Il posizionamento: mito o realtà?

La primavera è iniziata, almeno quella astronomica perché al momento di quella metereologica non c’è traccia, nemmeno qui nella terra del sole. E con il risvegliarsi della natura si destano pure i ciclisti, chi per tornare in sella dopo un inverno di inattività, chi per pedalare dopo anni di ozio e deciso a riprendere forma fisica acquistando una bici, chi per intensificare l’allenamento con le giornate che si allungano e il rinnovato tepore che invoglia a uscire.

L’effetto collaterale per questo blog è l’aumento di richieste per consigli su come risolvere quel dolore che prima non c’era, scegliere la taglia corretta per la nuova bici, migliorare le prestazioni lavorando sulla posizione.

Molti restano delusi anche se non me lo dicono, perché a distanza più di indicare la taglia probabile e qualche indicazione di massima per scoprire almeno la causa di quel dolore, e poi magari lavorarci per gradi ma solo fino a un certo punto, non posso andare. L’ho ripetuto su questo blog fino alla noia, lo ripeto ancora: il posizionamento può essere eseguito solo dal vivo ed è un processo lungo, non risolvibile in un cambio di assetto e via. Si deve lavorare a tutto campo e nel tempo, variando di pari passo col variare delle condizioni del ciclista che dovrà non solo pedalare ma anche sottoporsi ad esercizi specifici, e non solo, per risolvere i punti deboli.

Chi mi segue da più tempo sa che non vedo con occhio benevolo gli apprendisti stregoni che grazie a un software, chiacchiere a vanvera e trucchetti da baro mettono in sella i ciclisti. Quali trucchetti? Il più comune è stravolgere del tutto l’assetto del ciclista che lamenta dolori. Ovvio che alla prima uscita sarà sparito tutto, lo stregone altro non ha fatto che “mettere a riposo” alcune zone del corpo e attivarne altre, fresche. Alla decima uscita massimo il ciclista starà peggio di prima, tornerà e si sentirà rispondere che è normale, stava talmente bene in sella che ha forzato troppo, andava come un missile senza nemmeno rendersene conto e ha solo bisogno di un poco di riposo. Poi per completare l’inganno sposterà una altra volta la sella o la piega e via così a turlupinare all’infinito.

Ma questo non significa né che non esistono bravi posizionatori né che quello del giusto assetto sia una leggenda nata per ciclisti creduloni. Se affrontato con scienza e coscienza e soprattutto senza dogmi il tema del corretto posizionamento è interessante e in grado di fornire reali benefici.

Non è però un argomento che possiamo affrontare se prima non facciamo piazza pulita di alcuni totem e il primo è la inutile e pericolosa tendenza a scimmiottare le posizioni dei professionisti o alcune loro soluzioni tecniche.

Quello professionistico è un mondo a parte e posso assicurarvi che malgrado tutto alla fine sono meno attenti del semplice amatore alla posizione in sella. Molti sacrificano volentieri qualche watt in cambio di una posizione più confortevole viste le tante ore che passano in sella oppure garantirsi un miglior controllo della bici in discesa, dove sanno che possono recuperare quello che magari perdono in salita oppure ancora, più semplicemente, si sentono a più agio sulla bici messi così. Pensate per esempio alla posizione delle leve freno, che io monto rialzate da lustri e mi guardavano strano: poi qualche professionista si è impuntato, ha detto che sacrificava ben volentieri un capello di penetrazione aerodinamica ma almeno pedalava comodo e ora tutti a comandi alzati. Quasi quasi li riabbasso, per fare dispetto…

Qualcuno starà saltando dalla sedia alle mie parole, ma non dimenticate che il ciclista più titolato di tutti i tempi variava l’altezza sella anche nel corso della stessa tappa, a seconda del percorso e dello stile di pedalata che gli serviva al momento. E questo ci insegna due cose: la prima è che non esiste la posizione univoca in sella e la seconda è che la testa conta più della posizione. Se un grande campione cambia altezza sella e vince; e se un grande campione cambia altezza sella perché così sostiene di riuscire a esprimersi meglio sentendo la bici più sua a seconda del percorso e vince, allora è il caso che tanti amatori succubi del millimetro in più o in meno qualche domanda se la pongano…

