Siamo fuorilegge?

Domanda legittima visto che ben pochi di noi montano sulle bici specialistiche, strada o fuoristrada che siano, luci, campanello, catadiottri vari.

Alcuni fanno a meno pure dei freni; argomento sul quale non mi dilungherò: sono obbligatori, uno per ruota e buona pace agli amanti delle fixed minimali.

Il discorso luci invece è più complesso.

Esiste un articolo del nostro codice della strada, quindi legge della Repubblica, che indica le caratteristiche costruttive e funzionali e i dispositivi di equipaggiamento dei velocipedi: è l’articolo 68.

Però dovete sapere che in Italia nulla è mai semplice, soprattutto parlando di leggi. Ci beiamo da anni nel definirci la patria del diritto, ma in realtà qui è nato un paio di migliaia di anni fa uno dei sistemi più evoluti, e tutt’oggi per larga misura ripreso da decine e decine di nazioni, per regolare i rapporti civilistici. Poi noi l’abbiamo rovinato e in tutto il resto siamo messi male.

Del resto il Legislatore non è una entità superiore che dal suo Olimpo ci informa su come comportarci e detta le regole: il Legislatore è il Parlamento, il Parlamento è composto da Onorevoli e Senatori eletti dal popolo, Onorevoli e Senatori sono esseri umani: come noi, solo che guadagnano di più lavorando meno.

E gli essere umani, si sa, sono fallaci: la perfezione non è terrena.

Questo provoca non pochi problemi. A parte lessico e sintassi che fanno inorridire chiunque abbia un minimo di amore per la nostra lingua (io darei l’ergastolo a chi ha introdotto l’espressione “combinato disposto”: ma che significa? Nulla) c’è un piacere perverso nel compilare un articolo di legge che ne richiama un altro, che ne richiama un altro, che ne richiama un altro e così via in un infinito richiamo dove la voce finisce col perdersi. Quella della ragione.

Nanni Moretti, che potrà piacere o meno ma nel suo è bravo e spesso ha intuizioni felici è uno che l’italiano sa usarlo. Una delle frasi più belle che ha recitato in un film è: “chi parla male, pensa male”. Che io parafraso in “chi scrive male, pensa male”.

Molti degli errori, delle incongruenze, di quelli che stampa e non addetti definiscono con disdegno “cavilli” e via via fino alle questioni di legittimità costituzionale, nascono da leggi mal scritte. Cioè: scritte proprio male, in italiano. Lasciamo perdere i contenuti, tanto manco si capiscono.

Ecco: chi scrive male (una legge) pensa male.

Perché il dato letterale è fondamentale: tu puoi o non puoi fare quello che è scritto. Se non si capisce cosa è scritto, nemmeno puoi sapere se stai facendo bene o male, se sei onesto o un delinquente. Rilevarlo, sottolinearlo, signori miei, non è cavillare: è pretendere giustizia, aspirando, utopisticamente, a trovare un poco di intelligenza.

Che c’entra tutto questo mio, ora ci vuole, cavillare con le luci su una bici?

C’entra perché tutto il peso ricade su una sola lettera dell’alfabeto, una semplice vocale chiamata a fare da congiunzione: “e”.

Andiamo con ordine.

La lettera c) del primo comma dell’art. 68 C.d.S recita: “…[I velocipedi devono essere muniti di pneumatici, nonché]… per le segnalazioni visive: anteriormente di luci bianche o gialle, posteriormente di luci rosse e di catadiottri rossi; inoltre, sui pedali devono essere applicati catadiottri gialli ed analoghi dispositivi devono essere applicati sui lati”.

Non mi soffermo su altri obblighi, per esempio il campanello sennò finiamo in barzelletta.

Non per il campanello in sé, sia chiaro. Perché oltre il fascino del richiamo perpetuo abbiamo anche la perversione del Regolamento: si, in Italia quando fai una legge subito fai anche un regolamento per applicare quella legge. Che poi richiama a un altro regolamento e via verso distanze siderali, altro che i bastioni di Orione. Anzi, secondo me a Roy Batty il coccolone gli è venuto pensando alla nostra burocrazia, quella si roba che voi umani non potete neanche immaginare.

Torniamo al presente. Leggendo il regolamento relativo all’art. 68 scopro che il campanello, per essere omologato, deve essere udibile a 30m di distanza. Bravi. Dove? Trenta metri nel centro storico della mia città dove per parlare con chi è al mio fianco devo urlare o trenta metri nella pace di una vetta dolomitica? Vabbè.

Proseguiamo.

Leggiamo il secondo comma dell’art. 68 C.d.S, nella parte che a noi interessa: ” 2. I dispositivi di segnalazione di cui alla lettera c) del comma 1 devono essere presenti e funzionanti nelle ore e nei casi previsti dall’art. 152, comma 1.”

Ho evidenziato la nostra congiunzione, ma prima un altro passo. Siccome scrivere quando queste lucette, il campanello e tutto l’albero di Natale devono essere presenti e funzionanti non lo si poteva scrivere nello stesso articolo altrimenti sembrava una cosa intelligente, saltiamo al 152 manco fossimo al gioco dell’oca.

