Le bici di una volta erano più semplici?

Tempo di lettura: 3 minuti

E’ vero che le bici di una volta erano più semplici? Si ma anche no.

Per provare a capirlo dobbiamo scomporre su diversi piani: il primo montaggio, la manutenzione, l’utilizzo e la compatibilità.

In ognuno dei primi tre settori il progresso a favore della facilità, che non è sempre sinonimo di semplicità, è stato tangibile; nell’ultimo assai meno.

Al solito per chi preferisce c’è il formato video.

Chiunque tra noi abbia qualche anno sulle spalle ricorderà quanto tempo impiegavamo a montare un telaio da zero: circa due ore malgrado alcuni passaggi, per esempio installare le guaine e i cavi, fossero più veloci di quanto richiede ora un telaio a passaggi interni (ma va detto che se è studiato bene è quasi altrettanto rapido), contro i 45/50 minuti che servono adesso. Un’ora se ce la prendiamo calma.

Non sono tempi a casaccio, sono quelli che impiegavo io e che impiego adesso. Tranne se devo fotografare o filmare, l’ultima volta mi è servita una settimana a montare una bici…

Serie sterzo integrata, due cuscinetti e un velo di grasso e hai fatto, senza attrezzi; i freni a disco li colleghi, togli aria in eccesso e son pronti; la trasmissione, soprattutto se è elettronica, la regoli in una manciata di secondi senza nemmeno avere chissà che esperienza.

Qualcuno ricorda cosa significava regolare un set di cantilever per ottenere una frenata decente? Lunghezza cavetto, angolo, incidenza delle tacchette, tensione molle e non uno alla volta e basta ma ognuno in armonia con gli altri. Che spesso significava doverci mettere le mani più volte fino a trovare il giusto setup. Ti andava via anche un’ora.

Poi si, c’erano e sempre ci saranno quelli che “attacchi un cavetto e via”; salvo poi lamentarsi che non frenano.

E il tempo in più che se ne andava coi movimenti centrali a calotte registrabili? Per non dire di quello che se andava dopo, acqua e sporco entravano con l’irruenza dei giovanotti alla prima vacanza da soli, stavi ogni due e tre a smontare, pulire, ingrassare, registrare.

Adesso avviti o pressi due calotte, stop.

Quindi, in termini di tempo montare da zero un telaio fino alla bici pronta per pedalare, adesso è decisamente più veloce e anche più facile in molti passaggi. Che significa aver seguito una linea di sviluppo che ha tenuto conto delle esigenze in catena di montaggio, più bici finite in meno tempo.

Che uno sia meccanico professionista o semplice amatore servono utensili specifici ancor più di prima e serve tenersi aggiornati, nel senso che la procedura che si usava prima ora non vale quasi più. Pensiamo a quando Sram introdusse il deragliatore YAW, che richiedeva una regolazione del tutto diversa a quanto fatto fino a quel momento.

Tanti, troppi, e tra questi pure meccanici professionisti, non lessero le istruzioni, lo regolavano come si faceva prima, non funzionava e davano la colpa a Sram. Che per una volta era innocente. Non era difficile, solo che ignorandola si sbagliava e si gridava alla difficoltà per camuffare la propria ignoranza.

E questo ci porta al secondo piano: la manutenzione. Quella ordinaria è più facile adesso, malgrado molti siano convinti del contrario. Ma non chi le mani sulle bici le mette davvero e lo fa da anni.

Però nemmeno qui è principio assoluto, nel senso che alcuni passaggi anche se semplici richiedono maggiore attenzione. Per esempio registrare una trasmissione a 12 o 13 velocità è uguale a prima come tecnica (non per il deragliatore ma è ugualmente facile, una volta accettato sia diverso), perdona meno la faciloneria. Sia per le tolleranze minime che per la differente gamma rapporti, le cassette con pignoni assai grandi pretendono precisione. Un cambio a 5 o 7 velocità attaccavi cavetto, tensione, magari manettino non indicizzato, ci riuscivano (quasi) tutti al primo tentativo.

Resto ancora sulla trasmissione per sfatare il mito della complessità delle trasmissioni elettroniche: sono, ad oggi, di una semplicità e banalità, sia di prima regolazione che successiva manutenzione, disarmanti.

Come anche la manutenzione dei freni a disco, altra bestia nera dei nostalgici: averne cura è un attimo, l’attrezzatura costa poco tranne per gli impianti Sram, ho mostrato e dimostrato in tanti video quanto sia veloce e facile. L’unico vero limite è la mancanza di uno standard comune che impone avere kit adattatori per le singole marche e spesso, con alcune case, per diversi modelli della stessa azienda.