Riflettiamo su una altra cosa: quando acquistiamo una nuova bici alla prima uscita andremo come il vento. Sicuramente perché ne avremo comprato una migliore, più leggera e performante (sarebbe da scemi il contrario…) e sicuramente o quasi l’assetto in sella in quella prima uscita non è quello ottimale; anche se conosciamo perfettamente le nostre quote di solito abbiamo bisogno di più uscite per calibrare il tutto. Siamo andati come il vento perché la testa ci ha fatto pedalare veloci, le gambe mosse dall’entusiasmo per il giocattolo nuovo. Ma la testa è importante anche dopo, calato l’entusiasmo: se in bici non ci sentiamo a nostro agio pedaliamo male, non riusciamo a esprimerci. Poi magari possiamo scoprire che se alzassimo la sella di mezzo centimetro riusciremmo a spingere di più in salita (ed è vero, ma solo in parte e comunque sul tema si sono succeduti studi volti a contraddirsi l’un l’altro senza tregua) però non sentiamo più la bici “nostra”, un naturale prolungamento del nostro corpo. E ci troviamo davanti al fatidico dilemma: un assetto che ci consente di esprimere la nostra miglior potenza o che ci faccia star bene (in senso lato) sulla bici? Io sono per la seconda ipotesi.

Ma devo continuare a insistere sul parallelo col mondo professionistico perché è da qui che nascono gli errori più gravi e perché il paragone è il perfetto terreno di coltura su cui proliferano i cialtroni del posizionamento.

I professionisti sono “macchine perfette”, noi no. Una variazione tecnica, e con questa intendo sia un cambiamento dell’assetto che l’utilizzo di un componente particolare, viene immediatamente avvertita e anche sfruttata appieno. Per noi semplici pedalatori è vero il contrario. A meno di errori grossolani, per esempio una bici fuori taglia è ovvio.

Provo a spiegarmi con un esempio. Avevo una moto sportiva, un autentico cavallo di razza capace di donarmi emozioni incredibili in pista, noiosa parecchio su strada. E la mantenevo in assetto stradale, con luci e targa, perché la usavo anche fuori dai circuiti. Un giorno le montai due gomme semi slick, mescola molto morbida, dopo una giornata in circuito erano da buttare ma vi assicuro che quella giornata vi sarebbe rimasta scolpita nel cuore per molti anni. Due giri di riscaldamento e alla prima staccata in fondo al rettilineo mi stavo cappottando perché si chiuse lo sterzo. La forcella non era tarata al giusto per sopportare l’aumento di grip. Una modifica che avrebbe dovuto garantirmi un vantaggio mi faceva girare con tempi molto più alti di quelli registrati con gomme stradali. Risolsi cambiando taratura alla forcella e potei sfruttare appieno le gomme e i tempi scesero di conseguenza.

La moto era perfetta con un certo assetto, avevo introdotto una modifica teoricamente migliorativa ma se prima non miglioravo anche la base non ne avrei avuto vantaggi, anzi, solo svantaggi.

In bici è la stessa cosa: a nulla vale scimmiottare una soluzione posturale dei professionisti se prima non lavoriamo sulla base. Poniamo l’annosa questione dell’altezza sella. Vediamo professionisti pedalare più alti, gamba distesa; altri preferire una sella più bassa. Arriva lo studio che ci dice che alzando la sella miglioriamo del tot per cento e, ripeto, è anche vero, per sforzi brevi e intensi un reale vantaggio c’è, e noi subito ad alzare le nostre selle. Alla prima salita andiamo più forti, magari mettiamo anche un pignone in meno; alla seconda siamo cotti quando prima l’affrontavamo in scioltezza. Quello che può garantirci un miglioramento delle prestazioni si rivela un boomerang perché la base quella è, non abbiamo né potenza né resistenza da professionisti.

Ma il parallelo col mondo professionistico è improponibile anche per un altro aspetto cui nessuno fa mai cenno, se non pochissimi esperti che preferiscono l’onestà intellettuale al facile successo dei guru improvvisati del posizionamento: il nostro corpo è asimmetrico, la bici no. Semplificando, le nostre leve hanno lunghezza diversa ed agiscono su un attrezzo che invece le ha uguali. Non è solo questione di pedivelle, anche di manubrio, altezza comandi e così via. Perché non si pedala solo con le gambe ma con tutto il corpo. E chi di voi si è fatto misurare da qualcuno bravo avrà notato che una gamba è più lunga dell’altra e così le braccia. Eppure le pedivelle hanno stessa lunghezza, l’altezza leve freno è uguale a destra e sinistra. Ci adattiamo noi alla bici e non il contrario.

