[Test] Shimano XC5

Le conclusioni

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Le conclusioni

Ho sempre avuto un problema con Shimano, che siano trasmissioni o ruote o abbigliamento: cambia il prodotto, non cambia la sigla.

Da quanti anni abbiamo il Dura Ace? Appunto. Poi molti lettori mi scrivono, chiedendo “ho un Dura Ace, posso montare la cassetta XY?”.

E io che ne so? Dirmi Dura Ace e basta non è sufficiente, mi serve il codice. 

Il Dura Ace, per dire, è lì dal 1973, a sei velocità. Il nome è quello, ma cosa ha in comune con l’attuale 11v? E manco è sufficiente dirmi “ho l’11v”, perché c’è differenza tra le due ultime versioni, con la precedente che supporta fino al 28 contro il 30 di quella attuale.

Voi direte che c’entra con le scarpe; c’entra, e poi così magari smaltisco in anticipo qualche futura mail…

Ma non ho finito.

Ho anche un altro problema, più che con Shimano con la filosofia industriale giapponese.

I giapponesi hanno l’irritante tendenza a migliorare l’ottimo. E poi ogni X anni, secondo una cadenza tutta loro la cui motivazione mi è ignota, ti mettono sul mercato quel qualcosa che segna lo spartiacque tra un prima e un dopo.

Ora, finché ti piazzano la novità assoluta bene, quella è facile. Un nuovo standard di prestazioni o qualità, una tela bianca per te che lo devi recensire.

Però nel frattempo non stanno lì a bere Sakè tra i ciliegi in fiore, un libro e via a rilassarsi.

No, loro prendono un qualcosa di già più che soddisfacente, gli sistemano due o tre dettagli, a volte visibili ma più spesso no (non vi dico come andavo al manicomio quando mi occupavo di moto) e lo migliorano ancora.

Il che è un bene, senza dubbio: ma almeno cambiategli nome, così li distinguo!

In questo articolo non sapevo cosa inventarmi per differenziare nel testo le due XC5, la vecchia e la nuova. E infatti alla fine ho rinunciato, a parte averle definite un paio di volte “quella con i lacci e quella con il Boa”, ho sempre scritto vecchia/nuova.

Cara Shimano, abbi comprensione per un modesto scribacchino…

E abbiatela anche voi che mi leggete…

Ma non voglio abusarne e quindi riassumo.

Rispondendo a una domanda che sicuramente vi porrete alla fine del test: scelgo la vecchia o la nuova? E già, perché anche se la versione 2018 è sparita dal catalogo ufficiale (o sono io che non la trovo), nei negozi ancora c’è.

Contraddicendo l’adagio popolare, posso tranquillamente consigliarvi di lasciare la strada vecchia per la nuova, perché sono sicuro di cosa troverete.

Troverete una scarpa specialistica, dove però dobbiamo intenderci su come declinare questo suo carattere.

Vi dico subito che non è la scarpa da gara, quella dove la trasmissione dell’energia è tutto e poco importa se non ci fai due passi o il piede cuoce.

La sua specializzazione è nella estrema poliedricità, e non è un controsenso se capiamo a quale ciclista si rivolge.

La XC5 in versione 2021, come la sorella precedente, è perfetta per chi pedala molto, vuole comfort, vuole poter scendere di sella, vuole tenere il piede fresco; e quando ha voglia di pestare sui pedali non rinuncia a molto, perché la suola (e la scarpa nel suo insieme) garantisce la rigidità necessaria.

Non mi piace definirla una scarpa turistica perché è più di una turistica, è più performante; non posso però definirla un’arma da gara perché non lo è.

E’ la scarpa perfetta per il ciclista onnivago, quello che salta in sella alla sua Mtb o gravel, parte senza una meta, varia ritmo e passo a seconda dell’estro del momento, ferma la bici e si gode il panorama, torna a sera felice e rilassato.

Poi certo, in strada, da intendere sempre come gravel, quindi asfalto, strade bianche, sentieri compatti e veloci, ho avvertito di più la minor rigidità della suola rispetto a una scarpa con suola in carbonio o vetroresina rinforzata o altro, ma comunque indirizzata ad uso sportivo.

Il che non è limite delle XC5 proprio perché non si pone come calzatura che fa della prestazione la stella polare, piuttosto cerca, e trova, nella poliedricità la sua arma vincente.

Ma i giapponesi sono fatti strani, hanno deciso che la XC5 a lacci andava migliorata e hanno lavorato sull’unico punto (poco) debole senza intaccare i pregi emersi.

All’inizio credevo fosse solo il Boa, con la tomaia a costruzione Surround, a eliminare quella leggera cedevolezza della suola nella parte posteriore.

Poi pedalandoci sempre più ho capito che il rinforzo al tallone non è solo protezione dai graffi, contribuisce a irrigidire la struttura senza scalfire il comfort.

Sono scarpe decisamente a punto, centrano l’obiettivo rivolgendosi a una fascia di utenza che ama passare ore in sella, che non vuole rinunciare alle prestazioni, che cerca qualcosa capace di accompagnarlo da mattina a sera, anche durante le soste.

Come le sorelle più anziane, queste nuove Shimano XC5 non disdegnano la pedalata stradale, turistica. 

Questo le pone oltre il solo recinto della Mtb: il gravel con le sue infinite declinazioni, è terreno di caccia.

Non ho provato le RX800 della casa, studiate espressamente per il gravel, è vero. Ma se qualcosa riesco a capire osservandone le caratteristiche, lì è un gravel più sportivo, più ricerca della prestazione durante l’uscita.

Con le XC5 ti godi un gravel (o una Mtb) più rilassato, più alla ricerca di posti nuovi che la velocità impiegata nel raggiungerli.

E se poi parte la scimmia, il loro dovere lo fanno, perché l’energia è trasmessa benissimo per una suola grado 7.

In definitiva una scarpa specialistica che interpreta la sua specializzazione proprio nell’offrirsi alla massima polivalenza d’utilizzo.

Costruita con materiali di qualità, soluzioni tecniche moderne, il plus del Dynalast, la praticità del Boa.

Vorrei dire difficile fare meglio, ma temo di essere smentito dai giapponesi da qui a breve…

Sul mio canale YouTube potete trovare anche la videorecensione.

I link

Shimano calzature

Shimano XC5

Recensione Shimano XC5 2018

Buone pedalate.


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