Scrivere e descrivere

C’è una bella differenza tra scrivere di qualcosa e descrivere qualcosa. A molti può sembrare solo esporre in modo diverso la stesso concetto. No, a separare lo scrivere dal descrivere c’è tutto il vasto oceano che divide il sapere dalla conoscenza.

E si, so cosa state pensando: eccolo qui, adesso parte col solito pistolotto pseudo filosofico. Bravi, avete indovinato!

Tutto nasce come spesso accade da ciò che rubo ai vostri pensieri, in questo caso una chiacchierata ancora con Daniele. Anche se posso sembrare distratto, seguo con estrema attenzione tutto ciò che mi viene detto. Lo sguardo che a volte si perde è solo dovuto ai miei acciacchi, e mentre Daniele cercava di soddisfare le proprie curiosità ponendomi varie domande, le fitte quel mattino erano davvero violente. Se non si nota è solo perché sono troppo timido per lamentarmi.

Chiedendomi del lavoro che c’è dietro questo blog, Daniele mi ricordava del tempo in più che aveva impiegato nel svolgere un intervento di normale manutenzione per il solo fatto di aver dovuto (su mia richiesta, poverino…) scattare qualche immagine. Ma questa è solo una delle difficoltà, e nemmeno la peggiore, in cui si imbatte chiunque voglia mantenere in vita un blog che valga il tempo dei lettori.

Anche scrivere richiede il suo obolo; per alcuni è meno gravoso che per altri, che sia talento o semplice allenamento all’uso delle parole o tutte e due, almeno a me scrivere non costa tanto. Anzitutto perché lo faccio con piacere, e tutto ciò a cui mi dedico per mio gusto non mi porta fatica. Che non significa mi venga facile: è come aggredire una salita particolarmente impegnativa. In cima arriviamo spossati ma felici.

E in tutte le cose c’è chi riesce a farle meglio e chi peggio e qui, su questo blog, la buona scrittura è sempre stato un obiettivo cercato; spesso raggiunto, a volte sfiorato, in troppi casi mancato.

Ma alla fine è solo scrivere, siamo ancora lontani dal descrivere. Trasmettere sapere è semplice, infondere conoscenza no. Perché noi per primi non ne abbiamo, se non a un livello talmente intimo, personale, che donarlo ad altri ci risulta quasi impossibile.

Semplifico il tortuoso ragionamento con un esempio: tutti sappiamo scrivere che quella bici è blu. Abbiamo trasmesso un sapere.

Ci sono tante gradazioni di blu, e quelli tra noi più bravi con le parole tenteranno improbabili o poetici paragoni, a seconda dell’umore di chi legge. Il blu impenetrabile di una notte senza luna, il blu cangiante di un mare tropicale, il blu severo di un abito formale.

C’è chi non avrà alcun timore a nascondere la propria inadeguatezza e parlerà del caldo blu di un cielo estivo, di quello profondo degli abissi marini o qualunque altra sciocchezza possa indurre a muovere le dita sulla tastiera, ignorando il sano principio che oltre la metà della fatica di sembrare intelligenti è sapere quando è il caso di stare zitti.

Ma? E si, abbiamo solo scritto. Ci siamo ancora tenuti lontani dalla descrizione. Accostando il blu a qualcosa di conosciuto abbiamo provato a renderlo comprensibile, abbiamo sfruttato paragoni con più o meno successo nel tentativo di mostrare ciò che i nostri occhi vedono. E nel farlo siamo andati con la memoria a qualunque cosa quel colore ci faccia venire in mente. Se siamo stati bravi ci saremo avvicinati, se siamo stati fortunati ci saremo riusciti.

Adesso la parte difficile: Fabio, mi descrivi il blu? Ah…

Dico blu e penso al cielo (banale), al mare (siamo in estate), al mio gessato da lavoro (mi tocca), alla bella donna incontrata l’altra sera (non si vive di sole bici) e mille altre cose. Penso a qualcosa di blu, non al blu.

E come lo descrivi un colore? Lo paragoni ad oggetti conosciuti, tenti costruzioni retoriche che si avvicinino a una idea di blu, provi a far nascere in chi legge una emozione che gli ricordi il blu: ma il blu non lo descrivi. Punto.

Il blu lo vediamo, lo riconosciamo, sappiamo che è blu e tanto ci basta. Ma sapere una cosa non significa conoscerla.

Possiamo scrivere ciò che sappiamo, non possiamo descrivere ciò che non conosciamo. E se lo conosciamo non troviamo le parole.

Riportiamo il tutto a concetti meno astratti che nemmeno io sto capendo quello che scrivo.

Daniele, sempre lui (adesso sapete con chi prendervela per le mie parole a vuoto…) voleva la trasmissione regolata in modo tale che incrociando la 50 coi pignoni maggiori non strusciasse. Nel tentativo aveva regolato il deragliatore ruotando la gabbia, il sistema più rapido per avere una cambiata insoddisfacente in ogni situazione. Ok Daniele, se ribatti che per te andava bene così sappi che come risposta non è valida. A me le cose piacciono ben fatte.