Molti si lamentano della serie sterzo, perché ritengono che coi cavi integrati sia più difficile. In realtà curare una serie sterzo moderna è più semplice, ma molto più semplice e quello dei cavi integrati (che impedisce di rimuovere la forcella senza staccare il freno anteriore) è un falso problema.

Nel corso degli anni passati me ne capitavano di bici con serie sterzo rovinate, di quelle a calotte e cuscinetti sciolti o ingabbiati e dado e controdado di regolazione. Perché entrava sporco, perché venivano serrate male, per tanti motivi. Ora apri, pulisci l’esterno, grasso, richiudi.

Se hai da cambiare i cuscinetti basta programmare l’intervento insieme ad altri, per esempio la sostituzione delle tubazioni idrauliche (mica sono eterne) e fai quello e quell’altro. Con intervalli assai più lunghi di prima.

Diciamo che la semplicità di manutenzione delle bici di una volta è più percepita che reale: nel senso che meccanicamente erano davvero semplici, tutto a vista, davano l’impressione che chiunque potesse metterci le mani. Ma ottenere il funzionamento perfetto era più difficile prima e soprattutto servivano assai più cure. Chiedete a qualunque meccanico sopra la cinquantina.

E in molti casi erano realmente più difficili, penso a certi mozzi posteriori che per smontarli dovevi essere un orologiaio. Ora, tranne alcuni casi, due tappi a pressione, a volte un estrattore cuscinetti, li cambi e via in pochi minuti.

Terzo piano in esame: l’utilizzo. Per favore, non ditemi che i manettini al telaio non indicizzati erano più semplici da usare: non è vero.

Dovevi muoverlo il giusto, spesso dopo la cambiata tornarci sopra perché la catena grattava; e se avevi la tripla davanti, beccare la deragliata giusta era una scommessa ogni volta.

Poi si, dopo settimane d’uso riuscivamo a memorizzare di quanto spostare la leva e veniva meglio ma vogliamo mettere con il premere una levetta al manubrio? O un pulsante elettrico? 

Le bici moderne si sono evolute, tutte. Una volta solo corsa e condorino per gli sportivi, da città in versione uomo o donna e la cosa finiva lì.

Ora hai solo l’imbarazzo della scelta, con bici anche molto sportive decisamente più comode ed ergonomiche (la piega italiana anni 70/80 la ricordate?) e ognuno trova facile quello che fa al caso suo.

Il quarto piano in esame è quello invece con luci e ombre.

Giocoforza il progresso passa attraverso cambiamento e sperimentazione; però a volte si cambia solo per cambiare, solo per distinguersi e non per reali necessità tecniche.

Pensiamo, per esempio, ai reggisella. D’accordo la necessità di diametri diversi per adattarsi alle differenti tubazioni, ma abbiamo una pletora di misure che non trovano effettiva giustificazione. Così come le forme diverse, uniche. Comprensibili su bici molto specialistiche, per esempio una bici da crono o per le top che rincorrono la migliore penetrazione all’aria ma le altre? Significa impedire al ciclista di personalizzare, di far sua la bici.

Però l’esempio più eclatante di questo passo indietro è la dimensione della scatola movimento.

Vero che la BSA adesso mostra i suoi limiti su bici più performanti ma possiamo mai avere decine di misure diverse? E poi all’interno della stessa misura, movimenti a calotte con le ghiere diverse, quindi utensili diversi.

No, il vero progresso sarebbe, anzi è, la via della standardizzazione, del formato comune con poche eccezioni per usi più specialistici. Aiuterebbe ciclisti, meccanici e aziende, come sempre successo quando si adotta uno standard comune.

Non significa fermare la sperimentazione, che si tradurrebbe nel bloccare il progresso: significa lasciar sedimentare un nuovo standard, verificare che effettivamente dia benefici, accordarsi tra i produttori per adottarlo, senza cambiarne uno ogni sei mesi e poi accantonarlo.

Ancor più grave quando un nuovo standard viene introdotto non per sua intrinseca superiorità ma solo per tagliar fuori la concorrenza: non potendolo fare sulla qualità si cercano altre vie, giocando su telai che possono montare solo quella marca. Un danno per i ciclisti e, nel lungo periodo, per tutti i soggetti coinvolti.

Dire che le bici di una volta erano più semplici, come avete visto, è sbagliato per molti aspetti.

Come ho detto prima, è la percezione che fossero più semplici ma quando dovevi per davvero metterci le mani no che non lo erano. Alcune operazioni di ordinaria manutenzione non erano più semplici, non più semplici di ora. Diciamo che perdonavano l’errore, nel senso che comunque funzionavano in maniera discreta se sbagliavi, adesso l’errore risalta di più. Ma questo non significa che fossero più semplici.

Richiedevano attenzione, conoscenza, esperienza, esattamente come ora.

