Se è così, meglio le leggende…

Uno degli scopi di questo blog è sfatare miti e leggende metropolitane che imperversano nel mondo dei pedali. Potete immaginare quindi con quanto sollievo ho appreso la notizia che una associazione inglese ha messo su un portale multilingue che raccoglie e demolisce le tante falsità che troviamo in giro.

Sollievo troppo frettoloso, due indizi avrebbero dovuto mettermi in allarme ma che dirvi, mi sono distratto. Il primo è che questa associazione, dall’altisonante nome di Cycling Embassy of Great Britain, malgrado sia in piedi da qualche anno e mostri un corposo direttivo ha prodotto ben poco di utile e minor seguito. Il secondo è che il lancio della notizia mi è arrivato da un sito che della superficialità ha fatto il suo vessillo.

Mi aspettavo, speravo quasi, di trovare messe nero su bianco risposte valide alle tante sciocchezze di cui cadono vittime soprattutto quelli che si avvicinano al nostro mondo. Qualche bella disquisizione sul falso mito dei materiali, un vero confronto sugli impianti frenanti. Magari anche qualcosa di meno tecnico, che so, l’importanza dell’alimentazione oppure che una cosa è la teoria altra la pratica, per esempio quando si calcola lo sviluppo metrico.

Invece cosa trovo? Un insieme di sciocchezze, alcune davvero gravi perché toccano l’importante argomento della sicurezza.

Vi propongo pochi esempi. A chi sarebbe vittima del falso mito, falso secondo loro ovvio, per cui”Bisognerebbe usare un abbigliamento ad alta visibilità in bici” la risposta, a meno di errori nella traduzione (non mia, è già in italiano) o di un mio improvviso rimbecillimento che mi impedisce di cogliere un senso profondo e nascosto, è che “… Diversi studi suggeriscono che gli abiti ad alta visibilità hanno un effetto trascurabile sulla sicurezza delle persone che vanno in bici, e parimenti sul comportamento di chi guida. Peggio, in certe circostanze il riflesso degli indumenti fluo può ridurre la visibilità: vi sono stati casi in cui tali indumenti sono stati citati come fattore aggravante in incidenti mortali.

Di quali studi si tratti gli autori non lo dicono. Però siccome io di sicurezza stradale mi sono occupato per davvero per molti anni, pubblicando diverse inchieste scritte in collaborazione con centri studi qualificati (universitari, istituiti presso aziende del settore, indipendenti ecc.) posso assicurarvi che tale studio non esiste e se esiste è di qualcuno che se lo è autopubblicato. L’alta visibilità nel corso degli anni e grazie ai tanti studi seri che si sono succeduti è passata da presidio passivo a presidio attivo per la sicurezza stradale. Senza entrare in inutili dettagli tecnici, semplifico dicendo che l’abbigliamento ad alta visibilità è equiparato ad air bag, cinture di sicurezza e casco.

Già, il casco, altra perla di saggezza di questi buontemponi inglesi, per quelli che cedono alla leggenda che la nostra capoccia vada protetta (evidente loro nulla hanno valga la pena preservare): “La gente dovrebbe usare il casco per andare in bici, per la propria incolumità“. La risposta mette i brividi, ho sottolineato le parole chiave: “L’uso di un casco quando si va in bici non fa la differenza in termini di sicurezza. Quei paesi dove l’uso del casco è obbligatorio, o dove si fa un uso massiccio del casco, non presentano nessuna diminuzione nel numero di traumi cranici (né di traumi in generale) rispetto ai paesi senza tali leggi […] in alcune parti del mondo l’ambiente è tanto ostile alle bici che molte persone usano il casco o altre protezioni come estrema difesa, nonostante il minimo beneficio offerto da queste apparecchiature“. Qui i nostri ambasciatori hanno il pudore di non citare alcuno studio (e vorrei vedere) ma in modo tendenzioso chiudono affermando che ” [ne] i Paesi Bassi, che sono il paese più sicuro al mondo dove andare in bici, hanno la maggior diversità demografica (che c’entra? Volessimo cedere al mito che i vecchietti hanno la testa dura? Suvvia… N.d.r.) fra le persone che usano la bici e la più bassa percentuale di persone che usano il casco“. Chiunque di noi si sia trovato, in bici o meno non importa, a percorrere la terra dei tulipani avrà notato l’altissima concentrazione di bici. Usate nella quasi totalità dei casi per tragitti molto brevi, su percorsi chiari e delimitati e a velocità assolutamente modeste. Infatti gli olandesi sono rimasti l’unica nazione europea a fare ampio uso delle bici con frenata a contropedale, non certo un portento di efficienza, ma comoda e semplice per il loro prevalente utilizzo della bici. Ignoranza o malafede? Non lo so, ma propendo per un giusto mix fra le due.

