Met Crossover

La prova su strada

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La prova su strada

Quando seleziono materiale che mi appare interessante per un test non tengo mai conto delle mie preferenze personali ma punto solo a rispondere alla domanda: è un argomento utile per i ciclisti?

Ogni tanto però l’appassionato prende il sopravvento sul giornalista. Una di queste (rare) volte è stato proprio con Met Helmets: volevo recensire il Trenta Carbon.

Che in breve tempo è diventato uno dei miei caschi preferiti, indosso sempre lui quando necessità fotografiche non mi impongono altri modelli. 

La mia testa, anzi la mia capoccia, si è talmente abituata a godere del comfort sopraffino di questo casco top che ogni volta ne indosso un altro subito avverto la differenza.

Quindi potete immaginare con quanti dubbi ho infilato in testa il nostro Met Crossover, che costa un quinto del fratello lussuoso.

Ma sono bastati pochi minuti e subito ho preso confidenza con questo simpatico caschetto. Non sto dicendo che è come avere il Trenta.

Però di sicuro il comfort è alto, decisamente superiore a caschi di analoga fascia di prezzo.

Ho sentito la mancanza della regolazione longitudinale ma poi mi sono reso conto, guardando anche a come ho impostato gli altri caschi Met, che è stata mancanza psicologica e non funzionale.

La fascia alla nuca avvolge bene, è molto comoda e serrandola non ti senti la zona frontale che viene compressa. Avvolta ma non schiacciata.

La sua posizione alta rende il casco compatibile con la coda di cavallo, appunto che farà piacere al pubblico femminile. O agli attempati maschietti che giocano ancora a fare gli alternativi…

Il taglio alto sopra le orecchie permette di infilare/sfilare con facilità gli occhiali senza lasciare troppo esposta una zona importante.

 

I divider a clip sono una vecchia conoscenza ormai e ne ho sempre apprezzato sia la tenacia che la facilità di regolazione.

Soprattutto la prima, perché diversamente dai divider a fibbia, questi li regoli una volta l’anno. 

Per la seconda ho impiegato qualche secondo in più del solito; del solito rispetto ad altri caschi Met. Forse una differente regolazione in fabbrica che mi ha richiesto un paio di verifiche in più.

Col casco finalmente in testa, tre gli aspetti che mi interessava testare: comfort, aerazione e visibilità nella guida a visiera montata su bici di impostazione sportiva e gravel. Cioè schiena inclinata di almeno 45 gradi e quando pedaliamo così sappiamo che la visiera può costituire un ostacolo, obbligandoci a una innaturale torsione del collo.

Rispondo subito all’ultimo aspetto: visibilità perfetta, quindi campo sempre libero senza rinunciare alla piacevole ombra offerta dalla visiera, utile a bloccare i raggi del sole che potrebbero abbagliare.

Forse a qualcuno sembrerà un aspetto marginale. Per me no, questo blog ha nella testata il motto “la vita sui pedali”. Che significa anche cercare soluzioni ai problemi quotidiani. E chi è miope, per esempio, sa quanto la luce forte sia fastidiosa. Spesso si cerca di risolvere col cappellino sottocasco, che però significa anche rinunciare a una efficace ventilazione. Per questo ho apprezzato molto la visiera.

Continuo a ritroso, quindi visto che l’ho appena nominata, parliamo dell’aerazione.

Molto abbondante il flusso frontale. Uscendo col fresco del primo mattino, cioè di questi tempi in cui scrivo intorno ai 10 gradi (c’è sempre netto anticipo della scrittura rispetto alla pubblicazione), andando spediti arriva fin troppo freddo. Il che è un vantaggio quando la temperatura sale.

Infatti col caldo e in salita, quindi bassa velocità, avere tanta aria a rinfrescare i pensieri fa sempre piacere.

Non ho avvertito un netto apporto alla ventilazione per quanto riguarda la presa superiore.

Posizione in sella poco favorevole al flusso ma anche la forma semplice della presa stessa non aiutano.

Vero che con tutta l’aria che arriva dalla zona frontale e dalle efficaci aperture laterali, quelle alle tempie, che hanno mostrato una portata superiore a quanto la ridotta dimensione fa supporre, si viaggia sempre al fresco. Immagino anche in questo alla fine sia colpa di Met Helmets che mi ha ben abituato con le prese superiori a effetto Venturi. Presa che per ovvie ragioni di costi qui è assente.

Efficace l’estrazione, non si forma condensa e il casco asciuga subito anche dopo una lunga salita col caldo forte. 

In uso urbano, quindi andature modeste che non aiutano la ventilazione, si ha la certezza di arrivare al lavoro asciutti, senza i capelli una massa schiacciata. Che non è un bel vedere, diciamolo… 

Quindi promossa l’aerazione nel suo complesso.

E infine il comfort.

Dove ancora una volta entra in gioco la questione del prezzo finale: sappiamo bene quanto i caschi più economici non brillino proprio in questo aspetto.

Non così con il Crossover.

Devi essere abituato a indossare solo top di gamma per accorgerti delle differenze.

Piccole differenze e meno male che ci sono, altrimenti dovrei chiedermi perché spendere centinaia di euro per un casco…

Sotto la voce comfort rientrano più aspetti, non solo la calzata.

Per esempio se compare fastidio dopo ore in sella o se la traspirabilità (diversa dall’aerazione) è buona oppure alla prima sudata il casco resta umido per tutta la giornata.

O ancora se il sottogola sia troppo rigido o la fibbia prema troppo obbligandoci ad allentare la regolazione, a discapito della sicurezza.

O ancora se i divider siano malfatti non permettendo ai cinturini di avvolgere le orecchie ma premendo su esse.

Insomma, tanti aspetti da verificare in una unica voce.

Fino ad oggi mai mi ero trovato male con un casco Met, che fosse al top o inserito nella fascia di prezzo più accessibile.

E nemmeno stavolta ho incontrato problemi. 

Aerazione ottimale e buona qualità del tessuto interno garantiscono testa subito asciutta.

Il sottogola non infastidisce o irrita; manca una pattina morbida e questo è l’unico punto su cui avrei osato di più, a dispetto del prezzo finale.

I cinturini si regolano bene, i divider trovano subito la loro giusta posizione e non esercitano fastidiosa pressione.

La calzata è confortevole, lunghe ore in sella e quando ti fermi non senti la necessità di toglierlo. 

Ho maldestramente graffiato la zona posteriore quando sedendomi all’ombra di un edificio ho poggiato la testa al muro. Non mi ero reso conto di non aver tolto il casco…

Quindi promozione su tutti i punti, possiamo andare alle conclusioni.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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