Eterni secondi

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Eterni secondi; nel ciclismo puoi leggerlo in due modi: quelli interminabili che ti separano dalla vetta o infinita serie di piazzamenti senza mai gustare la dolcezza della vittoria.

Fabio Guerini con questo suo libro è, in tutti i sensi, ai secondi che fa riferimento.

In un lungo percorso attraverso oltre un secolo di storia a pedali ci racconta tanti episodi, legati dal filo comune del traguardo sfiorato.

Tra piccoli gesti che sommati l’uno all’altro diventano grandi imprese, apre una finestra su atleti che malgrado le poche vittorie (ma non solo loro) hanno guadagnato l’amore del pubblico. E il rispetto degli avversari.

Si narra che il secondo sia il primo dei perdenti; forse è vero.

Ma nel ciclismo, per noi appassionati che diamo l’anima sui pedali, non è così. 

Noi amiamo al di là del risultato. 

Quante volte ci siamo commossi assistendo alla grande impresa, la fuga impossibile, lo scatto folle in salita? Sapevamo che a nulla sarebbe servito, che sotto lo striscione d’arrivo ci sarebbe passato un altro.

Eppure…

Eppure vedere quegli uomini far saltare ogni strategia, mollare tattiche e ordini dell’ammiraglia per provare a scrivere con sudore e fatica il proprio nome nell’albo d’oro ci ha sempre affascinato.

Il ciclismo è storia di epiche vittorie; e di ancor più epiche sconfitte.

Perché il ciclista è uno che non molla e loro, i nostri eterni secondi, sono quelli che mai hanno mollato.

A dispetto di tutto e tutti, della sfortuna anche, ci hanno sempre creduto.

E poi, diciamolo, a noi questi eroi impossibili piacciono. 

Da ragazzini abbiamo sempre tifato per Will Coyote; abbiamo sperato che per una volta, almeno una volta, sarebbe riuscito a mettere le grinfie al collo del pestifero struzzo.

Lo sapevamo che qualcosa sarebbe andato storto, che sarebbe volato giù dal canyon: ma sapevamo anche che si sarebbe rialzato, per provarci ancora: sempre.

E crescendo abbiamo capito che se è vero che in fin dei conti siamo tutti un poco Wile Coyote perché sempre incontriamo un Be Beep sulla nostra strada, l’uno non sarebbe potuto esistere senza l’altro.

Il ciclismo è sempre vissuto di dualismi. Ogni epoca ha avuto il suo campione; e chi ha cercato in tutti i modi di batterlo.

In un gioco di specchi dove l’impresa del primo non sarebbe stata senza quella del secondo.

Una vittoria perché chi è arrivato alle spalle l’ha resa vera, concreta.

Il prestigio del primo che si riflette, si crea quasi, sull’immagine di chi fino all’ultimo ha dato tutto se stesso per essere lui quello ad alzare le braccia al cielo.

Fabio Guerini con questo suo “Eterni secondi, nel grande romanzo del ciclismo” ha reso omaggio a questi uomini straordinari, la cui grandezza esiste perché si sono scontrati coi mostri sacri del ciclismo. Ma i campioni non sarebbero tali se lungo la strada non avessero incrociato le lame con loro, gli eterni secondi.

Mai comprimari, sempre protagonisti e spesso amati dal pubblico più dei vincitori.     

Come accadde con René Vietto, di cui vi raccontai, che a furor di popolo lo si volle a percorrere il giro d’onore di quel Tour del 1934 che Magne mai avrebbe vinto senza il sacrificio de Le Roi René.

Era la sua occasione, il suo momento: ordini di scuderia, forse la volontà del capitano di non vedersi scavalcato dal giovane gregario, chissà. Sfumò e mai più si ripresentò. Eppure tutti ricordano quel Tour proprio per il gesto di Vietto che cedette la sua ruota a Magne. Quel Tour fu suo, più di quanto lo fu del suo capitano.

Non alzò al cielo il trofeo più ambito, di lui ci resta quel formidabile scatto che lo ritrasse in lacrime mentre attendeva i troppi secondi, questi si davvero eterni, dei tanti minuti fino all’arrivo dell’ammiraglia. 

Ma se René Vietto fu un “secondo” per ordine ricevuto, un altro francese è passato alla storia per la sua interminabile teoria di piazzamenti, tanto che Oltrealpe il suo nome è diventato sinonimo di chi è sempre più benvoluto del vincitore: Raymond Poulidor.

Nella sua lunga carriera lottò coi migliori del suo tempo ma uno su tutti fu la sua bestia nera: Jacques Anquetil.

Rivali sulla strada, eppure anche qui uno rifletteva la propria grandezza nell’altro. Il bel Jacques gliela aveva giurata, finché ci fosse stato lui in giro per Raymond solo piazzamenti. 