Io posso pure condividere, anzi condivido, la battaglia per infrastrutture ciclistiche sicure ma continuando a sfogliare domande e risposte si raggiungono vette di ridicolo. Mito da sfatare per i nostri ex compagni europei: “Ci sono troppe salite” a giustificare, a detta degli autori, uno scarso uso della bici da parte di chi vive in zone montuose o città collinari. La risposta è che non è vero che nei Paesi Bassi vanno in bici perché non hanno salite infatti, sostengono, la conferma arriva dal fatto che la usano pure a Nijmegen (che, vi informo, ha un dislivello massimo di 88m, wow!) e che la soluzione è: “le salite sono un ostacolo per l’andare in bici … e non costituiscono comunque una buona ragione per non progettare strade sicure.” Si vabbè, io le strade sicure le voglio ma non è che se una salita la progetto sicura questa si spiana: le gambe ci vogliono uguale, sicura o meno; anzi, questa è l’unica cosa sicura.

Mi correggo, non è l’unica cosa sicura. L’altra certezza è mai avevo visto in tanti anni riunite insieme una tale quantità di sciocchezze. E se la questione delle salite sicure al massimo fa sorridere, ben più grave è rivestirsi di autorità dichiarandosi ambasciatori del ciclismo e sostenere che il casco o l’abbigliamento ad alta visibilità sono inutili.

In questi casi la mia strategia è sempre stata il silenzio, perché se li ignori i parolai non hanno seguito. Ma visto il lancio fatto da un sito molto seguito (e lo trovo disdicevole…), il pericolo che qualcuno, magari alle primissime armi, possa credere a quelle fandonie c’è.

A proposito, oltre ad andare senza casco e abbigliamento ad alta visibilità lasciate a casa le luci se uscite la sera, soprattutto se dovete percorrere buie provinciali. Uno studio recente ha dimostrato che l’uso delle luci di notte disturba gli automobilisti alla guida che non possono falciarvi spensierati. Però uno studio avversario sostiene che le luci invece sono fondamentali perché così gli automobilisti possono prendere meglio la mira; a patto non siano in funzione lampeggiante che, pare, sfasi i calcoli.

Buone pedalate

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • io uso il caschetto chiuso al posto di quello traforato mi sento piu sicuro.

    • Elessarbicycle

      Ah! Quindi doppia vittima del falso mito che il casco serve! Grave, molto grave…
      😀 😀 😀

      Fabio

    • Al di là di quelle che possono essere le sensazioni personali la preferenza per un casco chiuso di primo acchito sembrerebbe avere una sua logica, ma al di là del fatto che io ci morirei dopo venti secondi penso che gli studi sui materiali e sulla geometria delle areazioni renda i caschi “bucherellati” equivalenti in caso di urto.
      Discorso diverso per la possibilità di oggetti (o insetti) che entrano dalle aperture, anche se di tratta di eventi improbabili lì un casco a calotta integrale è meglio protetto.
      Poi mi torna in mente di quando andavo in moto e finii in velocità in mezzo ad un nugolo di tafani, me ne entrarono quattro dentro il casco integrale chiuso “risucchiati” da sotto la mentoniera…. Non fu un bel momento 😀

      • Elessarbicycle

        Ciao Samuele, di caschi chiusi ne esistono varie tipologie. Sorvoliamo su quelli da crono e modelli specifici da velocità e concentriamoci solo su quelli per uso urbano, ambito per il quale molti produttori propongono caschetti chiusi. Che hanno comunque un sistema di aerazione ma di solito poco visibile.
        Lo scopo della struttura piena è duplice: uno di sicurezza e uno di ordine pratico.
        Per la sicurezza si è stabilito, grazie a innumerevoli studi, che in città è più probabile impattare contro spigoli; per la praticità lo scopo è offrire più protezione da pioggia e freddo, perché chi usa la bici in città spesso lo fa per andarci al lavoro ed esce pure se il tempo non è dei migliori.