Il fisico di un professionista, forgiato in anni di duro allenamento, sopporta con ben altra resistenza lo sforzo per compensare questa discrasia tra la simmetria della bici e l’asimmetria del nostro corpo. Noi no, solo dolori.

Ma allora questo benedetto posizionamento serve o no? Certo che serve, ma solo se si ha ben chiaro che non è risolutivo, che da solo non può sopperire ai dolori se alla base c’è un problema (non necessariamente una patologia, basta l’età che avanza o lo stile di vita durante la settimana), che non serve a farci andare direttamente più forte ma solo indirettamente, consentendoci di pedalare meglio in base alle nostra caratteristiche e misure antropometriche; e, cosa più importante, senza un lavoro preventivo nessun posizionamento potrà risolvere l’insorgenza di dolori vari. Anzi, se al primo dolore corriamo dal biomeccanico per farci fare l’assetto col suo bel software dopo poche uscite il problema si ripresenterà e lo farà con più violenza di prima. Sempre, ribadisco a scanso equivoci, a meno di grossolani errori, come per esempio la bici fuori taglia o una sella ad una altezza assolutamente errata. Se tutto è nel range giusto (e non dico range a caso, la posizione non è univoca per lo stesso ciclista, varia col variare di tanti fattori) e i dolori ci sono, allora bisogna indagare sulle cause esterne: non pensare di risolvere col posizionamento.

Vi faccio un altro esempio. Per motivi vari mi sono ritrovato per circa tre mesi a usare solo bici non mie e tutte di impostazione turistico/sportiva. Piega da corsa ma un assetto e soprattutto un dislivello sella manubrio meno accentuato rispetto a una bici da corsa pura. Risalito dopo tanto tempo sulla mia Rose e percorsi nemmeno dieci chilometri è partito il dolore ai palmi delle mani, l’incavo tra pollice e indice che è la zona di appoggio quando pedaliamo in presa sui comandi. Posizione sbagliata? Per niente, semplice mancanza di allenamento. Dopo mesi a pedalare con comandi ben più alti, è stato naturale avvertire dolore impegnando zone che per settimane hanno sonnecchiato. Una volta ripresa “confidenza” il dolore è sparito, infatti.

Continuo con gli esempi. Nel corso dell’anno vario spesso la posizione in sella, soprattutto l’altezza manubrio. Perché a causa di alcuni problemi, a usare un eufemismo, di cui soffro mi capita di dover ridurre il dislivello con la sella per non impegnare troppo l’addome. A volte sono costretto a modificare anche l’altezza sella, per evitare una eccessiva distensione del bacino (il bacino è immobile, in realtà mi riferisco alle fasce muscolari che lo percorrono ma inutile entrare in dettagli) in corrispondenza del punto morto inferiore. In alcuni momenti arrivo addirittura a lavorare sull’arretramento sella sempre per tenere bacino e addome poco impegnati. Però tempi e medie restano immutati o quasi, bisogna considerare che quando eseguo queste modifiche non sono mai al meglio della forma fisica.

Ma allora, ancora, questo posizionamento serve? Cambi assetto ogni due e tre e vai sempre uguale? No, per niente. Se non variassi assetto col variare delle mie condizioni fisiche e/o l’accentuarsi di problemi fisici non riuscirei a pedalare sempre con le stesse medie. Compenso, ma non risolvo, grazie alle modifiche alla posizione.

Però svolgo anche tanto lavoro prima di salire in sella, altrimenti in bici non potrei proprio andarci, come stamattina che i dolori sono talmente forti che non c’è assetto che tenga e mi ritrovo a scribacchiare.

Senza arrivare agli estremi di chi ha patologie croniche come il sottoscritto, il problema dei dolori in sella non risolvibile semplicemente col posizionamento riguarda tutti noi normali pedalatori.

Prendiamo chi svolge cinque giorni a settimana un sedentario lavoro d’ufficio, la sera la passa sul divano guardando la TV o leggendo in rete le sciocchezze di un blogger, il sabato pomeriggio si concede lo struscio per le vie del centro e una domenica al mese balza in sella e si spara 120 km. Ecco, se avverte dolori (e li avvertirà) non è questione di posizione.