Ho messo la sua bici sul cavalletto, ho giocato con cavo, deragliatore e registri e sistemato il tutto. Lui era lì che osservava curioso cercando di afferrare i movimenti delle mie mani, la sequenza delle operazioni, cosa stessi facendo insomma.

Però io sono molto più infantile di quanto sembra e dapprima ho invertito le operazioni per mandarlo in confusione, poi con una scusa ho eseguito un passaggio sbagliato, nel frattempo ho supposto ci fosse un problema (ma questo è reale, ne sono certo, solo che non era possibile smontare mezza bici e comunque su questo non ho fatto la carogna e glielo ho detto) e quando ormai Daniele non ce la faceva più a trattenere la domanda che gli stava gonfiando la guance io, che ho detto sono puerile, ho fornito solo vaghe e contraddittorie risposte.

Un poco per scherzo, un altro poco perché a tenere conferenze mi sento a disagio, il tanto rimanente è perché non trovavo le parole. Quella regolazione era il mio blu. La so, la conosco ma non basta a descriverla.

Ci sono operazioni che eseguiamo a livello quasi inconscio, la nostra mente governa le mani senza che ci rendiamo esattamente conto di cosa stia accadendo. Alcuni lo chiamano istinto, altri esperienza, i più tronfi conoscenza.

Io non ho conoscenze da donare, solo qualche sapere; e provo a scriverne il meglio che posso, partendo dalla base in modo che chiunque possa salire tutti i gradini che portano in cima.

Ma soprattutto la conoscenza non si trasmette: si acquisisce. La dobbiamo avere noi dentro, sepolta da qualche parte, ma deve essere nostra. E l’unico modo perché ognuno la faccia propria è viverla in prima persona.

Per questo vi sprono sempre a tentare voi stessi. Vi è mai capitato di percorrere una strada sconosciuta seguendo il veicolo del vostro amico che la strada la conosce e vi sta conducendo in quel ristorantino così caratteristico dove si mangia divinamente; e poi tentare la volta successiva di arrivarci da solo senza riuscirci? Si, è successo. Seguendo gli altri, lasciando siano loro a darci tutte le risposte non siamo in grado di imparare per davvero. Ricordare forse, non certo apprendere. Ma se la strada la cerchiamo da soli non solo la ricorderemo facilmente: sarà un nostro sapere e sapremo anche raccontarla ad altri.

Non dipendete allora da me per trovare le soluzioni; qui potrete trovate (e le trovate, in effetti…) tante idee o suggerimenti. Ma poi provateci, sempre, anche seguendo strade che non ho tracciato.

La curiosità deve spingervi, non le mie parole.

Ma soprattutto ricordate sempre che se una cosa riesco a farla io allora è alla portata di chiunque.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

COMMENTS

  • Elessarbicycle

    E chi hai mai detto che i bambini sono angelici?

    Fabio

  • Fabio, da quando ho scoperto il blog e la tua disponibilità per me è come avere un navigatore.
    Ovviamente l’esperienza personale é irrinunciabile ma, ora, non ho più paura di cimentarmi in manutenzioni complesse perché mi dico: “male che vada, scrivo a Fabio e ritrovo l’uscita”

    🙂

    • Elessarbicycle

      Oibò, mi hanno definito in tanti modi ( e non tutti lusinghieri…) ma “navigatore” ancora no.
      Fabio Tom tom? Mumble mumble… 🙂

      Scherzi a parte, questo blog, almeno nella sua sezione officina, serve proprio a far prendere coraggio e impugnare gli attrezzi. In tanti mi hanno scritto perché, finalmente, hanno gettato ogni timore alle spalle e iniziato a raggiare le ruote, l’operazione che in assoluto più spaventa. Per me è un piacere, da senso a tutto questo scribacchiare.

      Fabio

  • Giorgio

    Poesia’ quello di cui parli si chiama poesia.Le parole perdono il loro significato per far leva su le sensazioni e i sentimenti comuni. Per questo mi piace andare in bici (il ciclismo?!)e questo blog.Buone vacanze(a chi puo’).
    Giorgio

    • Elessarbicycle

      Ciao Giorgio, c’è qualcosa di affascinante nel creare con le proprie mani. Che sia un quadro o una semplice bicicletta, quelle mani sono governate dalla nostra mente. Per questo ho grande stima degli artigiani, amo la loro capacità di creare. E in un lavoro ben fatto c’è la poesia della perfezione.
      Io invece volo molto più basso, semplice mestierante della parola scritta e parlata con l’hobby di giocare con le bici e gli attrezzi.
      Però io e te in comune abbiamo un paio di cose: lo sai che andare in bici e questo blog piacciono pure a me? 🙂

      Fabio

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