Difficile dimenticare

Tempo di lettura: 2 minuti

Non celebro mai anniversari, non amo le ricorrenze, non festeggio nemmeno il mio compleanno; però da 38 anni questo è un giorno che mi lascia sempre un velo di tristezza.

Io c’ero il 23 novembre del 1980 quando un terremoto violentissimo devastò l’Irpinia, mettendo in ginocchio buona parte del Mezzogiorno.

Ricordo ogni istante di quei lunghissimi 90 secondi; ricordo la breve pausa prima che la terra tornasse a tremare ancora più forte, mio fratello che mi teneva bloccato per evitare lasciassi la aleatoria sicurezza di un architrave per inseguire il mio dalmata, mia madre che conservò una apparente calma per dare a noi coraggio.

Ricordo la corsa in strada quando sembrava sicuro, la gente che si riversava negli spazi aperti con sguardo smarrito, le urla di chi si cercava, la serenità di una anziana signora che abitava nel mio palazzo e alla mia esortazione a venir via rispose “Ho vissuto i bombardamenti, fa freddo lì fuori e ormai ne ho viste tante, succeda quel che deve succedere”.

Mi tranquillizzò più di ogni altro con quelle parole, tanto che più tardi mi addormentai sfinito proprio a casa sua.

E ricordo la devastazione di una terra che conoscevo e dove avevo molti amici.

In quegli anni la mia famiglia aveva preso in affitto una casa in Irpinia, a pochi chilometri da quello che sarà l’epicentro del terremoto.

Così passavo le mie giornate estive in sella a una bici esplorando territori per me nuovi, lanciandomi a rotta di collo giù dai fianchi delle colline, impegnandomi in slalom sempre più veloci tra i noccioli, saltando da un terrazzamento all’altro per concludere con gloriose derapate tra galline starnazzanti e, giustamente direi, terrorizzate. A mia discolpa la giovane età.

In realtà raramente le conclusioni di queste giornate a pedalare erano gloriose; più spesso terminavano al tramonto con mia madre disperata ad attendermi sull’uscio di casa visto che mancavo dal mattino e a quei tempi si educava a suon di ceffoni. Una volta mi spaventai, arrivando sparato dal sentiero dietro casa trovai una macchina dei Carabinieri e temetti fosse successo qualcosa. Si, in effetti era successo che era sceso il buio già da un paio d’ore e io non ero rientrato (scusate, mi ero perso…) e così mia madre si era rivolta all’Arma.

E fu così che quell’estate mi giocai l’arrivo della mia prima bici da corsa, dovetti attendere altri dodici mesi e rigare dritto.

Quella fu anche l’ultima estate che passai in quelle terre: nemmeno tre mesi dopo la devastazione.

Le notizie in quelle settimane arrivavano con difficoltà, non come ora che basta un telefono per assistere in diretta in tutto il mondo a qualunque evento.

Il medico che con sapiente mossa prima e due scappellotti dopo mi aveva rimesso a posto la spalla rovinata con una caduta in bici morto sotto le macerie dell’ospedale rimasto, per poco, miracolosamente in piedi. I ragazzi del posto con cui mi ingarellavo in improbabili bagarre rimasti senza un tetto. Persone che avevo conosciuto, con cui avevo parlato, stretto amicizia, condiviso la tavola che non c’erano più, all’improvviso.

Si andò avanti per mesi, con scosse continue, nuovi lutti e ulteriori distruzioni. Al terremoto non ti abitui.

So che c’entra poco e nulla con questo blog ma ve l’ho detto: questa è sempre una triste ricorrenza per me e l’unico modo che conosco per cacciarla è scrivere. Scusate.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.
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COMMENTS

  • Giulio

    Avevo 3 anni e mezzo ed è il mio primo ricordo. La scossa, i mobili che tremano, la fuga in strada, mio padre che ritorna dentro per prendere mio fratello che era rimasto indietro, le grida dei vicini. Non me lo scorderò mai quel giorno.

  • alfonso grotta

    Bell’articolo, Sergio. Non è possibile dimenticare…

  • Giovanni

    Ricordo anche io quel giorno e ricordo perfettamente dove fossi anche se avevo solo 6 anni. Il palazzo in cui ero iniziò a tremare menro scendevamo le scale dopo essere stati a casa di amici. la gente si riversava nella tromba delle scale cercando di giungere quanto prima in strada.La grande struttura in cemneto sembrava quasi piegarsi come carta velina.non dimenticherò mai quel giorno mentre mi spiace ancora adesso che molte di quelle persone siano state dimenticate per la cupidigia degli essere umani.

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