Non avete vergogna. Senza punto di domanda

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Non è la prima volta che stigmatizzo i comportamenti sui social, sia di siti/testate più o meno giornalistiche che dei singoli utenti, i soliti leoni da tastiera.

Da un lato il modo in cui vengono sfruttate le notizie, non per informare, ché questo sarebbe il dovere di un giornalista, ma per acchiappare click; dall’altro la mediocrità di chi interviene convinto della totale impunità e col solo scopo di vomitare veleno per dimenticare, ovemai ne avesse contezza, la propria nullità morale e intellettuale.

La morte di Tonelli non salva nessuno, emblematica di comportamenti da denunciare, combattere, sempre e ovunque.

Ricostruiamo la vicenda, non nella dinamica ma nella sua narrazione.

Andreas Tonelli è un biker, deceduto in seguito alla caduta in un dirupo mentre era in sella. 

Un incidente, un errore di guida, una svista, una disattenzione: non lo sappiamo.

Sappiamo però che non è morto per un selfie o un like, come ci si è affrettati a dire da più parti.

La morte di Andreas ha fatto notizia: perché?

Ogni giorno muoiono ciclisti, assassinati da chiunque guidi un veicolo a motore, a due o quattro ruote; persone convinte che la strada sia loro, esclusiva. Persone che viaggiano perennemente con qualche action cam in funzione, pronte poi a pubblicare brevi video che immortalano ciclisti la cui unica colpa (gravissima, per loro) , è stare usando la medesima sede stradale. Persone che, lo rivendico, non esito a sbeffeggiare sbattendogli in faccia tutta la loro mediocrità ogni volta in cui ci mi imbatto.

Quindi perché Andreas ha occupato tutte le prime pagine? Perché aveva decine di migliaia di followers.

In un’epoca in cui se non hai followers non esisti, in cui le notizie vengono pubblicate non per il loro valore ma in funzione dei click che possono intercettare, Tonelli è perfetto allo scopo.

Ne avesse avuti due, non fosse stato presente sui social, non avrebbe ricevuto nemmeno un trafiletto.

Qualcuno potrebbe obiettare che la rilevanza è data dall’essere personaggio pubblico. Obiezione sbagliata, il personaggio pubblico affinché meriti essere notizia deve avere una rilevanza data dal ruolo o funzione, non basta avere buon seguito sui social. Questa la regola che mi insegnarono quando mossi i miei primi passi in una redazione, riadattata giacché all’epoca i social non esistevano.

Anche giornalisti di discreta levatura sono caduti nel gioco, sbagliando pure loro.

Mi ha colpito, sfavorevolmente ovvio, un improbabile parallelo, ben ricco di citazioni colte a supporto, con altro drammatico episodio di cronaca: la morte di una adolescente schiacciata da un masso staccatosi mentre scalava una modesta parete rocciosa per catturare con le amiche il selfie migliore. 

Due vicende, la morte di Tonelli e della ragazza, presentate come paradigmatiche dell’ansia da social, della necessità di pubblicare per apparire altrimenti non si è, con ampio corredo di teorie psicoanalitiche per sfoggiare l’aver letto qualche opuscolo. Tutte e due forzatamente fatte rientrare nel fenomeno del death selfie, come se Andreas e la giovane avessero volutamente messo a rischio la vita per una foto a effetto.

Che sottintende: se la sono cercata.

Mi ha disgustato vedere lanciato, da molti, forse tutti, un video di Tonelli nella sua ultima pedalata. Ignoro, giacché mi sono rifiutato di cliccare, se riprenda come urlato nei titoli la fatale caduta di Andreas.

Sia presente o meno non importa, in ambedue i casi non è giornalismo.

Se la sequenza c’è, l’unica legittimata a eventualmente visionarla è la magistratura per accertare le cause, non una pletora di squallidi voyeur.

Se la sequenza non c’è gli squallidi sono quelli che lanciano il video pur di catturare click.

E poi c’è l’altro lato della barricata, quelli che tentano di colmare il vuoto della propria esistenza dando addosso a chiunque sui social.

Persone così son sempre esistite, solo che, come giustamente sostenne Eco, le loro sciocchezze erano confinate nella ristretta platea di un bar.

Ho dato una scorsa, confesso breve ché sapete son delicato di stomaco, e mi è bastato.

