[News] Chiude la squadra Arkéa ed è un brutto segnale

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La squadra francese del World Tour Arkéa-B6B Hotels sta chiudendo.

Non una squadra di primissimo piano ma solo se guardiamo il dato economico. Di ottimi livello se guardiamo agli atleti, tra le sue fila hanno gareggiato Barguil, Quintana e Gesbert. 

Una vittoria di tappa al Tour del 2024, buoni piazzamenti in due anni, insomma, non l’ultima venuta.

Ma nemmeno una corazzata come per esempio la Ineos o la UAE. Che dispongono di budget quasi infiniti, impensabili anni fa.

Già, i budget.

Una squadra delle dimensioni della Arkéa-B6B Hotels deve stanziare tra i 20 e i 25 milioni di euro per una stagione. Non si tratta solo di stipendi: dietro ci sono logistica, tecnologia, ricerca scientifica, strutture mediche, staff e viaggi. Parliamo di almeno 150 persone per una squadra media, molti di più per le top.

Dove prendono i soldi? Dagli sponsor.

Che succede se lo sponsor si ritira? Si chiude la baracca. Ossia quello che sta succedendo appunto alla Arkéa-B6B Hotels, dove il venir meno degli sponsor, l’impossibilità di trovarne altri entro il 15 ottobre (data ultima per presentare la documentazione all’UCI), non ha altra soluzione che la chiusura.

Uno dirà che è la normale legge di mercato, ed in parte è vero.

Quello che c’è di sbagliato è il modello di business che ruota intorno al ciclismo professionistico.

Abbiamo costi da sport ben più seguiti, ci sono team che sforano i 50 milioni di euro annui, con fonti di entrate praticamente monocorde: gli sponsor, punto.

Non arrivano soldi dai diritti tv, non c’è una sana strategia di marketing, manca il merchandising, non si organizzano eventi che coinvolgono pubblico e potenziali investitori e così via.

Ci si affida a uno, due sponsor e finisce lì. Se però lo sponsor non è un fondo d’investimento carico di petrodollari e con le spalle coperte da qualche Stato voglioso di far vetrina e se il ritorno in termini di immagine non giustifica l’investimento così alto, allora il rubinetto si chiude.

In un modo dove l’87% del finanziamento arriva dagli sponsor, beh, è il classico gatto gatto che si morde la coda, non se ne esce senza cambiare passo e mentalità.

Altrimenti il rischio, per questo nel titolo scrivo che la chiusura è brutto segno, è trasformare sempre più il ciclismo professionistico in un mondo diviso per censo, dove chi ha più soldi comanda e vince, chi ne ha meno può solo stare a ruota. Senza che siano i risultati, gli atleti, lo sport insomma a decidere i reali valori in campo.

Non ho tutte le risposte né ricette miracolose, però, per esempio, mi chiedo perché nel ciclismo professionistico siano praticamente assenti sponsor legati alle politiche green. 

La bici è per sua essenza il veicolo ecologico per eccellenza, un top team ha il nome di un minaccioso 4×4, un altro è l’emblema dei soldi fatti con gli idrocarburi.

Avere i grandi Giri con poche squadre alla partenza non conviene a nessuno, nemmeno ai top team. Perché non prevedere una più equa ridistribuzione dei (pochi) diritti tv, un fondo comune o una sorta di consorteria tra team, meccanismi che limitino spese e, perché no, alcuni stipendi forse eccessivi?

Qui non si vuole prendere dei ronzini e farli passare per purosangue: solo evitare, o almeno sperare di evitare, che il nostro amato sport sia deciso solo dalla forza del conto in banca e non da quella sui pedali.

Il video a questo link, oppure in basso.

Buone pedalate.

COMMENTS

  • <cite class="fn">Damiano</cite>

    Buongiorno,
    azzardo un commento sul tema degli sponsor green: la motivazione attuale di avere sponsor di aziende di idrocarburi è il tema dell’immagine. è un’industria che soffre di (giuste) pesanti accuse alla propria immagine dovute alla diretta responsabilità accertata della crisi climatica e degli impatti sulla salute. Investire sull’immagine non è opzionale per loro, è questione di sopravvivenza. Come per le industrie del tabacco, per fare un parallelo. Le industrie green potrebbero farlo, certo, ma forse al momento non ne avrebbero un beneficio di immagino così rilevante o un ritorno economico così essenziale. Probabilmente preferiscono investire in campagne di tipo diverso. Certo sarebbe bello avere mobilità green in uno sport dove il codazzo (eccessivo a mio parere) di moto giornalistiche, macchine ammiraglie e di supporto, etc, è spesso più lungo, imponente e inquinante degli stessi tifosi…

    • <cite class="fn">Elessarbicycle</cite>

      Ciao Damiano, sicuramente la politica del green washing è ampiamente usata. Io però spero che anche aziende che investono nell’ambiente possano essere interessate.
      Per il codazzo: hai ragione.

      fabio

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