Bicycle Line Aero 2.0

La prova su strada

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La prova su strada

Voler essere online in tempo utile, cioè quando avere queste informazioni può servirvi in vista del caldo prossimo a venire, mi ha obbligato a qualche compromesso. Erano decenni che non si vedeva da queste parti un marzo ed un aprile dal clima così rigido. Addirittura la neve, episodio del tutto eccezionale.

Quando lo scorso autunno provai due completi invernali, uno dei due proprio di Bicycle Line, fui costretto a estenuanti trasferte in quota e nelle regioni vicine per trovare temperature adatte a farmi comprendere pregi e limiti.

Stavolta a meno di non trasferirmi alle Canarie, che beninteso mi sarebbe anche piaciuto, ho dovuto attendere che la primavera si ricordasse di venirmi a trovare. Cosa che ha fatto, seppure con notevole ritardo.

Per esserci coi tempi ho scelto però di usare questo completo prettamente estivo anche con temperature che estive non sono. Ho indossato una leggera maglia intima a rete e sono uscito a pedalare con il termometro che ondeggiava tra i 15 e i 16 gradi. Pochini per un abbigliamento il cui uso è suggerito quando ci sono da 20 gradi in su.

A cosa mi è servito allora? Per portarmi avanti in attesa del caldo nella valutazione di altri parametri oltre freschezza e traspirabilità. Comfort, vestibilità, comodità e prestazioni del fondello, tutte cose non influenzate da questo strano clima; ed essere pronto per l’arrivo del caldo con già una buone mole di dati messa da parte.

Inoltre questo test beneficerà di un aggiornamento a giugno, quando i 30 gradi saranno quotidiani. Insomma, cerco di offrirvi sempre il panorama più ampio e, credetemi, non è facile.

Inizio con la vestibilità: comodissima. Maglia e pantaloncino aderiscono, fasciano senza mai stringere o costringere. Non tutti possiamo vantare quel bel fisichetto asciutto e tonico, diciamo la verità, e incaponirsi come vedo con completi ultraslim quando si è ciclisti ben altro che slim lo trovo imbarazzante.

Estetica a parte, la moderata elasticità permette un notevole comfort in tutte le situazioni e movimenti che compiamo in sella.

Due i punti forti, quelli che ho trovato ottimi: maniche e fondo gamba. Le prime, come scritto prima, non hanno elastico a stringere e ugualmente non si spostano; il secondo ha un contatto piacevolissimo sulla pelle, non irrita, pizzica o tira come può accadere con alcune strisce di silicone particolarmente mordaci.

Mi sono piaciute molto anche le bretelle, dove vale analogo discorso sulla elasticità che non costringe.

I completi sportivi sono ottimizzati per una posizione, appunto, sportiva.

Basta alzare un poco la schiena che ti senti ripiegare in avanti e dopo due ore hai le clavicole scavate.

Il Bicycle Line Aero 2.0 è un completo dichiaratamente sportivo ma che permette a tutti i ciclisti di sfruttare ogni diversa posizione in sella, senza obbligarlo.

Me ne sono reso conto su strada, l’ho apprezzato ancor più in fuoristrada dove la libertà di movimento diventa essenziale.

Non parlo di Mtb, ovvio; anche se controindicazioni non ne vedo a volerlo usare. Parlo di fuoristrada leggero, con bici dotate di piega da corsa capaci di portarti per boschi e sentieri dove guidare in piedi capita ma ancor più succede di pedalare a fil di sella. Non dover contrastare maniche che salgono, bretelle che tirano, pantaloncini che si spostano è un contributo decisivo al divertimento dell’uscita.

Stesso discorso per il fondello che solo all’inizio, nel senso di prime volte indossato, esercita una leggera pressione. Un paio di uscite, un paio di lavaggi, grande naturalezza appena si indossa il calzoncino.

Una occhiata alla tabella delle taglie può aiutarci, seppure nulla riesce a sostituire l’indossare un capo per comprendere appieno come lo sentiamo addosso.

Torace e addome sono tagliati su misure per fisici atletici (del resto sempre ciclisti siamo…) ma sui fianchi troviamo un taglio mediamente poco più abbondante di altri completi sportivi.

Il trucco, se così vogliamo chiamarlo, sta anche in questo. Una maglia troppo stretta in vita significa una maglia che una volta chiusa inizierà a tirare sopra e sotto se non si è perfettamente longilinei. Ora, di solito i ciclisti sono magri: ma non tutti.

