Un altro Giro senza Tadej Pogacar, serve cambiare la Corsa Rosa

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A Benidorm, località balneare della Costa Blanca, c’è stato il primo training camp della UAE.

Nella giornata dedicata ai media, la punta di diamante del team emiratino, ovviamente parliamo di Tadej Pegacar, ha svelato i programmi per la prima del 2026.

Per chi preferisce, c’è la versione in video.

Tra la voglia di portarsi a casa una Roubaix, magari una quinta vittoria al Tour e quante più corse monumento è possibile, quando gli è stato chiesto “Se dovessi scegliere tra Roubaix o un quinto Tour?”, il campione sloveno ha risposto: “Preferisco di gran lunga la Roubaix. Vincere, per la prima volta, l’Inferno del Nord sarebbe più grande che conquistare una 5a vittoria alla Grande Boucle”.

Incalzato: “E la Vuelta per completare la Tripla Corona?”

Se vinco la Roubaix e la Sanremo – ha ribattuto Tadej – “significherà davvero che avrò raggiunto la maggior parte dei miei obiettivi. A quel punto potrò concentrarmi sulla Vuelta.”

Attenzione all’ultima affermazione, si lega a quanto leggeremo più avanti.

Niente Giro nemmeno del 2026, e questo deve portarci a riflettere.

Il nuovo cannibale ha corso il Giro solo una volta, nel 2024, ha vinto sei tappe, si è tatuato la maglia rosa addosso per venti giorni, poi ha vinto il Tour giusto per farsi la doppietta e bye bye Italia.

Siamo d’accordo che il Tour è il Tour, la gara a tappe più importante del mondo.

Possiamo essere d’accordo, o almeno trovare un punto d’incontro, che non è la gara a tappe più importante del mondo per sua intrinseca difficoltà, tale da determinare sul campo chi è il ciclista più forte?

Ci sono state edizioni del Giro e della Vuelta dove percorsi e, va detto, condizioni climatiche difficili, hanno fatto apparire il Tour non voglio dire una scampagnata ma una Gran Fondo si.

Eppure il Tour è la gara irrinunciabile.

Giro e Vuelta li corri se hai tempo. O voglia. O necessità.

I big preparano la stagione come avvicinamento al Tour.

Tutto il circo del World Tour gira, letteralmente e con doverosa ripetizione, intorno al Tour.

Basta essere la corsa a tappe più antica, con i premi più alti, la miglior copertura mediatica?

Evidentemente si.

Però non vedo in Italia e Spagna alcuna voglia di scalzare i francesi dal loro primo gradino.

Un primo gradino che si sono costruiti, con impegno gli va dato merito, ma che nessuno ha mai cercato veramente di scalare.

Giro e Vuelta si sono sempre accontentati delle posizioni di rincalzo, in una pax sportiva che è però la negazione dello sport.

La negazione di uno sport fatto di fatica, dove la strada incorona il più forte, non gli sponsor, i media e tutti gli altri interessi economici.

Quest’anno il percorso del Giro è a tratti imbarazzante, modificato fino all’ultimo non so se per timore di altre disfatte meteo o per accontentare i Comuni ben disposti a finanziare per promuoversi.

E’ un Giro facile, detto fuor di metafora.

Vincerà il migliore, come sempre; ma il migliore tra i partecipanti, dove troppo spesso i migliori mancano.

D’altro canto un Giro troppo duro farebbe scappare proprio quei migliori che già non vengono perché un mese dopo c’è il Tour, altro per lo mezzo, insomma, non puoi arrivare Oltralpe con le gambe compromesse.

Di contro la Vuelta, che viene dopo, e spesso è bella tosta perché i Pirenei non perdonano nemmeno quando resti a quote basse, riesce comunque ad attrarre.

Vuoi perché chi al Tour non ha raggiunto i propri obiettivi cerca il riscatto, vuoi perché i francesi malgrado il loro gran parlare hanno scelto un percorso non proprio massacrante e son rimaste energie nelle zampette, vuoi perché a settembre in Spagna è ancora estate e mentre tu pedali la tua famiglia si gode la spiaggia, vuoi quello che ti pare resta il fatto che negli ultimi anni mentre la Vuelta diviene sempre più appetibile, il Giro nulla fa né per smuoversi dal suo fossilizzato gradino del podio.

Che però a lungo andare, forse nemmeno lungo, dovrà lasciare agli spagnoli.

Però prima di buttare la croce addosso a Tadej per l’assenza al Giro, prima che qualche leone da tastiera si sfoghi con offese al campione del tipo, come ho letto sui social, “se non vuole venire stesse a casa”, è doveroso ricordare che il primo a lanciare l’idea per dare al Giro l’importanza che merita è stato proprio lui.

Come? Semplice: “Invertiamo Giro e Vuelta, sarebbe meglio per il calendario e per i corridori” la proposta dello sloveno.

Posto che i francesi non li schiodi dal loro luglio, sia perché i Galli son testardi, attaccati alle loro tradizioni, sia perché quello è il loro mese di vacanze e sia soprattutto perché sono in posizione dominante e sarebbero scemi a cedere volontariamente spazio.

Posto che la Vuelta agli spagnoli sta bene dove sta, negli ultimi anni stanno vedendo crescere la partecipazione dei big proprio per il loro essere successivi al Tour, se il Giro vuole attrarre, attrarre di più, deve cambiare.

Cercando di tirare dalla sua proprio gli spagnoli per tentare questa rotazione.

Certo, visto che la Vuelta non ne avrebbe gran giovamento, bisognerebbe trovare qualcosa da mettere sul piatto della bilancia.

Magari un accordo con le squadre del Word Tour per garantire comunque la partecipazione dei big?

Magari una UCI che eserciti una moral suasion verso i francesi per cedere parte del loro dominio sui team?

Magari un accordo migliore per i diritti televisivi in grado di premiare chi quell’anno corre prima del Tour?

Non lo so, da cronista racconto e pongo domande, le risposte non sono mia competenza.

Lo sono i fatti e che il Giro perda appeal e tappe di montagna perché ormai, tocca il comune adagio “non esistono più le mezze stagioni” è un fatto.

L’inversione a settembre permetterebbe alla corsa Rosa di giovarsi di un clima sicuramente migliore, per riavere quelle tappe di montagna che hanno fatto la storia e l’epica del Giro.

Per dire, nel 2026 la cima Coppi sarà il Passo Giau. Che è bella d’accordo, ma poi basta, per evitare il pericolo neve.

Un altro fatto è che, come detto, il Tour detta legge dalla sua posizione dominante, la Vuelta conquista terreno, chi ha meno potere contrattuale è proprio il Giro.

In RCS lo vedono? C’è volontà di dare la dignità che merita a una corsa che in tanti amano? O basta far cassa e al diavolo il resto?

Ma, appunto, io ho il dovere delle domande, non delle risposte.

Che so non arriveranno.

Buone pedalate

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