Non li risolverà correndo da un posizionatore stregone che, anzi, peggiorerà le cose mettendolo in sella come un atleta allenato e giovane; perché questi benedetti software eseguono un semplice calcolo aritmetico, impersonale e come fossimo tutti Nibali al top della forma.

La giusta posizione in sella è importante, molto importante. Ma solo se si ha ben chiaro che la posizione non è univoca, varia col variare delle condizioni fisiche (allenamento, età, problemi congeniti ecc) e sull’assetto si può lavorare ottenendo benefici solo se alla base c’è una preparazione preventiva. Che non deve essere per forza una attività sportiva, per esempio molti credendo di migliorare vanno in palestra lavorando coi pesi o attrezzi per l’estensione ma in realtà peggiorano la prestazione in bici; dobbiamo anzitutto interrogarci su quello che facciamo e come nei giorni in cui non pedaliamo. Però è indubbio che alcuni esercizi aiutano, per esempio quelli alla spalliera; che costa meno di una sella in carbonio e se si ha un pezzo di parete libero a casa è pure semplice da installare.

In sella ci fa male la schiena? Mica è detto che abbiamo sbagliato l’assetto in sella, abbiamo sbagliato quello della sedia alla nostra scrivania. E’ una grossolana semplificazione questa lo so, ma non troppo lontana dalla realtà. Perché magari per eliminare il mal di schiena in bici modificheremo l’assetto; e il dolore si attenuerà, sacrificando però altri aspetti, per esempio in discesa ci troveremo una bici insicura di avantreno perché non lo carichiamo a sufficienza. Invece dobbiamo cambiare postura (e sedia…) alla scrivania e potremo goderci la bici anche in discesa.

Al di là della semplificazione appena descritta, il discorso in realtà è ben più complesso e molti altri gli aspetti da valutare, tanti trascurati dai sedicenti esperti che dovrebbero aiutare il ciclista. Un esempio su tutti è la ripetitività del percorso durante l’allenamento. E’ vero che io per primo quando mi comunicate qualche problema vi chiedo di provare le modifiche sullo stesso identico percorso; ma la mia è la necessità di eliminare le variabili.

Invece percorrere sempre la stessa strada con le stesse difficoltà senza variare mai può portare all’insorgenza di problemi che non sono posturali ma da sforzo, sempre uguale. E questo vale per i ciclisti ben allenati, segno che i problemi non sono solo di chi della bici fa un uso sporadico e che in caso di problemi l’indagine deve essere ad ampio spettro; non con qualche misura antropometrica e una calcolatrice o un pc.

Allora lo ripeto ancora: la giusta posizione è importante, molto importante: ma deve essere inserita in un quadro più vasto, che prende in esame tanti fattori, deve essere un lavoro lento e per gradi per risultare efficace e dobbiamo avere un approccio non dommatico, senza pregiudizi.

E il pregiudizio principe è che il posizionamento sia una fisima solo per gli sportivi. Sicuramente per molti di loro lo è, ma né più né meno come uno dei tanti aspetti del doping tecnico di cui sono vittime: la necessità di compensare la poca prestanza ricorrendo a qualunque cosa offra il mercato, che siano due ruote miracolose o un assetto in sella che promette faville.

Invece il lavoro preventivo per star bene in sella e quello successivo di un buon posizionamento dovrebbero (devono, anzi) interessare soprattutto i ciclisti randagi. E non uso la locuzione con riferimento a chi partecipa alle randonné bensì a quei ciclisti che in bici ci vanno per piacere, per il gusto di stare in sella, magari l’intera giornata intervallando con soste, visite, pause a godersi un panorama, un libro, una birra.

Paradossalmente il ciclista sportivo è quello che meno risente di qualche (lieve) errore posturale; una uscita di allenamento si svolge a ritmo serrato, i cambi di passo e quindi di posizione sono continui. Si avanza o si arretra in sella, ci si alza sui pedali a rilanciare, ci si abbassa in discesa; insomma, non si mantiene mai la stessa posizione a lungo. Inoltre, aspetto non trascurabile, il ciclista allenato ha una “abitudine” alla bici ben radicata, anche se è un amatore.