        Il problema del caldo è relativo, comunque in città si va piano e se usi la bici per andare al lavoro ti interessa non sudare tutto, non solo la testa e quindi regoli l’andatura di conseguenza. E in ogni caso un sistema di canalizzazione sui caschi urbani c’è sempre, anche se difficile da scorgere. Ne vedi un esempio nell’articolo sul Closca Fuga.

        Fabio

        • Scusami il discorso della città volevo metterlo ma mi è rimasto solo nella tastiera 🙂
          Io col casco chiuso non potrei stare per vari motivi, ma non sono di interesse in questo frangente.
          Ti chiedo scusa per il post che poi hai cancellato relativo allo scherzo, effettivamente non era questa l’occasione giusta.
          Ciao buona giornata
          Samuele

          • Elessarbicycle

            Ciao Samuele, invece ogni intervento di chi ha sale in zucca è sempre rilevante.
            Per il post cancellato te ne ho spiegato i motivi in privato, tramite FB. Trovi lì.

            Fabio

  • Ernesto

    Che articolo inutilmente denigratorio. Pazienza che i colleghi del sito nazionale ti stanno sulle balle, ma il ragionamento non fa una grinza e sono considerazioni piuttosto note, oltretutto i link alla bibliografia ci sono eccome anche se spesso ad articoli divulgativi più che a studi scientifici (in fondo anche tu avresti difficoltà a produrre numeri oggettivi sull’argomento).
    No, come spesso ti succede hai un idea relativamente poco condivisibile sulla bicicletta strettamente “urbana” …per parafrasare un noto blogger newyorkese; il casco serve nelle gare, fino a quando comprare la mayonese non diventerà specialità olimpica in città ne possiamo fare a meno.
    Una curiosità: ma in questo secolo dove hai visto i freni a retropedale in olanda? 😉

    • Elessarbicycle

      Che dirti, se pensi anche tu che indossare un casco non fa differenza in termini di sicurezza libero di crederlo. La capoccia è tua, se ritieni non valga la pena proteggerla non sarò certo io a distoglierti. Il conto però lo paghiamo noi, ma non è questa la sede di affrontare il discorso dei costi sociali ed economici degli infortuni stradali, che avvengono, ahimè, anche andando a comprare la mayonese. Come potrei dimostrarti grazie agli studi che ho prodotto e pubblicato, ma servirebbe? Non credo.

      Fabio

      • Ernesto

        Non sono io che lo penso, sono i numeri che lo dicono. E’ abbastanza noto ed ampiamente dibattuto ed analizzato, tanto che praticamente in nessun paese del mondo l’uso del casco in bicicletta è obbligatorio… tutti pazzi? Certo che servirebbe a dimostrarmi se tu mi fornissi i dati (cosa che peraltro la criticata pubblicazione nazionale fa visto che allega due pagine di referenze in 4 lingue) e dovresti farlo perchè come logica vuole è quello che afferma la tesi a doverla sostenere… ma dubito fortemente che tu possa portare dei numeri a sostegno della tua tesi, rispettabile ma fallace almeno i tema di ciclismo urbano, alle gran fondo il discorso è diverso. Il casco in bicicletta non ha nulla a che vedere con il casco in moto e non porta benefici tangibili tali da giustificarne uso od obbligo. A dirla tutta, a mio avviso anche su altre risposte che hai bollato come fesserie forse dovresti rifletterci meglio, in fondo il sito che hai indicato, pur con un nome assurdo, non è poi malaccio 😉