Il titolo dell’art. 152 C.d.S è fantastico: Segnalazione visiva e illuminazione dei veicoli. Bravi! Quali veicoli? Anche noi a pedali?

E così ci mettiamo a dare una scorsa al testo dell’articolo, sperando in una definizione di veicolo che ci aiuti a capire se ci siamo pure noi o no.

E scopriamo che sono: “…I veicoli a motore durante la marcia fuori dei centri abitati ed i ciclomotori, motocicli, tricicli e quadricicli, quali definiti rispettivamente dall’articolo 1, paragrafo 2, lettere a), b) e c), e paragrafo 3, lettera b), della direttiva 2002/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 marzo 2002…”.

Le bici non ci sono ma chissà, c’è la direttiva Europea, andiamo a vedere questa che dice: scrivere da subito nell’art. 68 troppa fatica, vero? Già, impossibile resistere al fascino perverso del richiamo: 50 sfumature di richiami. Ma porc…

Vi riporto solo l’intestazione, il resto è inutile: “…Direttiva 2002/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 marzo 2002 relativa all’omologazione dei veicoli a motore a due o tre ruote e che abroga la direttiva 92/61/CEE del Consiglio…”.

Il sottolineato è mio: che c’entrano con noi pedalatori i veicoli a motore? Niente. E che c’entra l’art. 152 con noi? Niente.

E perché l’art. 68 allora lo richiama? E che ne so io, non faccio il Legislatore, chiedetelo a loro.

Il 152 richiama il 153 che richiama il regolamento e così via ma mi fermo, tanto parlano sempre di veicoli a motore, quindi giocassero a chi tiene il richiamo più lungo, io vado avanti.

Resta fermo per noi velocipedisti (mica è colpa mia se la bici è ancora definita velocipede dal codice…) che quando fa buio le luci dobbiamo tenerle e tenerle accese, veicoli a motore o no.

Ma il punto non è questo: durante le ore diurne? Spente ok, ma installate?

Torniamo così al nostro art. 68 C.d.S. e la sua umile congiunzione: presenti e funzionanti prescrive la legge.

Che significa? Sempre presenti, anche di giorno? Oppure che col buio devono essere lì e in funzione? Cioè non puoi lasciarle spente, detto semplice?

Questa nostra congiunzione cos’è? Che ci impone?

Scrivere, per esempio “sempre presenti e in funzione da una ora prima del tramonto” minuto più, minuto meno ora non cavillate voi, non sarebbe stato semplice, chiaro e facilmente comprensibile a chiunque?

A leggere di nuovo: “…devono essere presenti e funzionanti nelle ore e nei casi” l’interpretazione è ambivalente.

Mettiamola algebrica.

Una cosa è “(presenti e funzionanti)”, altra è “presenti (e funzionanti)”.

Nel primo caso devono esserci  solo col buio e poi accenderle solo col buio; nel secondo devono esserci sempre, anche di giorno, e poi accese all’imbrunire.

La volontà del Legislatore, che si desume da tutto l’impianto ordinativo, è un obbligo di presenza a bordo tout court, a ogni ora del giorno e della notte. Però siccome poi l’articolo è scritto una schifezza, diciamolo, l’ipotesi che una interpretazione letterale voglia imporre l’obbligo di presenza e funzione solo nei casi ecc non è poi del tutto campata in aria. Il verbo è uno solo, quindi presenza e funzione si identificano, divenendo un tutt’uno.

Delle due l’una: o la ragione interpretativa è la mia, oppure la legge è ampiamente disattesa.

Io plotoni di forze dell’ordine che stanno lì a multare ciclisti senza luci di giorno non ne vedo; però ogni tanto qualche multa fiocca.

E quindi, probabilmente, alla fine la realtà è in un terzo motivo; ci ritroviamo nel classico paradosso tipico di una ex culla del diritto quale noi siamo: la legge c’è, farla rispettare è impossibile, facciamo finta che non c’è e ogni tanto ce ne ricordiamo.

Io francamente non posso fornire la certezza interpretativa, del resto con le leggi, per come sono malscritte, è possibile sostenere tutto e il suo contrario.

Al di là di ogni valutazione tecnica e giuridica, resta fermo il mio consiglio, codice o non codice, di non andare in giro la sera o in qualunque condizione di poca visibilità, senza luci.

E’ un poco come il discorso della precedenza: me ne frego se la tengo io, se quel tir non me la da io faccio passare. Dire di aver ragione da un letto di ospedale o farlo incidere come epitaffio “qui giace uno che aveva ragione” non è che mi interessi poi tanto.

Alla fine, a torto a o ragione, chi si fa male siamo noi.

Buone pedalate.

P.s.: la collocazione di un articolo in una certa sezione ha la sua importanza in questo blog. Il fatto che questo scritto lo abbia collocato nella categoria dedicata alle chiacchiere in libertà indica che non ho voluto scrivere un articolo scientifico ma scherzare sui paradossi e la facilità con cui si può dire tutto e il suo contrario. Tenetelo presente se a qualche tapino che si è beccato la multa venisse voglia di far ricorso…

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

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