Potere al(la bici del) proletariato.

Dopo l’invasione su questo blog di bellissime e costosissime biciclette di chiara impostazione borghese se non addirittura aristocratica è sorto il sole dell’avvenire per la vera e autentica bici proletaria.

Tremino le forze ciclistiche dell’imperialismo e del capitalismo davanti l’inarrestabile avanzata delle masse ingiustamente bistrattate e sadicamente sfruttate dalla borghesia a pedali.

Ecco finalmente l’arma totale destinata a fare definitivamente piazza pulita di ogni superfluo orpello, ninnoli frutto del continuo lavaggio del cervello a cui le industrie figlie del capitalismo sottopongono le masse tenute colpevolmente nell’ignoranza.

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Dobbiamo ribellarci! Un altro ciclismo è possibile!

Ruote da 20 pollici in grado di offrire spunto ed estrema maneggevolezza, perfette per divincolarsi dalle grinfie degli sgherri al servizio dell’industria della fibra di carbonio e kevlar; e non dimentichiamo che il kevlar è utilizzato anche per i giubbotti antiproiettili, ma noi ci opponiamo a ogni forma di violenza. Tranne la nostra.

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Telaio in acciaio pieghevole, in modo da contenerne le dimensioni ed eludere i ferrei controlli del governo sull’ingresso clandestino di bici proletarie. Si ringraziano le compagne e i compagni che indefessamente hanno lavorato alle fornaci.

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Manubrio ampiamente regolabile in altezza, per adattarsi con facilità a tutte le stature, delle compagne come dei compagni: ché non siamo tutti uguali nel fisico, solo tutti uguali nella lotta per la vittoria finale del proletariato a pedali.

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Impianto frenante V-brake su ambedue le ruote, perché nessuno potrà arrestare l’inevitabile avanzata delle forze antimperialiste e anticapitaliste ma bisogna anche sapere quando è il momento di fermarsi per pianificare l’attacco decisivo.

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Sellino anch’esso regolabile in altezza, versione unisex per compagne e compagni; ché anche loro sono diversi (e meno male…) ma le forze del proletariato sono asessuate. Non dirò come gli angeli per non confondermi con i clericalisti.

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Portapacchi integrato al telaio, per garantire robustezza e solidità; nel caso è possibile farci salire una compagna o un compagno, purché di bassa statura (fisica e mai morale giacché le forze del proletariato a pedali hanno tutte elevata moralità) per sfuggire rapidamente alle rappresaglie delle truppe al soldo dell’industria imperialista/governo imperialista/impero imperialista e pure qualche imperatore di Roma, sfuggito alla mummificazione. Tutti capitalisti, ovviamente.

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Cestino applicato in epoca successiva alla realizzazione della bici: che non deve essere interpretato come un cedimento al lugubre messaggio consumistico, nonché capitalista, associando il cestino al carrello della spesa. Anche le compagne e i compagni devono nutrirsi e il cestino è perfetto per contenere i frutti della terra coltivata dalle masse di compagne e compagni liberati dal giogo dell’oppressione capitalista e imperialista (ma non era imperialista e capitalista? E’ uguale? boh, fate voi) che offrono il loro contributo alla causa.

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Catena di sicurezza, perché sempre le forze che si oppongono al sol dell’avvenir cercano di trafugarla.

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Ruggine e ossido la ricoprono integralmente, chiaro segno che le compagne e i compagni che si battono strenuamente per la vittoria finale sono costretti alla clandestinità in luoghi impervi e umidi, passando sovente notti all’addiaccio lassù, in montagna…

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Campanello, arrugginito anch’esso, per segnalare lo squillante arrivo delle forze antimperialiste e anticapitaliste.

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Carter copricatena, e perdonate l’uso dell’idioma in auge nella perfida Albione (ah beeeello, perfida Albione lo dicevano quegli altri, con la camicia dove non si vedono le macchie…); acc… scusate allora, mi correggo: perdonate l’uso dell’idioma in auge nella patria dell’imperialismo e liberismo (così va meglio? Posso proseguire?) ma necessario per evitare che la catena macchi gli indumenti proletari indossati con proletario stile dal proletariato antimperialista e anticapitalista.

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Impianto luci guasto al posteriore e assente all’anteriore: la clandestinità è tutto per noi forze dell’antimperialismo e anticapitalismo.

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Trasmissione a una velocità, perché è importante il ritorno alle origini del vero ciclismo proletario. Non so che significa, ma non mi veniva una cazzata migliore.

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Una breve prova su strada, svolta in assoluto sprezzo del pericolo, mai temendo la inevitabile rappresaglia della forze al soldo dell’imperialismo e del capitalismo, ha rivelato tutte le impagabili doti di questa bicicletta frutto della sapienza proletaria. Il ciclista proletario, anche in questa occasione, non ha potuto esimersi dal lasciarsi coinvolgere emotivamente, trascinato dall’impeto antimperialista e anticapitalista. Significa che pure stavolta si è ingarellato con tutti.