        • Elessarbicycle

          Visto che parli di numeri ma non li citi, qualche numero lo fornisco io. Sono dati riferiti al 2015 e non stupisce perché chi si occupa per davvero di sicurezza stradale sa perfettamente che questo lasso temporale è necessario alla elaborazione delle statistiche, per cui tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 sono pubblicati i dati relativi al 2015.
          Sono statistiche sviluppate dall’Istat, dagli appositi uffici ministeriali ed elaborati anche da altri centri studi, per esempio quello dell’Asaps con il quale ho avuto il piacere di collaborare spesso. Insomma, parliamo di cose serie, non sciocchezze da bar.
          Inoltre, specifico per chi non conosce la materia, queste statistiche peccano sempre per difetto nel rapporto causa/effetto. Questo perché se il decesso della vittima avviene entro pochi giorni rientra in statistica. Se avviene dopo tempo, per esempio in coma per un mese e poi il decesso, ne è fuori.
          Ti parlerò solo dei bambini, non per impietosire ma perché la Francia ha deciso di introdurre l’obbligo del casco per loro; e dubito fortemente che i bambini pedalino nelle gran fondo…
          In Italia nel 2015 abbiamo avuto tra gli infradodicenni 7 decessi e 85 lesioni gravi: tutte causate dall’impatto del capo non protetto. Tengo fuori apposta altri tipi di lesioni che non coinvolgono la testa, visto che si parla di casco.
          Ne fosse deceduto uno solo sarebbe stato uno di troppo.

          Come detto la Francia ha deciso l’obbligo del casco per i bambini. Lo ha fatto dopo 5 anni di studi e monitoraggi eseguiti dal Consiglio Nazionale sulla Sicurezza Stradale, un loro organismo interministeriale.
          L’uso di un casco omologato riduce il rischio di ferite alla testa; stabilisce il Cnsr (acronimo francese) una diminuzione delle lesioni serie del 70% e di lesioni minori nella misura del 31%, oltre a ridurre del 28% il pericolo di cicatrici al viso.
          Proseguo citando lo studio “La parte neurologica della ricerca conferma e quantifica il rischio di lesioni neurologiche in bambini di 6 anni muniti e sprovvisti di casco, stabilendo le relative differenze: indossarlo significa abbassare drasticamente il numero di casi di perdita di coscienza, tanto che procedendo a velocità prossima a 10 km/h il rischio passa dal 98% in caso di testa “nuda” allo 0,1% per i bambini protetti”.
          Aggiungo che nel lasso di tempo monitorato dai nostri cugini d’Oltralpe e sempre con riferimento ai bambini: “tra il 2011 e il 2015, il dato è più complesso: 1.178 infra dodicenni sono rimasti coinvolti in sinistri stradali mentre erano in bici, 26 sono rimasi uccisi, 442 hanno riportato ferite gravi, 665 ferite leggere e solo 45 non hanno riportato lesioni refertate. Il 91% di questi eventi è avvenuto in centro urbano, contesto che ha segnato anche l’85% dei casi mortali”.

          L’ultima frase è importante: la quasi totalità dei decessi è avvenuta in ambito urbano; lì dove cioè tu sostieni, senza alcuna prova scientifica a supporto, che il casco è inutile.

          Se parlo di numeri e studi io li presento per davvero.

          Chi si ostina a sbandierare l’inutilità del casco non solo dimostra di non conoscere l’argomento, anche se cita la generica presenza di studi senza però offrirne contezza (ma è normale, fa affidamento solo su dicerie e sciocchezze varie) ma rivela ben poca intelligenza.

          Fabio

  • Andrea B.

    Potrei postare una foto del mio casco rotto dopo una rovinosa caduta provocata da una portiera di un auto aperta maldestramente lo scorso ottobre in pieno centro cittadino provocandomi un trauma cranico ? Così tanto per convincere anche il nostro amico Ernesto che su certi argomenti non vale nemmeno la pena di scherzare.