Chi prende la bici la mattina, carica in borsa il necessario per la giornata e parte con l’obiettivo di rientrare al tramonto o dopo (se ha le luci, mi raccomando…) pedalerà mantenendo sempre la stessa posizione in sella, si fermerà spesso per poi ripartire se ha con sé una macchina fotografica, si rimetterà in sella dopo una sosta prolungata a un bar o profittando della frescura di un albero frondoso: terrà in definitiva comportamenti che stressano il fisico in modo anomalo (ripartire dopo una breve sosta è sempre una mazzata…) e proprio per lui avere una giusta postura è ancor più importante. Una postura che non risponderà al semplice criterio dell’efficacia della pedalata ma dovrà considerare aspetti diversi, anche sacrificando appunto la pura prestazione atletica, poco importante per il ciclista randagio.

Nessuna delle mie bici ha l’assetto uguale alla sorella. Ognuna è ottimizzata per un tipo di pedalata. Piccole differenze, e su quella urbana sono più marcate, ma ci sono. Un manubrio più basso, una sella più alta o avanzata, un attacco manubrio più lungo; solo le pedivelle le monto sempre della stessa lunghezza, qualunque sia la bici tranne sempre quella urbana.

Vi ho trascinato in questa lunga chiacchierata e se siete arrivati fin qui suppongo lo abbiate fatto sperando di trovare qualche risposta; e invece vi scoprite con più domande di prima. Risposte non ne ho, almeno non ora in questo articolo ma prometto che qualcuna arriverà.

Se vi sono affiorate domande è un bene. Lasciate sedimentare quello che avete letto, interrogatevi e vedrete che molte risposte le troverete da soli, senza bisogno di me. Non focalizzate l’attenzione solo sulla bici ma ampliate: chiedetevi cosa fate durante la settimana, se svolgete qualche attività extra bici, se si quale; se invece pedalate e basta valutate come, con quale frequenza, dove avvertite problemi; prendete in considerazione qualche esercizio per sciogliere la muscolatura e confrontate i risultati; cercate punti deboli non quando siete in sella ma quando non pedalate.

Perché in tanta incertezza una cosa è sicura: nove volte su dieci il problema non è la bici. Lo acutizza, ma lo fa con la benevolenza di una cara amica che vuole metterci in guardia, lanciando segnali di allarme nel solo modo che sa fare. Ci avvisa che nel nostro stile di vita qualcosa è sbagliato. Che tenera…

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • fabio

    Complimenti, bellissimo articolo.

    • Elessarbicycle

      Ciao Fabio, grazie.
      Come ben sai (se la memoria non fa cilecca e non faccio confusione) mi muovo con prudenza in questo campo, soprattutto attraverso un pc. Ma all’argomento sto lavorando, in futuro vedremo la dinamica della pedalata e per la stesura mi sto avvalendo del supporto di un professore universitario della facoltà di scienze motorie. Ne verrà fuori un articolo forse noioso, eppure se prima non gettiamo alcune basi ogni discorso su assetto e postura perde significato.
      Lo scopo non è dirvi che fare, tra l’altro impossibile perché ogni ciclista è unico, ma mettere chiunque nella condizione di eseguire almeno il primo assetto da soli, rivolgendosi a uno specialista per le questioni più complesse.

      Fabio

  • Andrea

    Complimenti per l’articolo, oserei dire illuminante. Ho letto molti pareri online sui cosiddetti “santoni”, persone che ti mettono in sella solo guardandoti, probabilmente fortunati possessori di capacità divinatorie. Qualcuno li osanna, altri li criticano aspramente.
    Da un giorno all’altro alcune persone si inventano esperte, la cosa mi sembra un po’ strana, ma tant’è, “ci vanno anche i prof, ci sono le foto attaccate al muro”.

    • Elessarbicycle

      Ciao Andrea, come sempre tutto dipende da chi e come ti mette in sella guardandoti. Una volta prese le misure e ricavato un assetto base su quelle l’unica è mettere il ciclista in sella e vederlo pedalare. C’è chi guarda e nulla capisce e chi invece sa interpretare quei movimenti perché ha conoscenze ed esperienza. Difficile sapere chi capisce e chi no, l’esperienza non la appunti al muro come un attestato. Facile capire da ci stare alla larga e sono quelli che non hanno alcun bisogno di vedere il ciclista in sella. Senza vederlo pedalare non potrai mai posizionare qualcuno.
      Alla fine è come con qualunque altro settore, ci sono quelli bravi e i cialtroni; c’è il meccanico che ti rompe la bici e quello che te la sistema in cinque minuti perfettamente. A volte l’errore è ritenere il cialtrone bravo perché “ci ha passato le ore, è proprio un macello, una cosa difficilissima” e sottovalutare quello che ha risolto in cinque minuti perché “bah, ci ha messo un nulla, era una sciocchezza”. Invece ci ha messo un nulla perché sapeva come e dove agire, l’altro no. Col posizionamento è lo stesso.

