Il Gravel ha ucciso la MTB?
Ma è proprio vero che il Gravel ha ucciso la Mtb?
Che il mercato delle ruote grasse sia quello che più ha risentito della crisi e sia tutt’ora in affanno è sotto gli occhi di tutti.
Ma non è crisi strettamente legata a quella più generale del mercato bici, ha radici più lontane e più cause che si sono legate insieme.
Al solito, chi preferisce ha la versione video.
Per molti anni una bici da Mtb è stata l’unica possibilità per chi non volesse pedalare su asfalto. Vero, esistevano le ciclocross ma non confondiamole con le gravel. Una bici da ciclocross era ed è molto specialistica, geometrie compatte, passaggio gomme limitato e tutto sommato una evoluzione tecnica che è andata a rilento, per limiti regolamentari e poco volume di vendita.
Poi lo so, anticipo: sempre c’è e ci sarà chi ne farà punto di orgoglio di avere sempre usato la ciclocross ma non conta col focus odierno; e sia chiaro, le usavo pure io.
Dicevo, escluso il ristretto campo delle ciclocross, destinate comunque a un pubblico più specialistico, e qualche bici da trekking più evoluta (da cui ricavavo quelle che adesso possiamo definire gravel), il normale pedalatore, quello che voleva solo farsi una scampagnata la domenica magari con la propria compagna o i figli non aveva molta scelta e prendeva una Mtb, magari di fascia bassa di listino, attirato dalle gomme larghe, una forcella ammortizzata, i freni a disco, insomma, comfort e sicurezza.
Di pari passo e con una velocità infinitamente superiore al mondo strada, la Mtb è andata evolvendosi, con modelli sempre più specialistici e settoriale perché il movimento degli appassionati stava crescendo.
E così abbiamo avuto gli anni d’oro.
Poi è successo qualcosa: il numero degli appassionati è andato restringendosi, senza quel necessario continuo ricambio generazionale; le bici sono diventate troppo specialistiche, con costi sempre più alti e modelli e soluzioni tecniche di difficile comprensione per il normale pedalatore; sono arrivate le gravel, il modo più antico di vivere la bici, e perché lo definisco così l’ho già raccontato.
Vedete, il grande errore di tantissimi ciclisti appassionati è pesare tutto solo con la propria bilancia. Ma lo dico spesso, lì fuori c’è un mondo che ama pedalare pur senza essere un appassionato come lo intendiamo noi. E sono loro che fanno i veri numeri.
Noi diciamo Mtb, ora gravity, e da appassionati sappiamo che è una galassia di discipline dove tecnica di guida e specializzazione la fanno da padrone.
Ma quanti di quelli che in passato hanno preso una Mtb vivono questa galassia? Pochissimi, in proporzione.
In proporzione a chi? A tutti quelli che in Mtb il massimo che pedalano è lo sterrato, a volte con qualche pietra; e davanti all’ostacolo scendono, non lo saltano.

Ora se guardiamo alla platea globale, non solo al nostro orticello o al massimo al nostro quartiere, vediamo come questa voglia di ciclismo semplice, spensierato, basato tutto sul piacere dell’uscita, dello stare all’aria aperta, di non avere limiti nella scelta del percorso è stata intercettata dal gravel.
Ovvio, ci sono tratti dove una gravel non passa, soprattutto in discesa, ma non sono percorsi che interessa pedalare a questi ciclisti, li pedalano i biker esperti con mezzi adeguati.
In un certo senso è come se la MTB avesse ucciso se stessa nella spasmodica corsa verso la diversificazione che si è tradotta in una specializzazione sempre più esasperata.
Il gravel, che come ripeto spesso, è il più antico modo di vivere il ciclismo, quello originario come ben sa chi conosce la storia del nostro mondo a pedali, si è presentato come la soluzione a chi cercava una soluzione a una esigenza che non sapeva di avere.
A questo punto però, visto l’enorme successo di questo fenomeno che solo i meno attenti definisco marketing e basta, la domanda che dobbiamo porci è: vista la direzione presa da molti produttori, il gravel finirà per uccidere se stesso come ha fatto la MTB?
Ormai è una pletora di modelli sempre più specialistici, da quello turistico a quello da competizione, con tutto quello che può passarci per mezzo. Non è questione di soluzioni tecniche, come per esempio le trasmissioni elettroniche che sono semplicissime, quanto di impostazione, qualità dinamiche diciamo così, col rischio che il ciclista che vuole solo pedalare si ritrova tra le mani una bici scomoda o troppo rigida o altro. Ma soprattutto col rischio che davanti a troppa scelta, troppa specializzazione, finisca col non scegliere più, come le piattaforme streaming con centinaia di migliaia di titoli che alla fine ti annoi solo a scorrerli e te ne vai a dormire.
Va bene l’ampia possibilità di scelta, perché più opzioni sul tavolo significa che ognuna riuscirà a trovare la sua bici ideale: ma siamo sicuri che non si finirà col snaturare il modo più antico di vivere la bici, allontanando i ciclisti invece di avvicinarli?
Buone pedalate
Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. Tutti i contenuti del sito sono gratuiti ma un tuo aiuto è importante e varrebbe doppio: per l’offerta in sé e come segno di apprezzamento per quanto hai trovato qui. Puoi cliccare qui. E se l’articolo che stai leggendo ti piace, condividilo sui tuoi social usando i pulsanti in basso. E’ facile e aiuti il blog a crescere.


Forse il gravel, come la mtb all’epoca, sta salvando la bicicletta (il ciclismo amatoriale).
Esatto, per questo guardo con apprensione all’evoluzione, non sempre le aziende hanno mostrato di aver appreso dai propri errori.
Fabio