    • Sta scherzando, vero?
      Il casco disintegrato è la dimostrazione che lo stesso ha svolto alla perfezione il suo compito, che non è – per inciso – rimanere bello e lucente ma è dissipare per quanto possibile l’energia cinetica derivante da un urto, anche e soprattutto sacrificando la propria integrità. Se così non fosse stato Andrea, adesso, invece di raccontarci del casco disintegrato e del conseguente trauma cranico ci guarderebbe serenamente dall’alto visto che quell’energia che ha disfatto il cavo di sarebbe scaricata sulla sua scatola cranica.
      Poi libero di non usarlo, ma dire che tanto in città non serve perché le velocità sono basse è una cosa profondamente sbagliata, visto che proprio a causa delle basse velocità e dell’ambiente familiare le probabilità di non prestare la dovuta attenzione sono molto più alte che non a 50 km/h su una statale e che le possibilità di urtare con la testa contro spigoli vivi (marciapiedi, vasi, ringhiere, cassoni di camion o furgoni parcheggiati eccetera) sono tutt’altro che secondarie.
      Idem per quanto riguarda l’abbigliamento di colori sgargianti e con inserti catarifrangenti, vorrà dire che tutti coloro che operano per la strada hanno un particolare feticismo ingiustificato per i colori fluo…

      • Andrea B.

        Confermo che il casco , con la sua crepa ha svolto la sua essenziale funzione forse di salvarmi la vita ma sicuramente si è evitata una tragedia. Posso assicurarlo . L’articolo di Fabio non è una scusa per controbattere una serie di sciocchezze del nostro amico Ernesto o chi per esso , ne vale la pena ? Credo che tutti o quasi abbiamo cose più importanti da svolgere. Quello che ho scritto spero possa contribuire da testimonianza ed allo stesso esso tempo da monito a non affrontare con superficialità il tema della sicurezza in bici . Grazie e buone pedalate a tutti . Io la mia passione continuo a coltivarla.

    • A fagiolo, prendo una parte dalla pagina dedicata ai caschi…

      https://www.cycling-embassy.org.uk/wiki/cycle-helmets

      —————-
      [1] One type of anecdote frequently told when discussing cycle hemets follows the general form of “A helmet saved my/a friend’s life.” These anecdotes often describe the helmet split in two, with its owner convinced that it saved their life. [2] Anecdotes and evidence are not the same thing, [3] with no control experiment (where all variables other than whether or not the rider was wearing a helmet are left unchanged) it is impossible to state with any confidence whether or not the helmet had made a difference, or to appropriately quantify any difference it may have made. [4] In scientific research it is also standard practice to repeat an experiment and the associated control experiments several times to ensure that the results observed are representative of real life rather than a freak occurrence. [5] When considering road safety issues in particular, it is important to consider the effects of risk compensation, as discussed above.
      —————-

      Proprio perché si riferisce [1] ad aneddoti come il tuo, dicendo [2] che aneddoti e prove non sono la stessa cosa, e fin qui tutti d’accordo. Poi si degenera…
      Il senso [3] è che senza avere la possibilità di verificare, a parità di condizioni esterne, le conseguenze dell’impatto con o senza casco è impossibile stabilire se lo stesso abbia fatto la differenza o quanta ne abbia fatta, aggiungendo [4] che tale verifica andrebbe ripetuta più volte per avere risultati attendibili.
      A quanto pare il fatto che esistano dei crash test necessari per l’omologazione di un casco che prendono in esame proprio ripetute casistiche per assicurasi che in esse la sicurezza aumenti sfugge a questi signori.
      L’ultima parte [5] si riferisce ad un discorso precedente, anche condivisibile volendo (anche se parte da presupposti a mio avviso sbagliati), che vuole che un ciclista con il casco si senta più sicuro e quindi possa abbassare il proprio livello di attenzìone quando per strada, ma di qui ad arrivare a dare la colpa all’uso del casco per gli incidenti ce ne corre….

      Scusatemi, giusto perché mi è caduto l’occhio lì

      Samuele

  • Elessarbicycle

    Essere in disaccordo con me è perfettamente legittimo; scriverlo non fa certo scattare la tagliola della censura; anche se alla base ci sono solo sciocchezze e tanta arroganza.
    Offendere chi legge e commenta no, non è permesso.
    Per questo ho dovuto cancellare alcuni commenti, anche di chi si è sempre distinto per correttezza ma forse si è fatto contagiare dal clima creato ad arte e ha frainteso lo scherzo. E’ la seconda volta che cancello qualcosa da quando è nato il blog, credo sia un record.

