Il diavolo in gonnella

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Alfonsina Strada, prima e unica donna ad aver partecipato al Giro d’Italia insieme ai colleghi uomini, moriva il 13 settembre del 1959.

La sua storia è conosciuta a molti, sconosciuta ai più.

L’hanno definita pioniera, anticipatrice della parità tra uomo e donna nello sport, spirito ribelle.

L’appellativo più celebre fu diavolo in gonnella, coniato dai suoi compaesani che vedono sfrecciare questa ragazza per le campagne tra Modena e Bologna in sella a una sgangherata bici, ricevuta dal padre e girata alla figliola allora bambina.

Amore a prima vista? Pare di si, perché si racconta da quel giorno non scende più di sella.

Crescendo, Alfonsina nata Morini, allarga sempre più il raggio delle proprie scorribande, come abbiamo fatto tutti noi.

Assapora la libertà, una donna autonoma ai primi del ‘900; e lo fa grazie alla bicicletta.

Ma ora che sta crescendo quel suo pedalare, poco consono per la morale dell’epoca, non è visto di buon occhio in famiglia. Una famiglia contadina, numerosa e povera e dove, allora come oggi in qualunque parte del mondo si vive di stenti, i figli devono “produrre”.

La domenica parte in solitaria per partecipare ad alcune gare, mentendo alla famiglia che la sa in parrocchia; mentendo agli organizzatori fingendosi uomo.

Gare in cui è spesso vittoriosa, pare che una volta il premio conquistato sia stato un maialino. Vivo. 

Il segno dei tempi.

Nel 1907, sedicenne, Alfonsina decide di andare nella più liberale Torino dove gareggia in diverse competizioni, fino a guadagnarsi il titolo di “miglior ciclista italiana”. Due anni dopo partecipa al Gran Prix a San Pietroburgo ricevendo una medaglia direttamente dalle mani dello zar Nicola II. Nel 1911 a Moncalieri stabilisce il record mondiale di velocità femminile, raggiungendo la velocità massima per una donna di 37,192 chilometri orari, superando quello stabilito otto anni prima dalla francese Louise Roger.

Malgrado i successi sportivi, che maialino a parte non è che portassero guadagni, la famiglia decide di porre fine alla carriera sportiva della pargola, ponendola dinanzi l’aut aut: o fermi la bici o ti sposi e non è più un problema nostro.

Convinti che il matrimonio avrebbe messo giudizio in quella testa riccioluta.

E invece, per sua e nostra fortuna, convola a nozze con Luigi Strada, un cesellatore che non solo la invoglia a proseguire nel suo amore per i pedali. Ma le regala una nuova bici.  

Nel 1924 arriva la prima e unica partecipazione al Giro d’Italia.

Prima perché è la sua prima volta e perché è la prima volta che una donna gareggia con gli uomini.

Unica perché non vi prenderà più parte, almeno ufficialmente, e perché è l’unica volta che una donna gareggia con gli uomini.

Giro d’Italia del 1924, badate bene. 

3618 chilometri divisi in appena dodici tappe, su strade bianche, sterrati, salite impossibili, nessun rifornimento in gara, ammiraglie e tutto il circo che vediamo oggi.

E con bici che adesso non definiremmo nemmeno cancelli ma peggio.

Conclude le prime quattro tappe, alla quinta arriva fuori tempo massimo. I giudici si dividono tra chi la vorrebbe ancora in gara, in onore e merito al coraggio; e chi la vuole fuori perché le regole valgono per tutti. E forse per una donna valgono ancor di più.

Emilio Colombo, direttore della Gazzetta, sceglie una terza via: fuori dalla classifica ma a pedalare lo stesso.

Ottima scelta di marketing diremmo oggi. A ogni arrivo è lei la festeggiata perché, da quando hanno inventato la bici, noi tifiamo sempre per chi non molla, in barba a ogni classifica.

E comunque, classifica o meno, le tappe se le pedala tutte e sui 90 partenti solo 30 giungono all’arrivo: tra loro Alfonsina.

Una Alfonsina che pedala su una bici semidistrutta, con abiti prestati lungo la strada e con in testa il bisogno di soldi per curare il marito, ricoverato in una casa di cura psichiatrica.

Ricavo da un giornale dell’epoca: “Sono una donna, è vero. E può darsi che non sia molto estetica e graziosa, una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Non sono mai stata bella; ora sono un mostro. Ma che dovevo fare? La puttana? Ho un marito al manicomio che devo aiutare; ho una bimba al collegio che mi costa dieci lire al giorno. Ad Aquila avevo raggranellato cinquecento lire che spedii subito e che mi servirono per mettere a posto tante cose. Ho le gambe buone, i pubblici di tutta Italia (specie le donne e le madri) mi trattano con entusiasmo. Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene”.

Non parteciperà più al Giro anche se prenderà parte ad alcuni lunghi tratti nelle edizioni successive, sempre fuori classifica.

Altre competizioni non le negheranno la partenza, in una carriera culminata con la (ri)conquista del record dell’ora nel 1938, seppure non ufficiale.

Poi la guerra, la morte dell’amato Luigi, un secondo matrimonio e una seconda vedovanza, sino a quel fatidico 13 settembre del 1959 in cui incontra la morte in seguito a un incidente in moto.

Questa, per sommi capi, la sua storia.

Una storia sportiva ma soprattutto umana.

Perché noi che amiamo la vita sui pedali non siamo rimasti insensibili al coraggio di questa donna straordinaria. 

Eppure, a leggerla tra le righe, è anche la storia di una donna che mal sopportava la sua fama “in quanto donna”.

Pensateci: fosse stata uomo, oggi nemmeno ne parleremmo.

Sfruttò e seppe sfruttare il fatto di esser donna, il battage mediatico diciamo così. Ma sono certo lo fece per necessità e senza alcun gusto. 

Perché Alfonsina non voleva un trattamento di favore per il suo sesso, avrebbe riso delle quote rosa. Lei voleva guadagnarsi con le sue forze ogni vittoria.

Si, avrebbe detto che non conta se sei uomo o donna, bianco o nero: testa bassa e pedalare, ognuno a dimostrare il proprio valore a dispetto di ogni avversità, senza lamentarsi. 

Sulla bici e ancor più nella vita. Avrei voluto conoscerti Alfonsina.

Buone pedalate.

COMMENTS

  • Paolo Mori

    Non sono un patito di storia del ciclismo, ma queste vicende meritano di essere raccontate.
    Visto dal nostro punto di vista non è così sorprendente che una donna fosse in grado di competere alla pari con gli uomini su quei percorsi massacranti: negli ultimi anni un numero non indifferente di gare di ultra-endurance (a piedi o in bici) sono state vinte da donne, nonostante la maggioranza di partecipanti siano comunque uomini… ma Alfonsina era parecchio avanti sui tempi, e forse per lei la sfida più difficile era iniziare le gare, piuttosto che finirle

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