      Fabio

      • Andrea

        Proprio vero, sembrerebbe una cosa banale e scontata trovare un buon meccanico bici (“tanto la bici è semplice”) e invece…

  • Lorenzo

    Essendo un po’ abbacchiato mi ha fatto bene rileggere questo articolo, devo continuare a pedalare e a sperimentare piccole modifiche per trovare la mia piccola quadra

    • Elessarbicycle

      Ciao Lorenzo, ti abbacchi con troppa facilità. Non hai mai usato la piega, è normale avere qualche difficoltà alle prime uscite, tra l’altro anche molto brevi. Impegni muscoli che in mtb non hai mai usato, l’indolenzimento è normale. Anche io che uso la piaga praticamente da bambino se sto fermo a lungo dopo devo “riallenarmi” alla posizione.
      Devi semplicemente pedalare, col tempo magari sentirai la necessità di qualche modifica ma a meno di patologie conclamate i problemi spariranno col tempo.

      Fabio

  • Andrea

    Salve a tutti,
    articolo molto interessante e sempre attuale. Tutti a partire dal principiante, probabilmente soprattutto il principiante, cercano appena saliti in bici la posizione migliore per godersi l’uscita in bici senza dolori e irritazioni. In questo senso per noi principianti il primo problema è attribuito alla sella: ” Ho dolori o irritazioni al sopra-sella dunque la colpa è della sella, devo sostituirla”. Dopo aver letto tante cose ed essermi confuso ancor più le idee sono giunto ad una mia conclusione: il comfort in sella è attribuibile a tre fattori/componenti, sella con i parametri relativi, pantaloncini (fondello, ma soprattutto taglia) e ultimo, ma non ultimo il posizionamento in sella. Che importanza relativa attribuite a questi tre parametri?

    Andrea

    • Elessarbicycle

      Se i problemi sono in zona sella la colpa è sempre di sella e fondello, la posizione rileva meno. Posto che la sella sia giustamente montata, perché, per esempio, se molto puntata in alto allora fa male.
      Ma il più delle volte il problema reale è lo scarso allenamento. In bici non si allenano solo le gambe, anche l’assetto chiede il suo noviziato. Se uno prende la bici una volta al mese per uscire 4h la domenica, allora non ci saranno sella e fondello a tenere: fa male, sempre.
      A meno di errori grossolani i problemi in bici non sono causati dalla bici ma dai nostri comportamenti sbagliati

      Fabio

      • Andrea

        Ciao Fabio,
        grazie per la risposta, d’accordissimo con te perché provato direttamente sulla mia pelle. Ritornando al discorso posizionamento inquadrato in un contesto più generale, il problema vero è che quando si approccia per le prime volte al ciclismo, necessariamente bisogna rivolgersi a qualcuno che sappia indirizzarci, inevitabilmente si incontreranno degli ”stregoni”, ma il più delle volte si fanno più danni agendo da soli non avendo la necessaria esperienza. Se invece si parte da una buona base, guidati da qualcuno che è più esperto, studiando l’effetto che le varie regolazioni hanno sull’assetto, forse si riesce a venirne a capo. A valle di tutto questo sicuramente l’allenamento è l’elemento che porta alla quadratura del cerchio!

        Andrea

        • Elessarbicycle

          Beh Andrea, tutto dipende da a chi ci si rivolge. Soprattutto per i neofiti spesso finire tra le mani di chi posiziona allo stesso modo di atleti bel allenati finisce col causare danni. Mai sottovalutare i segnali che invia il nostro corpo, i dolori sono sempre la spia di qualcosa di sbagliato. Ma bisogna anche saper distinguere dai normali indolenzimenti causati dallo scarso allenamento (tipici quelli a collo e mani per chi usa per la prima volta una piega) dal vero e proprio dolore causato da un errore nella posizione. Insomma, bisogna seguire il ciclista dal vivo e avere l’esperienza per non imboccare strade sbagliate.

          Fabio

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