E comunque un plus di comfort non fa male.

Una notazione che forse c’entra poco con un completo estivo ma visto che l’ho usato anche in condizioni tutt’altro che estive vale la pena comunque riportarla.

Una sottile maglia intima, del tipo a rete fitta da indossare quindi sotto la maglia e non da sola come ho visto, ahimè, fare, e questo Aero 2.0 può tranquillamente essere adoperato quando la primavera è ancora una promessa. Io soffro particolarmente il caldo, quindi non ho sentito la necessità di gambali, manicotti o mantelline varie.

Indipendentemente da questo, resta il fatto che è indice di buona “coibentazione” del filato. Mantenere il corpo al caldo o al fresco non è questione di quanta imbottitura o forellini ci sono: il tessuto deve permettere il mantenimento del microclima interno, favorendo la traspirazione.

Se così non fosse allora dovremmo stare più freschi senza indossare alcuna maglietta e sappiamo che invece così non è.

Con l’alzarsi delle temperature, pur senza le punte agostane che ancora non ho incontrato ma che appena arriveranno mi serviranno per aggiungere notazioni a questo test, si gode di buon isolamento dall’esterno.

E comunque anche ad agosto, se si è mattinieri nelle uscite, i 15 gradi non sono chimera; io li trovo abitualmente, pedalando, come faccio, dalle sei del mattino. Proprio per godermi il fresco.

Quindi diciamo che seppure ho dovuto attendere un ora più tarda, alla fine alcune condizioni sono state analoghe.

La traspirabilità inerpicandosi su salite impervie e con temperature di circa 25 gradi, quindi non proprio bollenti ma calde si, è stata ottima, come mi aspettavo conoscendo ormai bene la qualità dei filati usati dalla Bicycle Line.

Il colletto un pelo più alto e avvolgente di come troviamo di solito su capi estivi è stato utile nel periodo di svolgimento del test.

Per capire se è preferibile tenerlo aperto o si può pedalare con la cerniera chiusa anche col caldo forte dovrò attendere che questo arrivi.

Vale il discorso fatto prima a proposito dell’isolamento: più siamo “svestiti” peggio è. Mai chiesti perché i Tuareg lasciano solo gli occhi scoperti? Ecco… 😀

Molto piacevole la sensazione di frescura ai lati, lì dove il tessuto presenta una foratura maggiore. Ti mantieni fresco, traspiri e non ti arriva la botta di vento in disceso sul petto, che invece resta ben salvaguardato.

Libertà di movimento, gran comfort, buon isolamento e buona praticità. Il taglio posteriore è lungo e questo ha due vantaggi.

Il primo è che non ti scopri la schiena quando ti abbassi; il secondo è che le tasche sono facili da raggiungere e soprattutto facile infilarci la mano dentro. Mai capitato di uscire di traiettoria mentre ravanate alla ricerca della barretta incastrata in fondo? No? A me si, quindi ben vengano queste tasche facili e comode.

Non manca la classica striscia in silicone che aiuta a tenerla ferma.

La cerniera scorre bene; manca una pattina al colletto, quella sottile striscia di tessuto che impedisce il contatto con la pelle quando è tutta chiusa ma non ne ho sentito particolarmente la mancanza. Su un capo invernale si, su uno estivo non è necessaria. Una mano basta per aprire e tirare su se non si supera la metà della corsa; altrimenti servono tutte e due le mani perché il tessuto elastico impedisce di tirare. Nello standard quindi di ogni maglia estiva.

Fin qui la maglia, ora passiamo al pantaloncino.

Anche qui la prima cosa che subito si lascia apprezzare è il comfort. Sia nella vestibilità, dove valgono tutte le considerazioni fatte per la maglia a iniziare dal taglio comodo e finendo con la moderata elasticità del tessuto che avvolge, non costringe e non si sposta: quindi inutile ripetere tutto.

Tre gli aspetti su cui preferisco soffermarmi. Il fondello, le bretelle e la libertà di movimento in zona cavallo.

Iniziamo dal fondello.

Proposto da Berenis, che abbiamo visto essere azienda del gruppo CyPad, sfrutta tutta l’esperienza di chi si occupa di questo importante elemento da moltissimi anni.

Puoi avere i migliori filati ma se un fondello è inadatto nessun pantaloncino sarà indossabile a lungo.

