Sensibilità?

Su questo blog sono presenti diversi test, sono bici che ho assemblato o che sono transitate per la microfficina e meritavano un approfondimento.

Sto lavorando per ampliare questo settore, ma le difficoltà sono tante: una per tutte avere la disponibilità delle bici.

Seppure il blog si stia ritagliando un suo spazio sempre maggiore, resta il fatto che non sono una testata consolidata e le case, giustamente, hanno bisogno di giustificare l’uscita di una bici da qualche migliaio di euro. Lo comprendo.

Quello che invece molti ignorano è che i test hanno una loro metodologia ben precisa; il fatto non disponga di attrezzature per i rilevamenti strumentali nulla inficia il risultato. Anzi, è pure meglio perché lascia ampio spazio alla scoperta del carattere: che è quello che a noi più interessa.

La metodologia è frutto dell’esperienza fatta sulla carta stampata, seppure in altro settore. Ma alla fine il protocollo è uguale.

La regola più importante è l’eliminazione di ogni variabile. Significa usare sempre uno stesso circuito di prova, che deve essere il più vario possibile in modo da replicare ogni probabile situazione. Ma significa anche rimuovere le variabili tecniche; se per esempio a essere in prova sono delle ruote, allora è meglio usare lo stesso telaio e le stesse coperture abituali, già conosciuti, in modo che il risultato non risulti influenzato.

E poi c’è la seconda regola, quella che spiazza chi non ha familiarità: non bisogna percorrere troppi chilometri.

Perché? Perché altrimenti si fa l’abitudine; quello che può essere un limite o un difetto viene automaticamente corretto durante la guida e non ci si fa più caso. Se per esempio una bici presenta problemi in ingresso delle curve veloci, si finirà col scendere più piano o variando la traiettoria per evitare il problema sorga, di fatto nascondendolo.

Percorrere tantissimi chilometri è anche inutile, se una bici è lenta nei rilanci lo sarà dopo dieci rilanci come dopo cento. Quella è, nulla cambia nel ripetere all’infinito. Le bici, come gli uomini, non imparano dai propri errori.

Seguire le regole però non basta se manca una cosa fondamentale: la sensibilità. Devi saper riconoscere i segnali che ti rimanda la bici e avere abbastanza conoscenze tecniche per decifrarli. Non basta cioè avvertire che la bici smorza bene il pavè; devi sapere come reagiscono le geometrie di un telaio per comprendere che se smorza così bene mantenendo trazione è perché il carro è stato progettato in un certo modo.

La sensibilità o la tieni o non la tieni, non la puoi inventare; se però hai avuto la fortuna di questo dono hai il dovere di affinarla. E l’unica strada percorribile è quella dello studio e del confronto continuo. In pratica la affini con l’esperienza teorica e pratica.

E poi ci vuole la gamba: se non ce la fai a spingere inutile provarci, riusciresti a capire proprio nulla. Qui però entra in gioco un altro fattore: a chi ti vuoi rivolgere? Perché se il tuo pubblico è di agonisti, o sei in grado di portare al limite il mezzo oppure non saresti in grado di rimandare le informazioni che la tua platea cerca. Se sei un normale amatore e a loro vuoi rivolgerti, i tuoi ritmi quelli saranno e riuscirai a trasmettere ciò che il pubblico cui destini i tuoi lavori vuole sapere.

In definitiva devi essere un ciclista esattamente come coloro a cui ti rivolgi. E per farlo ti basta avere la loro gamba.

Vi racconto una storiella.

Giornata dedicata ai test in circuito, moto di vario genere; dalla sportiva estrema alla turistica con borse annesse e varia umanità chiamata a decifrarne il comportamento.

Tocca al primo, sale in sella, tempo tre curve ed è già lì gomito a terra; e così con qualunque moto gli dai, che sia l’ultima supersportiva figlia delle competizioni o la diretta discendente a motore del ciuco da soma.

Lo vedi girare come un fulmine e pensi sia il tester ideale.

Si ferma e se gli chiedi un parere il massimo che sa risponderti è “bah, la rossa va forte, quella grigia allarga un poco, ma la nera tocca dappertutto”. Ecco, questo è tutto ciò che riesci a ottenere, oltre a un colpo perché ti rendi conto che la nera è la turistica con le borse e ti avevano raccomandato di tenerla integra e perfetta, unico esemplare giunto in Italia, mentre adesso ha tutta la parte bassa tragicamente rastremata dal continuo contatto con il (molto abrasivo) asfalto del circuito.

Ti consoli pensando che almeno hai una foto da copertina che gli altri si sognano, e del resto è l’unico motivo per cui gli hai dato le moto.

Passi la mano e affidi le moto a quello bravo, veloce, sensibile e tecnico; al termine dei suoi giri lo blocchi per appuntare le impressioni, fidando sul fatto che è sensibile e quindi avverte i segnali; veloce e quindi capace di sfruttare a fondo il mezzo; tecnico e quindi conosce bene la materia. Ma ha un limite e tu lo sai: è sportivo, per lui qualunque moto non sia emanazione diretta di un reparto corse è un cancello.

Ma questo è; fiducioso ti fai avanti col registratore per beccarti la solita tiritera sulla forcella troppo flaccida, il telaio che flette, la pedana che struscia, la frenata che si allunga e così via, ben sapendo che poi dovrai fare la dovuta tara a ogni lamentela per rapportare quei piagnistei alla moto in questione. Finché proprio non ce la fai più. Tu stai lì a sudare un mondo boia con la tuta di pelle addosso, il registratore in mano, tutti a scorrazzare in moto tranne te e ti devi pure sentire i lamenti del pilota convinto.

