Per un pugno di like

Tempo di lettura: 2 minuti

E vabbè, sto ancora riavviando tutto, potete concedermi qualche divagazione 😀

Leggo dai quotidiani, tra una votazione e una Brexit, che il re incontrastato dei social starebbe valutando di eliminare i like.

Beh, a parte che io eliminerei Facebook, la mossa mi sembra del tutto inutile.

O almeno del tutto inutile a raggiungere lo scopo dichiarato, cioè l’invidia dei like, l’ossessione direi io.

Già, perché non renderli visibili agli altri naviganti non significa renderli invisibili al mondo intero, quello che sui like fa affidamento per gli investimenti pubblicitari.

Insomma, detto terra terra è come nascondere la polvere sotto il tappeto.

Che c’entra tutto questo con un blog di biciclettine?

C’entra perché questo è, appunto, un blog: che vive sulla rete, nella rete e che volente o nolente con queste strategie di marketing deve farci i conti ogni giorno.

Poi certo, potrei scegliere di limitarmi a raccontare i fatti miei, senza test e con qualche articolo tecnico se mi capita l’occasione (cioè il blog degli albori, quando non aveva né dominio né spazio proprietari) e azzerare o quasi i costi di gestione; potrei.

Oppure posso continuare sulla strada del blog che avete imparato a conoscere e, credo, ad apprezzare; e per il quale serve il fattivo sostegno delle aziende, col tramite degli uffici o agenzia di stampa o degli uffici marketing interni.

Che, più o meno bonariamente, mi rimproverano la mia scarsissima presenza sui social.

Mi diverte Instagram, anche se in quel mare magnum di belle figliole con radioso futuro dietro le spalle non posso certo competere con i loro numeri.

Non che la cosa mi interessi, come spiegai una volta a una assai intelligente fanciulla che cura la comunicazione di vari marchi del nostro mondo a pedali “scusa, ma dopo che le hai messo il casco in testa e quella si fotografa dall’alto col decolletè esplosivo in bella mostra, credi che esista un solo ciclista maschio sano di mente che guardi il casco?”.

Appunto. 

Non amo Facebook, che utilizzo giusto per inviare, da qui (cioè direttamente dal pannello di controllo del blog) le brevi anteprime degli articoli che pubblico. Si ok, ultimamente anche per postare qualche sciocchezza per prendere per i fondelli l’attuale ceto politico, e questo la dice lunga su quanto sia esasperato dal clima del momento.

Il mio non è (solo) un rifiuto ideologico, alla fine il problema non è il mezzo ma l’uso che ne facciamo: piuttosto è rifiuto editoriale.

Ditemi voi che senso ha per una pubblicazione che ha scelto la via dell’approfondimento star lì a inseguire un pubblico per la quasi totalità estremamente frettoloso, che scorre in modo compulsivo pagine e pagine per sapere chi ha mangiato cosa, chi tromb…ehm, scusate, chi frequenta chi e come dormono beati il gatto o il cane di turno? 

Appunto, e sono due.

Quindi teoricamente l’eliminazione dei like, quantomeno la loro visibilità, dovrebbe essere buona cosa per me che quando un ufficio stampa me ne chiede conto io sto lì a tirare la manfrina contro l’inutilità di Facebook.

Invece no, perché in realtà non sono visibili agli altri frequentatori del social, non certo alle aziende.

Ed è ovvio, Facebook guadagna sulla pubblicità, deve avere dati da offrire agli inserzionisti e permettere loro di collocare gli spot lì dove hanno ragionevole certezza di ottenere il miglior seguito.

E’ una spirale viziosa da cui non si esce: perché negando (leggi: eliminando realmente) i like, Facebook negherebbe se stessa.

Quindi la mossa dell’invisibilità al pubblico è pura e semplice ipocrisia.

Come se ne esce? Ci si può rifiutare, si può decidere di non far parte di questo circo.

Con la consapevolezza che si rinuncia a una notevole fetta di visibilità, una mossa suicida che per chi ha necessità di essere trovato.

Da più parti mi si consiglia di investire proprio su Facebook, di essere più presente se non addirittura acquistare pubblicità.

No, se posso evitarlo, lo evito.

E’ come quando iniziai le mie due professioni, avvocato e giornalista, anche se per la seconda sono pubblicista: scelsi da avvocato di seguire solo determinati settori, esclusi da subito la criminalità organizzata, la pedofilia, i reati contro le persone più deboli, accettando di occuparmene solo dall’altro versante, quello delle vittime; scelsi da giornalista di avere come unico faro i lettori e il mio sacrale rispetto per loro e per la verità, finché riesco a trovarla.

Rinunciando, di fatto, a una cospicua fetta di guadagni, soprattutto se lavori nel Sud Italia e quindi la platea quella è a frequentare le aule di Tribunale (mai di giustizia, concetto diverso).

Eppure qualche crepa c’è, perché seppure poco, molto poco, anche io uso Facebook. Con moderazione.

Quando un amico si lamentava che la sua disciplina sportiva non godesse delle stesse attenzioni del calcio malgrado i nostri colori da anni si collocano nella fascia alta della classifica, gli risposi che basterebbe smettere di seguire ogni accidenti di partita di pallone, crollerebbero gli ascolti e nessuno investirebbe cifre folli, che poi alla fine sostituiscono lo sport col business.

Se anche noi smettessimo di passare ore a compulsare i social, entrando in crisi se non c’è campo, a tenere il conto dei like (perché saranno – se lo saranno – invisibili agli altri, non a noi) e credere a ogni minch… ehm, scusate di nuovo, sciocchezza che da lì arriva manco fosse l’oracolo di Delfi, ecco, probabilmente il problema dei like manco si porrebbe.

E sarebbe un vantaggio per tutti, non solo per chi come me è costretto a farci i conti e ha scelto di fregarsene bellamente, lasciando che siano i contenuti a parlare e non qualche pollice in più.

Si, per tutti: perché mica chi ha più like ha ragione, come ha creduto qualcuno tra un drink e una diretta (ovviamente) Facebook, ça va sans dire…

Buone pedalate

Ps; ok, prometto che in futuro parlerò solo di bici. E’ che avevo costruito un supporto per fotografare il nuovo telaio ma flette troppo e non posso creare l’immagine a 360 gradi. Questa cosa mi ha demoralizzato, è irritante quando credi di aver avuto una buona idea e poi scopri che è una boiata…

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
Se l’articolo che stai leggendo ti piace, condividilo sui tuoi social usando i pulsanti in basso. E’ facile e aiuti il blog a crescere.

COMMENTS

  • Samuele Gaggioli

    Spolliciata su 😀
    Seriamente, c’è più contenuto e verità in questo post che nel 95% di quel che si legge o si sente in giro…

  • Stefano

    Metto un “Like”..anche se non sono iscritto al “Feisbuk”. I “Social”; eccezionale strumento, utilizzati pessimamente…

Commenta anche tu!