Qui rilevo un cortocircuito, impossibile da notare per una moltitudine di analfabeti funzionali.

Accusano Andreas di essersela andata a cercare, di essere morto alla caccia di un mi piace proprio quelli che imperversano con commenti in ogni dove nella speranza che qualcuno li legga, magari gli affibbi un pollice in su e, massima aspirazione, condivida in giro per i social.

La loro è ansia di apparire, di esserci a qualunque costo su un social perché altrimenti non esistono: nel senso che non hanno una vita.

Il mio professore di filosofia era persona assai pacata, non usava punirti con un voto sul registro, preferiva mostrarti le tue pecche. Una volta lo sentì pronunciare a uno studente poco brillante un lapidario: “…, quando morirai comprenderai di non essere mai nato”.

E’ una frase che mi è rimasta scolpita, son passati 40 anni ma me la recito ogni giorno, però a mo’ di domanda, sperando sempre che la risposta mi piaccia.

Io non conoscevo Andreas se non da qualche suo video. Ne ho ricavato l’impressione di un appassionato, tecnicamente molto capace (checché ne dicano i mediocri leoni da tastiera pronti a impartire lezioni di guida, gli stessi che intervengono nei miei video per spiegarmi quello che ho detto), e soprattutto non uno pronto a sfidare la morte per un like.

La retorica di bassa levatura usa dire in questi casi che è morto facendo ciò che amava.

Io ribalto e dico che è vissuto facendo ciò che amava.

La sua colpa? La popolarità. Il suo merito? La popolarità.

In questo perverso meccanismo dei social dove un giorno ti osannano e quello dopo ti condannano, per le stesse cose.

Ma non dirò che la colpa è dei social in quanto tali, questi sono solo strumenti.

La colpa è personale, strettamente personale.

La colpa è di chi cavalca senza vergogna qualunque umana vicenda pur di creare audience.

La colpa è di chi sfoga la propria mediocrità insultando e gioendo per le altrui disgrazie, perché la loro vita è ben più disgraziata.

La colpa non è della società, della scuola, della Chiesa o qualunque altra entità o istituzione venga tirata in ballo per autoassolversi.

La colpa è dei singoli, sempre. 

Sono loro a non avere alcuna vergogna.

In chiusura vi lascio anche la versione video, anticipando una possibile obiezione: dopo questo pistolotto pubblichi anche tu su un social, visto che You Tube lo è a tutti gli effetti?

Rispondo: come detto prima il problema, la colpa se vogliamo, non è del mezzo ma delle persone. Giudicatemi sui contenuti, non su dove li pubblico.

Questo il link diretto, altrimenti miniatura in basso

Buone pedalate

COMMENTS

  • <cite class="fn">morescopiero</cite>

    Ciao
    Premesso che in questi casi solitamente mi astengo assolutamente nell’ esprimere giudizi perché le disgrazie richiedono solo rispetto.
    A metà articolo hai riportato il luogo comune spesso sostenuto ….. se la sono cercata.
    Io direi invece, sarà anche per deformazione professionale e in modo più ingegneristico, non hanno valutato correttamente il rischio.
    Cosa che per il biker estremo poteva/doveva rientrare anche nei criteri della propria professione.
    Nel caso della ragazza travolta dal masso non era una questione professionale ma non arrivo ad attribuire la responsabilità ai social.
    Sempre e comunque una valutazione errata del rischio.
    Andare oltre a cercare il perché il per come è il per chi allunga inutilmente un brodo che ormai è già cotto. Purtroppo.

    • <cite class="fn">Elessarbicycle</cite>

      Ciao, a metà articolo riporto il luogo comune che altri riportano, per denunciarlo. Come denuncio l’errore di attribuire all’ansia da selfie la drammatica vicenda della giovane deceduta. Visto che il tema del mio intervento è stigmatizzare la cattiva informazione e la speculazione sulle disgrazie, a scanso di frettolose letture/interpretazioni, val la pena precisare.

      Fabio

      • <cite class="fn">morescopiero</cite>

        Difatti ho scritto “hai riportato”.

        Con il mio commento ho voluto darti un’altro spunto di lettura che viene sistematicamente ignorato ma che potrebbe tagliare tante inutili polemiche.

  • <cite class="fn">Rinaldo Fossati</cite>

    Si ma anche tu fai un sacco di discorsi retorici!

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