    Da ragazzetto mi lamentavo quando mi facevano mettere il casco; la risposta era “Se credi che è inutile vuol dire che dentro quella testa non hai niente che vale proteggere”..
    E dopo tanti anni passati ad occuparmi di sicurezza stradale posso aggiungere che è inutile discutere con chi crede ancora sia solo un fastidio o qualcosa per fanatici sportivi.

    Fabio

  • Giovanni

    Per alcuni anni mi sono occupato di infortunistica stradale e di perizie per il Tribunale Civile. A riprova della bontà delle perplessità esposte da Fabio su alcune affermazioni quanto mai “leggere” esposte nel sito di cui sopra cito alcuni dati.
    Regione Lombardia Assessorato Regionale alla Sicurezza anni compresi fra il 2010 ed il 2013 numero di morti in bicicleta 223. Numero di feriti negli ultimi quattro anni 7368. Di cui la maggior parte nelle aree metropolitane, di solito nella bella stagione attorno alle 9 del mattino, orario a più intenso traffico. Si evince dallo studio come la maggior parte dei danni importanti sia riconducibile ai trauma cranici conseguenti alle cadute.
    Ernesto può avere, ovviamente, un’opinione diversa e decidere se indossare o meno protezioni ma sarebbe il caso di evitare di fare il bastian contrario su qualcosa di un’ovvietà lapalissiana, quale l’uso delle protezione, il cui senso fisico dovrebbe essere ben chiaro a qualunque essere pensante.

  • Ernesto

    Ma quanto siete tutti fuoristrada, i vostri discorsi sono superficiali ed imprecisi, cherry picking da manuale.
    Il fatto stesso che praticamente tutti i legislatori del mondo siano d’accordo sul fatto che il casco in bici non sia obbligatorio la dice lunga.
    I francesi, tra accese polemiche (consiglio la lettura della lettera scritta dalla Fiab per criticare l’inutilità dannosa dell’iniziativa francese…), hanno reso obbligatorio il casco per i bambini da 9 giorni (22/3/17 referenza leggerina).. e già si parla di revocare il provvedimento…in fondo è il paese che ha proibito la nutella per qualche settimana (per la cronaca è esattamente l’ampia demografia citata nell’articolo che critichi tanto).

    Insomma ci sarebbe molto da dire e la tesi che in bicicletta si muore … è una fallacia palese, chi lo mette in dubbio? Il punto è che quei morti sarebbero morti anche con il casco …che è consigliabile indossare ma sostanzialmente irrilevante.
    Comunque adesso non ho tempo, ma se non c’è nulla in contrario, mi riservo di rispondere più articolatamente alle obbiezioni sollevate.

    • Prima di dare dei superficiali agli altri stati attento, la libertà di parola non può essere un diritto solo per chi è contro una tesi.
      Poi, presumo che la lettera della FIAB sia questa
      http://www.fiab-onlus.it/bici/attivita/campagne-ed-interventi/si-al-casco-ma-non-obbligatorio.html
      dove è vero che viene sollevata una critica all’obbligatorietà del casco ma non perché questo sia ininfluente per la sicurezza (anzi si ribadisce come sia utile in tal senso) quanto perché l’obbligo possa fungere da deterrente per la diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto urbano

      ——–
      La Federazione Italiana Amici della Bicicletta, […] è favorevole all’uso del casco, ma esprime netta contrarietà a una norma che disponga l’obbligo generalizzato di indossarlo nell’utilizzo della bici anche per la mobilità quotidiana (e quindi a prescindere da competizioni sportive).
      Sia detto senza equivoci: contrarietà all’obbligo non equivale a contrarietà all’utilizzo del casco […]
      ———

      Ed anche l’articolo di Wired, che non ritengo esattamente fonte autorevole in nessun campo, è comunque sulla stessa linea, pur partendo con discorsi fantasiosi