Certamente non a lungo come con questo Aero 2.0 che prevede un ottimo fondello in gel proprio per lunghe distanze.

Da intendersi sempre piuttosto che distanza chilometrica come spazio temporale di utilizzo.

Durata in sella diciamo così; e che io ormai ho standardizzato nei mie test nelle quattro ore, che è di fatto la durata media dei lunghi della stragrande maggioranza degli amatori.

Se un fondello supera indenne questa ghigliottina, tutto quello che viene dopo lo intendo a suo vantaggio.

Qui la soglia delle cinque ore è facilmente alla sua portata.

Morbido al primo impatto si stabilizza subito, conformandosi sul profilo tra terga e sella e svolgendo una efficace funzione di filtro.

Nessuna cucitura o bordo a dar fastidio, nessun attrito, buona traspirabilità.

Resta aperta la verifica col caldo del cuore dell’estate, ma non mancherò di aggiornare queste note.

 

Il taglio anatomico è preciso, si apprezza la “conchiglia” in punta. Più di tutto si apprezza che non si sposta di un millimetro. Non perché si incolli alla pelle, anzi.

Forma, dimensioni nonché corretta tensione del pantaloncino fanno si che non si sia costretti a quella fastidiosa aggiustatina ogni volta che ci alziamo a rilanciare e poi scivoliamo di nuovo in sella.

Imbarazzante dover appuntare queste notazioni ma tant’è; del resto la vita sui pedali è fatta anche di queste cose: nulla richiede di essere aggiustato nei continui movimenti in sella, nemmeno dopo molte volte che ci siamo alzati e seduti.

Resta tutto ben saldo al suo posto e non fatemi specificare oltre che arrossisco…

Insomma, il fondello fa il suo dovere in tutto e per tutto e lo fa per le tante ore che ti permette di essere in sella. Per mia fortuna la casa madre non indica la permanenza in sella per questo fondello. Meno male, ricordo come un incubo la scorsa estate quando con 35 gradi uscìì a testare le sei ore indicate dall’azienda, in altro test. Non finivano mai mentre finivo lentamente io…

Le bretelle come ho avuto modo già di dirvi sono elastiche il giusto: espressione che detta così significa nulla, comprendo. Ti pieghi in presa bassa e non ti tirano, non scavano le spalle né portano su tutto il pantaloncino, con ovvio disagio.

Il contatto con la pelle è piacevole e non arricciano su se stesse. Sono certo che l’ampia foratura sarà un toccasana col caldo ma lo vedremo a suo tempo.

La libertà nel frullare le zampette è totale.

Il fondello è molto esteso ai lati e non parlo della zona imbottita quando delle ali che si prolungano abbastanza e questo sulle prime potrebbe far pensare a sfregamenti o impedimenti vari, con la zona inguinale che si arriccia a causa del superiore spessore.

Timori infondati all’atto pratico. Nessuno spessore, sfregamento o fastidio dalle morbide e piatte cuciture.

Taglio della zona ed elasticità del tessuto permettono la libera rotazione delle gambe, in scioltezza.

La zona schiena, chiamiamola così, col suo inserto traforato non mi ha dato fastidio col caldo.

E’ sempre il punto più critico perché poi sopra c’è anche la maglia e nulla è peggio di ritrovarsi a scendere dopo una sudata salita (in tutti i sensi…) col la schiena che ti si gela.

La sera il mal di schiena è assicurato. Non con questo completo però, e così lo promuovo.

La maglia ha una piccola striscia riflettente sotto le tasche e anche il logo in alto è stampato ad alta visibilità; sul pantaloncino mancano.

Non sono pochi i ciclisti che scelgono di uscire il tardo pomeriggio e rincasare appena dopo il tramonto, per godere di temperature più miti sfruttando gli ultimi barlumi di luce. Io non sarei mai parco con la visibilità, fermo restando che se si guida col buio non basta, servono le luci sulla bici e possibilmente anche sul casco.

L’ottimo comfort sembra essere il filo comune che lega maglia e pantaloncino; e che ho trovato nei guanti Pavè.

Già, il Pavé, gioia e dolore di ogni ciclista. Evoca eroiche imprese tra i massi del Nord, si traduce nelle nostre scalcinate strade che di eroico hanno nulla, solo tante botte.

Botte al sellino, e ci pensa il fondello ad assorbire; botte alle mani e ci pensano questi guanti che il Pavé lo hanno nel nome e sanno come affrontarlo.