Forse l’aspetto più importante, che molti sottovalutano, è la velocità con cui le bici si stanno evolvendo. Fino a circa 15 anni fa, almeno nel settore strada, l’evoluzione è stata lenta, un miglioramento di soluzioni in uso da decenni.

Poi il balzo in avanti, le bici son cambiate molto più di quanto avessero fatto sino a quel momento. Nuovi telai, nuove soluzioni tecniche, molti esperimenti durati a volte il tempo di una stagione.

E questo ha mandato in confusione.

Se non vi fidate di me, e lo posso comprendere, chiedete ai meccanici in attività da quarant’anni; o solo venti. Io conosco già la risposta.

Però ricordate sempre che non saper svolgere una certa operazione meccanica non fa di noi ciclisti inferiori, di serie B come usa dirsi.

Non sta scritto da nessuna parte che chi pedala deve saper regolare un cambio o raggiare una ruota per essere un vero ciclista.

Il vero ciclista, permettetemelo, è solo chi si gode la bici senza giudicare, senza imporre, senza elargire patenti di nobiltà, senza essere convinto che il suo modo di vivere la bici sia l’unico, giusto e universale.

Buone pedalate

COMMENTS

  • <cite class="fn">Marco</cite>

    Ho letto l’articolo e sono pienamente d’accordo con quanto ha detto. Ringrazio sempre le sue guide che mi hanno permesso di mettere mano e “restaurare” da 0 alcune bici “buttate là” da anni e mettere mano su cose che fino a qualche anno fa (prima che se ne andasse mio Papà…il meccanico bici di famiglia…) ritenevo quasi impossibili (smontaggio rocchetti velocità, movimento centrale, assi e cuscinetti ruote, gruppo manubrio…). Certo occorrono gli attrezzi giusti ma anche con pochi euro la cosa è fattibile ma soprattutto si impara e… Ci si diverte anche in officina… Grazie ancora. Marco

    • <cite class="fn">Elessarbicycle</cite>

      Ciao Marco, fa sempre piacere sapere che quanto fatto nel corso degli anni è servito ai ciclisti.
      Già, gli attrezzi giusti. In questi anni è proprio qui che c’è stato il punto che più mi cruccia.
      Non che prima costassero poco e ne servissero pochi, le chiavi per le ruote libere erano una quantità e alcune introvabili, ma è indubbio che oggi ne servono assai di più e non sempre si può rimediare con fantasia e manualità.
      Ma a parte questo, chi ha vissuto la meccanica nelle ultime 4 decadi, ti confermerà che adesso lavorare su una bici non è più difficile di allora, solo diverso.

      Fabio

      • <cite class="fn">Marco</cite>

        Concordo in pieno. Tempo fa il meccanico che mette mano alla mia mb Orbea mi confermò quanto detto sopra… e ha più o meno la mia età: 53 🙂

  • <cite class="fn">Adriano</cite>

    Ciao, riflettevo su quanto esposto nell’ articolo pochi giorni fa quando la mia nuova bici super moderna (full carbon, ss integrata, grx 810, dtswiss) dopo 9 mesi ha raggiunto i 10.000km e mi è venuto il dubbio di dover fare service più approfondito del solo aver cambiato 2-3 catene. Il fatto è che funziona tutto (quasi) come il primo giorno e solo il kmetraggio mi ha avvisato di non fare il pigrone…con le mie più vecchie biciclette, a questi km trascorsi, hai voglia le volte che avevo sostituito, regolato, corretto, verificato, chiuso un occhio sul rumorino sospetto….diciamo che questa mi vizia! E avevo anche inutili sospetti sia sul carbonio che sulla SS integrata o sui cuscinetti sigillati… purtroppo è l età che aveva reso ignorante e prevenuto.

    • <cite class="fn">Elessarbicycle</cite>

      L’unico modo per comprendere è studiare e poi provare. Bene hai fatto a non farti guidare da un pregiudizio. E poi: opperó, 10.000 km, mazzete se frulli le zampette!

  • <cite class="fn">Adriano Bicicletto</cite>

    Infatti! Prima, dicevo,solo acciaio e ruote grasse, poi alluminio va bene ma mai drop bar, vade retro composito (carbonchio, carbonio, e stupidate varie). Ovviamente, per carità mai al mondo manubrio integrato full carbon. E figurarci un monocorona. Poi, a 68 anni, perché no? E ora non tornerei mai più indietro, pur avendo goduto e amato tutte le precedenti bici. Anzi, direi, perché no (anche) una in grafene quando la faranno? Non lo faccio per me, è l’INPS che lo pretende…:)

    • <cite class="fn">Elessarbicycle</cite>

      Due ruote, un paio di pedali, ovviamente una sella: direi che basta per essere felici…

      Fabio

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