      ———
      C’è poi chi fa notare che le lesioni alla testa avvengono prevalentemente in auto, specie tra i giovani (qui giusto un esempio), e per buona parte anche a piedi, ma nessuno si sognerebbe mai di obbligare un automobilista o un pedone a portare il casco
      ——–
      Certo, ma in auto non puoi avere le mani o gli organi uditivo – visivi impegnati (con buona pace degli auricolari e dei cellulari) e allo stesso modo camminando per strada non devi stare col basso puntato sul cellulare né puoi usare le cuffiette (doppie). Poi viene tollerato (e tanti incidenti accadono per queste distrazioni), ma non puoi.
      Ogni mezzo ha i propri sistemi di sicurezza attiva e passiva, sulla macchina abbiamo freni ed air bag (più tutte le diavolerie elettroniche), in moto e motorino c’è il casco e le eventuali altre protezioni, in bici idem (casualmente nel downhill si usano protezioni pesanti e casco integrale, non si va con la tutina in lycra).
      Poi sono d’accordo con la FIAB, ma (continua…)

    • Chiedo scusa, scrivo dal cellulare ed avevo paura di cancellare tutto…
      Poi sono d’accordo con la FIAB, ma l’essere d’accordo sulla utilità del non rendere il casco obbligatorio non toglie che ritenga lo stesso essenziale per la sicurezza e che allo stesso tempo sia più che convinto della necessità di creare una cultura in tal senso.
      Due aneddoti, slegati dalla bicicletta ma non troppo.
      Quando si poteva andare in motorino senza casco andavo, per l’appunto, con la chioma al vento e non mi sono fatto mancare il mio numero di cadute in città, quasi sempre da fermo o quasi, quindi situazioni che si trovano tranquillamente anche in bicicletta. A parte quando sono andato giù battendo sedere o mani, una volta mi è andata di lusso perché battei leggermente la parte destra della testa (più o meno una linea tra tempia ed occhio) sullo spigolo del marciapiede. I riflessi ed una buona dose di fortuna mi hanno permesso di cavarmela con un grosso livido ed un mal di testa formato famiglia durato una settimana, ma a distanza di più di venti anni me ne ricordo ancora…
      In moto, invece, ero a bassa velocità (intorno ai 40 kmh, anche qui velocità che si tiene con una qualsiasi bici in discesa) quando mi cadde una pigna sul casco. L’urto fu sufficiente a farmi muovere la testa per il contraccolpo, ma finì lì, non avessi avuto il casco probabilmente sarei caduto con conseguenze potenzialmente molto gravi sia per me che per chi passava di lì, ero in una discesa di una statale tra un gruppo di case con le persone che facevano i fatti loro sul marciapiede ed una moto da più di 220kg, più di 300 con me sopra, impazzita in mezzo alla folla avrebbe potuto fare una strage (come si è tristemente visto negli ultimi tempi).
      Ah, al tempo ero contrario all’obbligo del casco sul motorino ed adducevo motivazioni simili a quelle che sento ora, poi arriva un momento in cui ti si aprono gli occhi…

  • Elessarbicycle

    Tempo sprecato, e poi Ernesto manco esiste; almeno non con questo nome.

    Fabio

  • Giovanni

    Io credo che negare l’evidenza a tutti i costi sia segno che dietro gli interventi del Sig. Ernesto ci siano ragioni ben diverse dalla sola divergenza di opinioni. Ovviamente rispondergli non serve a nulla, perchè se io scrivo che la maggior parte dei danni conseguenti ad una caduta è dovuta a trauma cranico e lui risponde che anche col casco sarebbe successo è ovvio che c’è di fondo qualcosa di diverso dal non essere daccordo. Chi scrive in questo blog o anche in questa discussione ci mette la faccia, ognuno di noi è qui presente col suo nome e cognome e si fà carico delle proprie idee aperto ad ascoltare quelle delle altre, chissà se il Sig. Ernesto vorrà fare lo stesso. Ne dubito sinceramente.
    E’ anche decisamente sterile voler porre la questione sull’obbligatorietà di un dispositivo di sicurezza basta il buon senso. Nessuno in auto sotto un diluvio ci obbliga ad accendere i tergicristallo, chissà perchè lo facciamo? Magari il Sig. Ernesto mi suggerirà che è costume odierno e non serve certo a vedere dove si sta andando.
    Un’ultima cosa. Il blog di Fabio mi è da subito piaciuto perchè a differenza di tanti forum dove si dà parola a “legioni di imbecilli” come direbbe Umberto Eco qui ognuno ci mette la faccia e si fà carico di ciò che dice, le discussioni sono sempre equilbrate fatte fra amanti della stessa passione. Ritengo che sia inutile quanto deleterio per il “fegato” voler dare ascolto al Sig. Ernesto. Per quanto mi riguarda finisce qui. Il silenzio sarà la migliore risposta.