E quando un tumore pretese il proprio tributo portandosi via un Anquetil ancora nel fiore della vita, pochi giorni prima di lasciarci non mancò di prendere in giro il suo rivale che era andato a trovarlo sul letto di morte “Vedi? Anche questa volta sei arrivato secondo”.

E in filigrana riemerge dalle pagine del libro di Fabio Guerini la domanda: quanto sarebbe stato grande il primo senza il suo eterno secondo?

Quanta della sua fama il Cannibale deve a Gimondi? Quanta più gloria c’è in quella vittoria se hai sopravanzato un grande come il coriaceo bergamasco? 

E’ bravo l’autore a portarci con linguaggio che è cronaca, è racconto, è passione nel romanzo del ciclismo; che è anzitutto storia di uomini e metafora della vita.

Una vita che non è mai perfetta come nei romanzi, è quella vera, reale. 

Una vita dove le nostre aspirazioni, i nostri sogni, le nostre speranze si scontrano coi nostri limiti.

Come accadde con Fuente, che mai provò a migliorare lì dove era carente. Eppure anche lui alla fine ha conquistato un posto nella storia e nei nostri cuori.

Perché vederlo affrontare la salita come fosse l’ultima della vita e poi perdere inesorabilmente tutto in discesa e pianura non può scivolare addosso nemmeno al più disincantato di noi.

E non siamo rimasti insensibili davanti alla fragilità di Andy Schleck, il fenicottero bianco che ha lasciato a soli 29 anni un mondo che non perdona l’umana debolezza. 

Sono tanti i personaggi che Fabio Guerini lascia sfilare sul palcoscenico, non tutti strettamente legati al ciclismo. 

Commuovente il ricordo dei due amici Peter Fechter e Helmut Kolbeik della Germania dell’Est, la DDR, quando il mondo era diviso in blocchi e Berlino ne cristallizzava la follia. Tentarono insieme di saltare quel muro: uno ci riuscì, l’altro no e la sua bici rimase per giorni lì, in muta attesa del suo compagno.

 

E parlando di amici non si può non citare gli amici rivali per eccellenza: Coppi e Bartali.

Ma qui parlare di primo e secondo è impossibile: due immensi uomini, capaci di superare l’ambito solo sportivo per divenire, ognuno a modo suo, emblema dell’Italia nel periodo più carico di speranze della sua storia recente.

Al cospetto di tali monumenti il numero di vittorie e piazzamenti dell’uno e dell’altro perde ogni significato.

Chiunque ami questo sport ha amato entrambi; forse uno più dell’altro, mai uno a discapito dell’altro.

Meritano però di essere tra le pagine del libro di Fabio Guerini perché al di là di inutili classifiche Coppi e Bartali rappresentano, più di qualunque altro binomio si è mai formato nel ciclismo, il legame indissolubile che unisce vincitore e vinto, dove la fatica del primo è quella del secondo, la gloria dell’uno creata dalla grandezza dell’altro.

Come merita spazio il Pirata, secondo a nessuno sui pedali, sconfitto solo dalla vita.

Perché è questo che l’autore non riesce a mascherare: si capisce per chi parteggia, in che direzione lo conduce la sua passione.

Perché Fabio è una bella penna ma è anzitutto un appassionato. 

Ho intrattenuto con lui fitta corrispondenza e ci siamo sentiti per telefono durante lo svolgimento di un test. Ne avevo compreso l’amore per il ciclismo, non avevo compreso fosse lui il Guerini di cui avevo già letto perché autore di questo e altri libri dedicati al ciclismo.

Troppo a cui star dietro, capita mi sfugga quello che ho sotto il naso. Finché sotto il naso mi è capitato l’incipit con cui Fabio ha presentato quel test, lui che oltre tutto il resto è responsabile comunicazione di una grande azienda del nostro mondo a pedali.

Cogliendo in pieno lo spirito di questo blog, a metà tra l’informazione e il racconto: un appassionato che parla ad altri appassionati.

Quello che poi a mia volta ho ritrovato tra le pagine di “Eterni secondi”.

Un libro che scorre via fluido, brevi paragrafi dedicati a molti e io ne ho citati solo alcuni per non togliervi il gusto di scoprirli tutti.

E scoprirli grazie al cambio di prospettiva con cui Fabio ci (ri)propone episodi di vita sui pedali conosciuti e meno; in un percorso che è sportivo e storico, perché più di ogni altro sport il ciclismo sempre ha rappresentato il tempo in cui viviamo. 

L’ho letto con piacere e con altrettanto piacere ne ho scritto qui. 

Sono sicuro sarà un piacere pure per voi.

Vi lascio con un link per la versione ebook, mentre per quella cartacea (15 euro) è meglio scrivere direttamente all’autore all’indirizzo guerini.ciclismo@gmail.com 

Buone pedalate.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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