Cosa ci racconta il fallimento di Graava?

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Cosa ci racconta il fallimento di Graava?

Se ora vi state chiedendo chi è Graava, avete già la risposta.

Ma andiamo con ordine.

Al solito, chi preferisce può vedere il video.

Graava è una startup olandese che nel 2021 aveva progettato delle ruote in carbonio con dei mozzi in cui è presente una pompa miniaturizzata ad alta pressione attivata usando la rotazione delle ruote stesse. Il ciclista può così adattare la pressione delle gomme a seconda del terreno su cui si sta muovendo.

Al momento in cui vi parlo sono presenti ancora sul sito alcune combinazioni di ruote complete.

Ne prendo uno, dedicato al gravel.

Come abbiamo visto i componenti son tanti ma soffermiamoci su due dati: prezzo e pesi.

4400 euro per un set gravel da 2164g.

Uno dirà: ok, ma il sistema funziona, si è visto nelle classiche del Nord, chi lo ha usato ha fatto la differenza, per quelle gambe il peso in più non è un problema e nemmeno il costo.

Esatto: per quelle gambe e per quei budget.

Io non metto in dubbio l’efficacia, quante volte noi ciclisti normali ci siamo fermati, abbassata la pressione alle gomme e poi fermati di nuovo per aumentarla? Tanto fermarci non è un problema, nessuno ci insegue e non abbiamo un traguardo da tagliare.

Quindi, nel suo naturale contesto dell’agonismo al massimo livello, la tecnologia messa a punta da Graava ha senso.

Lo perde quando usciamo dal ristretto recinto dell’agonismo top.

Infatti in un’intervista rilasciata alla stampa inglese, un portavoce dell’azienda Gravaa ha dichiarato che, dopo l’avvio della produzione nei Paesi Bassi lo scorso anno, le cose stavano “andando bene”, ma che era “difficile ottenere ordini sufficienti per aumentare il fatturato e realizzare un margine di profitto”.

Ordini sufficienti, qui il collo di bottiglia.

Perché è una tecnologia costosa, appesantisce le ruote e serve a nulla al pedalatore normale, quello che compra e permette alle aziende di vivere.

Giusto per fare un esempio, sulla mia gravel adibita ai test monto sovente le Shimano RX880: che costano un quarto e pesano un chilo in meno, senza contare le altre sue raffinatezze.

E sono ruote top, persino eccessive per un plinto come me ma che devo dirvi, quella bici mi serve fatta così per i test.

Quante idee, quante novità sono tecnicamente valide ma inutili per i normali ciclisti? Tantissime.

Quante poi costano talmente tanto che si può dire abbiano destino segnato già alla nascita? Poche, per fortuna.

Ma questo non deve fermare la sperimentazione, altrimenti staremmo ancora qui con i freni a bacchetta e la ruota libera a una velocità.

Piuttosto mi viene in mente una ulteriore considerazione.

Per regolamento UCI puoi montare e usare solo ciò che è regolarmente in vendita.

Ha senso, o per meglio dire, il suo senso è evitare prototipi costosissimi che potrebbero permettersi solo i top team, quelli con budget oltre i 50/60 milioni di euro di cui vi ho raccontato poche settimane fa.

D’altro canto questo divario c’è già tra squadre con budget da petrolieri e quelle che ne hanno un quinto. Che sono comunque un botto di soldi, sia chiaro.

Nelle competizioni motoristiche questo vincolo alla messa in vendita è assente (lo era con le sport production, i miei coetanei le ricorderanno), le aziende sfruttano le competizioni per testare al limite estremo soluzioni tecniche e poi, dopo ulteriori collaudi e verifiche, molte di queste vengono adattate all’uso diciamo così quotidiano.

E molte finiscono col divenire la normalità. Pensiamo alle pinze freno ad attacco radiale, quando Brembo le propose in gara per poco nemmeno i team ci credevano, adesso una moto che costa meno della mia gravel da test le monta tranquillamente.

Allora mi chiedo: se volessimo salvare sia la sperimentazione che la presunta uguaglianza in gara, sarebbe possibile modificare il regolamento UCI introducendo delle eccezioni?

Eccezioni generiche, tipo l’80% della bici deve essere disponibile sul mercato, un 20% prototipi? Tipo, e ritorno al settore moto, come si fa con le superbike? Molto di serie (poi dipende dall’anno del regolamento), alcune modifiche?

Ok, io l’ho semplificata ma è per rendere l’idea.

Con le bici per le cronometro una libertà simile esiste già.

Magari questo non avrebbe significato impedire il fallimento di Graava; oppure avrebbe permesso di lavorare su questa o su altre tecnologie senza il fiato sul collo di far quadrare i conti, senza dover essere per forza subito sul mercato.

Io ripeto sempre che in bici nulla serve davvero ma tutto fa comodo. No vabbè, la sella serve, quella è proprio indispensabile.

Per godersi la bici non è necessario avere sempre l’ultima novità o la top.

Al tempo stesso non è giusto fermare il progresso in nome di un conservatorismo romantico quando non rancoroso.

Serve trovare il punto di equilibrio, come in bici.

E in bici se non vai avanti, cadi.

Alla prossima

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