hanno ora un eccesso di produzione a causa del calo della domanda, con impianti sotto utilizzati. E come ben sa qualunque studente di economia, un impianto che viaggia a scartamento ridotto costa assai più di quando viaggia a pieno regime. Fa perdere soldi: e i cinesi possono chiudere un occhio su processi democratici, libertà, diritti ma non sui soldi.

Se perdono quelli, si arrabbiano. Tanto.

Sesto: in una società complessa come quella cinese, fortemente legata al suo millenario passato, la bici ha goduto alterne fortune. Fu introdotta nella seconda metà del diciannovesimo secolo dagli occidentali che lì avevano le loro concessioni. Fu snobbata dalle fasce ricche della popolazione che si spostavano in risciò o portantine, far fatica non era elegante. Fu diffusa proprio da quelle fasce ricche che nelle generazioni successive ai primi del ‘900 si erano recate in Occidente a studiare, dove le bici erano appunto appannaggio dei ricchi.

Potrei dire come oggi.

Dagli anni ’40 di quello stesso secolo iniziò a divenire un prodotto di massa, per i contadini prima che preferivano spostare i loro carichi sui pedali invece che sulla schiena e per la masse operaie e studentesche poi, perché la bici era economica. Come da noi tra le due Grandi Guerre e nell’immediato dopoguerra. E’ stata poi abbandonata come bene personale ma non come mezzo di spostamento, pensiamo a quanto sia esteso e diffuso il bike sharing, perché col boom economico anche lì è cresciuta la motorizzazione come status symbol. Ma allo stesso tempo una bici costosa e di alta gamma assume ugual valore di status symbol. Insomma, c’è da decifrare l’atteggiamento ambivalente dei cinesi nei confronti della bici e, credetemi, non è facile.

Però ci sono i però.

Il primo è proprio il processo produttivo, dove malgrado tutto i costi restano alti anche per i cinesi e quindi prezzo competitivo si, ma fino a un certo punto. A meno che, come nel settore delle auto elettriche, lo Stato non decida appunto di intervenire in prima persona permettendo alle aziende di vendere a prezzo di costo. Noi la chiamiamo concorrenza sleale, in Estremo Oriente lo definiscono pragmatismo.

Il secondo è lo scarso appeal, il pregiudizio sulla cinesata che viene vista ancora come prodotto di bassa qualità; che esiste, sia chiaro ma ho già specificato che quello non lo considero.

Il terzo e forse più importante è che la bici è passione e si rivolge ad appassionati. Il puro dato tecnico spesso passa in secondo piano, c’è amore per il marchio, gli si perdona persino lo scivolone perché il ciclista è cuore e pancia. 

Pensiamo a tanti marchi storici, anche nostrani, che per anni hanno rifilato pessime bici a prezzi che non avevano legame né col prodotto né con la qualità eppure i ciclisti le compravano. E se gli dicevi “guarda, queste ruote manco sotto il carrello della spesa” quelli scrollavano le spalle e fissavano rapiti il marchio sull’obliquo.

Questi però sono, qui ci vuole la ripetizione, però facilmente superabili con una buona rete vendita ed una efficace strategia di marketing. 

Una strategia che passi attraverso le Grandi corse a tappe e i team del World Tour, le classiche e così via e non semplicemente i tristi post sui social dove si vede qualcuno fuori un negozio in posa con la bici nuova. E questo significa affidarsi alla comunicazione in Europa e non in patria, lì son cresciuti a pane e Tik Tok e non gli togli dalla testa che coi social arrivi dappertutto. 

Si, ci arrivi ma non nel nostro mondo a pedali. Dove però già iniziano ad arrivare le avanguardie, grazie a nostrani importatori che molto stanno investendo nella comunicazione con testate più che disponibili, direi ben disposte. A prescindere.

Ma la principale domanda a cui è necessario trovare risposta per immaginare il futuro è: la Cina vuole realmente entrare in questo settore, quello delle bici top? Entrarci in modo massiccio, non con gli esperimenti commerciali attuali di importatori che stanno sfruttando stampa compiacente.

E siccome quando dico Cina intendo l’apparato politico e non i capitani d’industria, che non esistono e quelli che hanno provato a diventarlo sono stati subito ridimensionati, ecco la risposta: se vuole, tempo pochi anni e prenderà il sopravvento. 

Perché hanno capacità, denari, qualità produttiva, le spalle coperte.

Contando sulla propria forza, politica e industriale; e sulla nostra debolezza, politica e industriale.

Qui di seguito la versione video, questo il link diretto oppure miniatura in basso.

Buone pedalate

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