A quel punto sbotti: “Rimetti il culo in sella e prova se questa benedetta forcella è flaccida o sei tu che stacchi ai 150m e la mandi a pacco! E’ una moto per viaggiare, cavolo, chissenefrega se sbandiera staccando a 220!”.

Lo sai che serve a nulla, ma almeno dopo lo sfogo ti senti meglio; tempo tre giri, il pilota convinto rientra, si toglie il casco e ti risponde “Scusa, non ho provato la forcella, questa moto è un cancello, mi strisciano le borse; ma chi li costruisce ‘stì cessi?”. E riparte in monoruota.

La giornata ti sta sfuggendo di mano, ti rendi conto che hai portato a giocare dei ragazzini al parco e rischi che tutta la baracca, di cui quel giorno sei tu il responsabile, vada in malora.

Allora ti giochi la tua ultima carta: il motociclista normale.

Che è un ragazzo molto sensibile, non un gran manico, i suoi tempi sul giro sono decisamente alti. Però guida pulito, ha ottime cognizioni tecniche, sa descriverti con esattezza ogni singolo comportamento della moto, riesce e parametrarla a quello che è l’uso per cui è stata destinata. Va facilmente in crisi solo se non è tutto come vuole lui, basta che gli cambi un click alla forcella e ti tira giù i muri finché non ottiene la taratura che dice lui. Ed è fissato con le gomme: prima deve farsi almeno cinque giri di rodaggio, se non sente la gomma lavorare come dice lui non riesce a guidare sereno.

Ma sorvoli, è la tua ultima speranza per rimettere in piedi la giornata.

E così è. Tre giri, niente sparate gomito a terra o staccate a ruota posteriore alzata; rientro ai box, chiara e precisa descrizione del perché e percome di quel dato comportamento, niente atteggiamenti da prima donna e le scuse perché nel curvone veloce non se la sentiva di aprire tutto.

Ma è lui che ti serve, perché così guidano tutti, perché lui ti dirà quello che ti serve sapere e serve sapere ai normali motociclisti che ti leggeranno. A cui frega niente se dopo dieci giri la frenata si allunga: quella moto la useranno per andare in vacanza con la moglie e i bagagli, non vedrà mai un circuito. Quel motociclista vuole sapere se con le borse cariche la moto sta in strada o no, se a velocità di crociera il parabrezza lo protegge o gli sballottola il casco: vuole sapere come si comporterà la moto nell’uso che ne farà lui.

Lo ringrazi, sai che ti ha salvato la giornata; lui si schernisce, sa che il suo nome nemmeno comparirà per non dire di una foto; gli basta sapere che grazie a lui ci sarà un motociclista felice, un motociclista che è riuscito a scegliere nel modo giusto la sua futura compagna a due ruote. E tu sai che senza di lui non avresti scritto l’articolo e un poco ti rode non dargli il merito; ma i lettori sbavano per il gomito a terra e tu da bravo soldato puoi solo ubbidire.

Di questa storiella, vera seppure abbellita da qualche infiocchettatura, non svelerò nomi e ruoli, non hanno importanza.

Ma c’è una sua morale; non conta avere il manico del gran pilota o la gamba del professionista. Devi essere come chi ti legge, devi sapere di cosa parli, devi riuscire a descriverlo. Devi farlo sentire in sella.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • marco

    Bellissimo quest’articolo….
    Grazie

  • Daniele

    Concordo; bell’articolo. Mi piacerebbe sviluppare questo tipo di abilità. Credo sia molto importante poter provare molte cose diverse. Non sempre però si siesce ad avere la possibilità, purtroppo.
    Ci si fida dell’istinto (e di qualche tester) e poi tanto, 9 su dieci la nuova bici che compri è sempre meglio della precedente.
    Quando invece non sono tue puoi essere più obiettivo. Credo.

    Daniele

    • Elessarbicycle

      Beh Daniele, noi ciclisti siamo tonti ma non fino al punto di svenarci per prendere una bici peggiore di quella che abbiamo…
      Ma il punto non è se la bici è migliore della precedente, cosa che rileva solo per il proprietario.
      Il difficile è stabilire in modo oggettivo pregi e difetti di una data bici, sia tua o meno conta poco.
      E la vera difficoltà è proprio essere oggettivi. Alla fine per noi e per me che scrivo è passione. Difficile trovare un difetto quando una bici emotivamente ti coinvolge, tendi a rubricare quel comportamento come “carattere” e non rendi un buon servizio.

      Basta vedere l’entusiasmo che mi prende quando guido una sportiva pura e il tiepido approccio alle mtb che proprio non amo. Posso essere più personale nei giudizi perché questo è un blog, per sua stessa natura più votato all’aspetto passionale che alla fredda logica. Ma senza esagerare. Motivo per cui, sempre rifacendomi alle mtb, quando mi arrivano in microfficina (e me ne sono capitate di alta gamma) ho evitato di pubblicare test, sapevo mi sarebbe stato difficile non lasciare che il mio pregiudizio falsasse i risultati. E da buon politico mancato, nel dubbio mi astengo… 😛

      Invece per la sensibilità posso parafrasare quello che dissi a proposito della scrittura: impegno, disciplina, studio e un poco di talento se c’è. Se non c’è, se non hai mai avuto quella piccola fiammella dentro puoi studiare e impegnarti quanto vuoi, approdi al nulla.
      Come il motociclista di sopra, gran manico, gli ho visto fare cose incredibili: non distingue una moto dall’altra se non per colore e a capire come vanno, beh, sorvoliamo…

      Fabio

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