  • francesco

    purtroppo certe idee passano solo rischiando grosso. dopo un incidente in cui per qualche centimetro la mia faccia non è stata ridotta in formaggio grattugiato (stessa cosa non si può dire per addome e braccia) non sono più uscito senza casco.
    qualche mese dopo sono scivolato su un tombino umido appena dopo essermi messo in marcia ed ho rotto il casco all’altezza della tempia nonostante la velocità ridicola.
    quando salite in bici non sottovalutate quello che può accadervi e non sopravvalutate le vostre capacità.
    come si suol dire “aiutati che Dio t’aiuta”

    • Elessarbicycle

      Ribattere a Ernesto è inutile. E’ solo un pesce d’aprile partito in anticipo. Non esiste alcun Ernesto, è una altra persona che ha usato mail e nome fittizi per venire qui a trifolare.
      E’ vecchia conoscenza, un povero disgraziato che non ha altro da fare nella vita che ossessionarsi con me e questo blog. All’inizio ci sono cascato pure io. Lo sapevo messo male ma non pensavo arrivasse a questo. Invece a quanto pare non c’è limite.

      E pure tu finto Ernesto, le faccine con l’occhiolino dai, sono la tua firma. Avrei dovuto notarle subito ma ho cose più serie di cui occuparmi. Fatti una vita su, hai tutto il tuo mondo di fandonie a cui stare dietro, dove lo trovi il tempo di venire qui?
      Se vuoi ti banno, così ti appunti una altra medaglia nella gara che fai insieme ai tuoi amici a chi si fa bannare più spesso.

      Fabio

  • Elessarbicycle

    Visto che siamo tutti d’accordo che il casco è utile, nessuno tranne il finto Ernesto ha mai parlato di renderlo obbligatorio (ma è sua caratteristica rispondere con altro, lo ha sempre fatto) e visto che il finto Ernesto continua a tentare di pubblicare commenti, perché non si fa capace di non riuscire a innescare polemiche, penso che nessuno di noi si dispiacerà se chiudo la possibilità di commentare ulteriormente. Ho anche barrato, senza cancellarli, i commenti del finto Ernesto, a indicare che nulla c’è da rispondere.

    E’ la prima volta che accade su questo blog, ma c’è sempre una prima volta in tutto. Non mi lamento, ogni mese qui arrivano decine di migliaia di ciclisti, trovarne uno fuori di testa succede. Anzi, uno solo direi che è un bel risultato. Anche se, come detto sopra, il finto Ernesto è vecchia conoscenza, si ostina a tornare qui anche se sa perfettamente di non essere gradito. O forse proprio per questo.
    Mi spiace per i tanti di voi che hanno dovuto sopportare, vigilerò con più attenzione.
    Resta ferma la possibilità, per chi vorrà esprimere la propria sensata opinione, di inviarmela via mail; provvederò io alla pubblicazione o a mettere in condizione l’autore di farlo.
    Scusate la soluzione estrema, assolutamente estranea alla gestione di questo blog, ma quando è necessario c’è poco da fare.

    Fabio

    • Elessarbicycle

      Torno sui miei passi riaprendo ai commenti. Troppo lontano dal mio modo di pensare e gestire questo blog applicare una tagliola così forte. E poi non mi sembra giusto che per colpa di uno solo debba essere sacrificata la libertà altrui.
      Uno che, ricordo, non esiste: ha usato nome e mail di fantasia per occupare il tempo importunando qui.

      Scusate la mia confusione nelle scelte ma è la prima volta che mi trovo a gestire la presenza di chi non ha altro scopo che seminare zizzania. Qui è disabilitata la funzione per cui i commenti necessitano di approvazione manuale per essere pubblicati. Ognuno ha piena libertà di esprimere la propria opinione. Nessuno ha libertà di nascondersi dietro nomi fasulli al solo scopo di infastidire.

      Fabio

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