Io ne pedalo tanto, abito in centro città e tranne quando sono costretto per esigenze fotografiche a caricare due o tre bici in auto (ancora non ho imparato a pedalare su più bici contemporaneamente…) per dirigermi verso luoghi adatti a scattare le immagini in azione che accompagnano questi articoli, me lo devo sorbire per almeno 20 chilometri in uscita dalla città e altrettanti al rientro.

Potete capire perché appena li ho visti sul catalogo li ho scelti per questo test 😀

Non hanno smentito il loro nome, coi cuscinetti molto pronunciati che assorbono ogni colpo.

Sia pedalando in presa bassa che in presa sui comandi.

Nel primo caso la forma delle imbottiture non mi ha creato problemi a impugnare sia pieghe classiche, cioè a sezione tonda e regolare, che pieghe leggermente palmari, quelle che siamo abituati a definire col profilo a ovetto.

La mano avvolge il manubrio in modo naturale, lo spessore c’è ma non si avverte. Si avverte un leggero cedimento appena si stringe la piega, cedimento che subito si stabilizza e resta costante.

Soprattutto non si avvertono i colpi, se non quelli proprio forti e che comunque sono ben smorzati.

Il dorso è in tessuto elasticizzato e copia anche lui la mano, adattandosi pronto. Molto traspirante, anche in questo caso rimando le valutazioni sul comportamento in caso di caldo torrido a quando lo affronterò. Fino ai 26 gradi, temperatura massima che ho incontrato durante lo svolgimento di questo test, problemi nessuno.

Efficace e comodo il tessuto tergisudore sulla parte esterna del pollice. Ho trovato assai piacevole il piccolo inserto morbido alla base del polso, all’interno. Usando una piega da corsa è articolazione che cambia continuamente angolo a seconda di dove poggiamo le mani: il guanto copia fedele, adattandosi alle diverse posture senza mai spostarsi o scoprire la zona.

A questo punto quasi superfluo dire che si sono rivelati preziosi in fuoristrada, andando per sentieri. La bici usata è stata la London Road, che beneficia da tempo dell’attacco manubrio ammortizzato Redshift ShockStop.

Davvero provvidenziale e che mi ha permesso di aumentare le attitudini offroad dell’inglesina. Sentieri, fossi, salti, tutto smorzato bene sia dall’attacco che dai guanti, col risultato che il passo sale.

Chiudo con le calze Miglia, del tipo alto (18 cm) che fa tanto prof e che quando hanno iniziato a essere immesse sul mercato mi lasciarono dubbioso, io cresciuto a calzettini assai corti.

Adesso utilizzo quasi esclusivamente calze più lunghe e non per scimmiottare il mondo professionistico, cosa che mai ho fatto. Mi ci trovo meglio, poco da fare.

Quindi molto bene mi sono trovato con queste Miglia, che, anche loro, comprimono ma non stringono. Niente bassorilievo sul polpaccio per capirci…

Il filato elastico avvolge bene il piede, non crea grinze e l’assenza di cuciture fa il resto nell’offrire comodità

Testate sia con scarpe da corsa con suola in carbonio, sempre critica col caldo, che con differenti scarpe da Mtb, sia da battaglia che di ottima fattura.

Il piede traspira bene e, te ne accorgi soprattutto con scarpini in carbonio, resta ben isolato dalla suola e dal calore da lei prodotto.

La compressione migliora la circolazione ma di quanto onestamente non saprei dirvi.

Sensibilità o no, sono cose che puoi scoprire solo con test in laboratorio, bici sui rulli e tu collegato ai sensori. Se provassi a quantificare sarei solo uno sbruffone e non lo sono, quindi mi tengo per buone le indicazione del produttore e le giro a voi. Di più non sarebbe onesto da parte mia.

Bene, penso che ci sia null’altro da aggiungere. Resta in sospeso la valutazione dell’uso con temperature assai elevate, temperature che, per essere online ora, non ho potuto attendere. Ma, prometto, integrerò il test appena il clima lo permetterà.

In ogni caso già così abbiamo un quadro abbastanza completo e indizi sufficienti per immaginare cosa succederà col caldo forte. Perché se un capo è traspirante lo scopri pure salendo 12 km con 26 gradi, dove si suda, e si che si suda…

Quindi voltiamo pagina e andiamo alle conclusioni.

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