Grazie alle ruote di ridotto diametro e dall’immediato spunto è stato possibile superare agevolmente la nonnina col girello, malgrado l’occupazione (la posso definire una occupazione imperialista e capitalista? No? Nemmeno colonialista? Ci starebbe bene vicino a “occupazione”, una cosa tipo “occupazione colonialista” e ancora non ho dato del colonialista a nessuno. Nemmeno? Proseguo indefesso) dell’intera sede transitabile.

Più arduo si è rivelato il confronto diretto con motocarrozzetta elettrica, battuta solo dopo una difficile volata e grazie all’indomito spirito che anima le forze del proletariato antimperialista e anticapitalista.

Improbo il confronto con una Pininfarina verde, che si millanta bici proletaria ma sappiamo bene essere asservita al capitalismo e all’industria petrolifera. L’adozione di una trasmissione plurivelocità ha favorito la verde rappresentante asservita al capitale in un breve strappo in salita, ma è stata prontamente ripresa anche grazie a un ingorgo creato ma non cercato dalle forze imperialiste e capitaliste alla guida delle loro autovetture, al servizio pure dell’industria petrolifera. Purtroppo il cestino ha voluto rimembrare antiche discendenze consumistiche, tradendo col suo ingombro un rapido passaggio tra le forze capitalistiche messe lì a sbarrare la strada al progresso del proletariato. E’ stata disposta la sua deportazione in una comune per la rieducazione dei cestini conservatori.

Applicando la giusta e necessaria forza sui pedali si esercita spinta sufficiente a muoversi con ragionevole velocità, in modo che il ciclista proletario possa rapidamente diffondere il verbo e darsi ancor più velocemente alla macchia, onde evitare la feroce rappresaglia delle forze imperialiste e capitaliste.

Compagne e compagni, la via a un nuovo ciclismo è aperta! Non fatevi intimorire! Trionfi la giustizia proletaria (cit. Guccini, La locomotiva) e lunga vita al ciclismo antimperialista e anticapitalista!

Io credo invece di aver bisogno di una vacanza…

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

COMMENTS

  • luigi

    Si, potresti prendere una vacanza di quattro giorni, ricordata come le (altre) quattro giornate di Napoli….

    “dal Vomero a piazza Plebiscito, 20 pollici, non un dito”.

    A presto, vado anch’io in vacanza….

    • Elessarbicycle

      Si, penso che una vacanza farebbe bene anche a te…

      In realtà questo articolo è nato perché stamattina scherzavo con Antonello, dicendo che per calibrare le belle bici mostrate ci voleva qualcosa di orrido, come la mia attuale bici urbana; e poi in molti mi scrivono invidiandomi il fatto che lavoro e/o pedalo solo su belle bici. Non è vero, quelle sono le bici che pubblico, ma come si vede anche io mi sposto su catorci, gli unici che (forse) non rubano appena li fermi.
      Ma soprattutto mi serviva mezz’ora di pausa, sto impazzendo da stamattina alle 7 sulla composizione di un atto giudiziario, e questo credo spiega tutto…

      Fabio

  • Ce n’est qu’un début continuons le combat!

  • marco

    hai rotto la monotonia didascalica con la satira politica 🙂

  • Elessarbicycle

    In realtà Antonello la domanda da porsi sarebbe: “Pubblico un report di oltre 280 immagini su una bici particolare, top di gamma nonché primizia assoluta, poi per scherzo scrivo questa scemenza e ieri è stato l’articolo più visto: chi è più scemo?”

    Fabio

    • Daniele

      La Graziella.

      Mi ricorda quella arancione di mio nonno. Con tanto di specchietto retrovisore e cassetta della frutta sul retro. Mi ci portava al parco col seggiolino agganciato all’esile manubrio.
      Passavano gli anni ma lui, senza patente, aveva comunque la “sua macchina” come gli piaceva chiamarla. Alla fine, non avendo più molto equilibrio, si ostinava comunque a portarla a spinta. Francamente non capivo “quell’ininutile gesto” e nemmeno vedevo in lui un tale appassionato al ciclismo o alla bici in generale.
      Il tempo gli ha tolto anche la possibilità di spingerla;più tardi quella di camminare ancora dopo tutto il resto, fino a farmi capire il senso di “quell’inutile gesto”.
      Di sicuro un ciclista. Antimperialista e anticapitalista.

      Daniele

  • Michele

    Più letto, credo bene non ha centinaia di foto da vedere e poi un poco questa bici è passata tra le mani a tanti di noi… Io immagino e spero di vederla dopo il restauro, la lotta ha preso altre strade ora bisogna evitare che la ruggine si mangi l’ utopia. Buon lavoro…

    • Elessarbicycle

      Ciao Michele, resterai deluso perché la bici non sarà restaurata. E non perché sono un imperialista/capitalista asservito all’industria della fibra di carbonio 🙂 ma perché anzitutto non è una Graziella originale ma una copia e poi perché è talmente danneggiata che c’è ben poco da fare e infine perché mi serve così malridotta nella speranza non mi rubino pure questa.
      Il proprietario l’aveva destinata alla discarica, già è tanto che l’ho salvata…

      Fabio

  • Elessarbicycle

    Mica solo quando eravamo ragazzini…

    Fabio

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