Crediti formativi per i titolari di patente? L’idea lanciata da Cyclinside

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Una patente a crediti formativi, simile ai sistemi di aggiornamento previsti per molti ordini professionali. Ogni automobilista sarebbe tenuto a partecipare a corsi periodici di aggiornamento, accumulando punti formativi obbligatori che diventerebbero requisito per il rinnovo della patente, oltre alla consueta visita medica. Non si tratterebbe solo di verificare la salute del guidatore, ma anche di confermare che sia aggiornato sulle normative, consapevole dei rischi e capace di affrontare la strada con competenza“.

E’ l’idea lanciata da Guido Rubino, giornalista di vasta esperienza e direttore di Cyclinside, in questo editoriale di cui vi consiglio la integrale lettura.

Al solito, per chi preferisce, c’è anche il formato video.

Quella del Direttore Rubino non è una boutade.

La riprendo, seppure chi mi conosce sa che mai guardo l’altrui lavoro ma, sempre chi mi conosce, sa che sui temi della sicurezza da sempre sostengo che dovremmo fare fronte comune.

Mi accennò qualcosa senza entrare in dettaglio in occasione di uno scambio sorto per un equivoco su un articolo proprio in tema di sicurezza, argomento che tratto da decenni, all’epoca lavoravo alla carta stampata.

La riprendo perché è una proposta con un limite insormontabile: è una proposta di buon senso.

Se la via per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni, la storia ci mostra che il buon senso è vizio imperdonabile.

Eppure riflettiamo.

Pietro Calamandrei, padre costituente e giurista sopraffino sui cui testi si sono formati e continuano a formarsi milioni di professionisti e studenti, ai suoi allievi ricordava: quando vi ponete alla guida di una autovettura state impugnando un’arma.

Già, perché la sua potenzialità offensiva è identica, è letale.

Un’arma spesso in mano a una pletora di ignoranti, come quelli convinti che il codice della strada obblighi un pedone a fermarsi prima di attraversare sulle strisce dando precedenza alle vetture.

Che non conoscono la differenza tra ciclabile e ciclopedonale, addirittura una volta fui redarguito da uno che sosteneva come il cartello turistico che indicava un percorso panoramico per la bici significasse l’obbligo per me di usarlo, per lui quella era una ciclabile.

Già, ma chi paga? Pregna di buon senso anche la soluzione ipotizzata nell’editoriale: uno sconto sulla polizza per chi accumula crediti formativi.

E la burocrazia, ancora con buon senso, potrebbe essere risolta implementando la banca dati che tiene conto dei punti patente, sarebbe solo una voce in più.

Ora però non voglio raccontarvi tutto l’editoriale, avete il link in alto, vi invito alla lettura.

Piuttosto mi riservo alcune mie considerazioni.

La narrazione del sinistro stradale come incidente, che il vocabolario Treccani intende: “Avvenimento inatteso che interrompe il corso regolare di un’azione; per lo più, avvenimento non lieto, disgrazia” non regge più.

Come parlare di tragica fatalità.

La settimana scorsa due donne sono state assassinate da un guidatore che correva nella mia città sotto l’effetto di droghe. E’ un omicidio, non incidente o fatalità.

E quando non sono uccise persone che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, è il guidatore che uccide se stesso, come il ragazzo a Milano che correva con la supercar a nolo.

I 113 pedoni uccisi solo in questo inizio 2026, dato fornito dall’osservatorio Asaps Sapidata, te lo dissi caro Direttore che li seguo dalla loro nascita, non sono una disgrazia.

Anni fa, pubblicando una mia inchiesta sulla sicurezza stradale, applicai per la prima volta in Italia il concetto di perdita di PIL in seguito alle morti su strada.

Fui accusato di cinismo, poi quella impostazione è stata ripresa e ampiamente usata e copiata.

E per buona educazione aggiunsi una citazione di incerta paternità: un morto è una tragedia, un milione di morti è una statistica.

Ecco, noi continuiamo ad accettare come ineludibile, congenito all’essere su strada morirci anche.

Ma siamo in guerra, una guerra silenziosa, a volte fa notizia più spesso no.

Riflettete su un dato: sono sicuro che chiunque di noi, di voi, conosca qualcuno che ha perso un proprio caro sulla strada.

Esattamente come in guerra, quando ognuno conosceva qualcuno che aveva perso un proprio caro al fronte.

Ci siamo illusi di esserci lasciati alle spalle le guerre di conquista, la cronaca ci mostra la nostra ingenuità.

Ma questa guerra quotidiana sulle strade possiamo debellarla, nessun sacrificio o impegno è troppo oneroso se serve a salvare una vita.

Buone pedalate

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