Peugeot Anjou Px 80 w: l’angioina

Ero indeciso se pubblicare o meno un test di questa bici, prodotta nel 1988 e quindi fuori listino, con bassi numeri di vendita all’epoca che la rendono difficile da reperire oggi e datata in molte scelte, perché l’allestimento è quello usato già qualche anno prima in casa Peugeot. Insomma, se lo scopo della rubrica dei test è presentare modelli sul mercato, che parlo a fare di questa Anjou? E poi, con quale metro giudicarla? Quello del confronto con una bici moderna o è meglio scavare nella memoria per riportare a galla le sensazioni che mi davano le bici di allora? Già, però quando questa bicicletta veniva proposta io avevo da pochi mesi smesso di correre ma comunque usavo solo bici da corsa, una randonneur o mezza corsa come questa l’avrei definita poco più di un cancello e snobbata. Col tempo ho iniziato ad apprezzare questo modo di pedalare, in fin dei conti Elessar trae ispirazione proprio da questo mondo, ma resta comunque difficile trovare dei parametri oggettivi su cui calibrare il giudizio.
Il fatto che stia a qui a scriverne indica che la decisione è presa ed è presa su un altro binario rispetto a quello usato solitamente per i test. La tecnica passa in secondo piano, il confronto con componenti moderni è impari e sarebbe ingiusto proporlo; proverò invece a mettere a fuoco i motivi che possono spingere ad acquistare una vecchia bici come questa per poi presentarla, visto che da una ricerca in rete ho trovato pochissime informazioni (e immagini, che io invece propongo in abbondanza…) su questo modello.

L'Anjou sotto la statua di Carlo d'Angiò
L’Anjou sotto la statua di Carlo d’Angiò

Ed il motivo principe è puramente passionale: una bici così la si vuole per il suo fascino, per quell’aria d’altri tempi, perché come quando ascolti adesso una vecchia canzone che ti accompagnava da ragazzo, in mente tornano i ricordi di quel periodo.

Perché del passato conserviamo solo la dolcezza e ci sembra che all’epoca tutto era meglio del presente: il cielo più azzurro, l’aria più pura, le giornate più radiose, le ragazze più belle e pedalavamo senza preoccuparci del domani che sarebbe stato nostro.

Alcuni le scelgono per la loro semplicità meccanica. Peccato non è così, anzi, metterle a punto richiede più tempo e perizia di una bici moderna. Freni, movimento centrale, ruota libera e così via richiedono attrezzi d’altri tempi e capacità che si sono perdute.

Io l’ho scelta perché mi piace, amo le bici francesi e le Peugeot in particolare, una casa che non ha mai mancato sperimentare nuove soluzioni (ad aprire il catalogo inglese del 1988, lo stesso anno di questa bici, è una bici da corsa con telaio in fibra di carbonio) e perché le mezze corsa le hanno inventate loro e sempre fatte meglio degli altri. Ma soprattutto perché anche se nel cuore resto un ciclista sportivo, che mai potrebbe rinunciare alla ammiraglia da corsa, con gli anni ho imparato ad apprezzare sempre più questo modo diverso di vivere la bicicletta, senza l’affanno della prestazione, con ritmi diversi e lasciando che la mente vaghi libera mentre le gambe girano rilassate sui pedali, rallentando la cadenza e dilatando il tempo presente per non disturbare le sensazioni del passato.

Ammetto, l’ho già scritto in altri post, che la Anjou non era la mia prima scelta, sono anni che cerco una Normandie, che è la versione superiore sia per la qualità del telaio che per la componentistica. Ma visto che questa era ben tenuta, costava il giusto ed era la mia taglia, i denari messi da parte per l’acquisto del nuovo centraruote sono stati dirottati senza rimpianto.
In casa avevo già tutto il necessario per metterla a punto tranne pochi dettagli, e il risultato finale è nelle foto in basso.

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L’allestimento, come avveniva spesso in quegli anni un poco per tutti i produttori, non è perfettamente corrispondente a quanto indicato a catalogo. La gestione dei magazzini era sempre approssimativa, alla fine assemblavano le bici con quello che avevano in casa in quel momento. Se la parte tecnica corrisponde, gli accessori no, sia portapacchi che luci infatti provengono da altri modelli, mentre per la forcella era possibile scegliere tra quella cromata come questa montata oppure una versione in tinta col telaio e dotata di fori per portapacchi low rider.
Telaio che reca una delle solite sigle con cui i francesi amavano definire i loro prodotti, in questo caso un criptico HLE Mangalloy, che di fatto non ci informa granché. All’epoca era assimilato alla gamma d’ingresso Reynolds, ma che sia d’ingresso o meno, dopo oltre cinque lustri è ancora qui tra noi, e questo mi basta.

La trasmissione vede una guarnitura tripla Stronglight con dentatura 50-40-30…

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…abbinata a una ruota libera a cinque velocità 14-17-20-24-28…

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…installata su mozzo Maillard Helicomatic, ossia un mozzo che non prevede la filettatura ma una specie di corpetto, che però è solidale al mozzo (non ruota come un corpetto moderno per capirci), scanalato secondo un disegno elicoidale e sui si inserisce la ruota libera, fissata poi tramite una ghiera.
Nella immagine in basso il mozzo posteriore della Anjou e il mozzo di altra (ex) mia Peugeot con lo stesso sistema.

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Cambio e deragliatore sono Simplex, ovviamente a gabbia lunga il primo e per tripla il secondo…

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…gestiti da una coppia di levette rigorosamente sull’obliquo e ovviamente non indicizzate.

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A fermare la bici provvede un impianto Weinmann, composto da cantilever avanti e dietro, che ho lucidato a specchio e provveduto a verniciare la scritta, e leve a doppio comando con perno integrato.

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Due parole su queste leve, per molti sconosciute.
Il sistema della doppia leva, definito “di sicurezza” perché consente di agire anche quando si è in presa alta, può avere due sistemi di comando: il primo altro non è che una asola esterna sagomata che preme sulla leva freno principale, il secondo prevede invece un perno interno che comanda la leva.
Nel primo caso si imprime pochissima forza, quindi van bene giusto per rallentare; nel secondo caso, il nostro, la potenza esercitata coincide tra leva principale e secondaria, motivo per cui ho sempre preferito questo tipo di comando.
Su cui è presente anche il comodo pulsante per allentare il cavo e sganciare così il cavetto sul corpo freno, operazione che consente una facile rimozione della ruota, secondo uno schema simile ai moderno comandi Campagnolo. Nelle immagini in basso il pulsante in posizione chiusa e aperta.

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A bloccare le guaine freno provvedono i classici fermi alla serie sterzo e al reggisella, quest’ultimo sempre rognosetto perché ruota stringendo la vite del reggisella, aumentando la tensione cavo; bisogna prestare attenzione in fase di serraggio.
Una mia piccola aggiunta è l’originale dell’epoca fermaguaine, che le blocca in posizione obbligata.

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Altra mia modifica sono la sella, una San Marco Regale, e la borsetta sottosella con attacco al morsetto; contiene camera e leve, nulla più, però è carina.
Il reggisella l’ho lucidato e dato una mano di vernice alla fresature, per solo piacere estetico.

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I pedali sono liberi, l’unica cosa che mi mette in difficoltà vista la mia abitudine agli sganci rapidi.

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Ho aggiunto una coppia di portaborraccia Ciussi dello stesso periodo della bici, così come la pompa da telaio, che era sulla mia Guerciotti molti anni fa…

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…messo in bolla il portapacchi posteriore usando una barra filettata M6 tagliata e misura e chiusa con dadi ciechi…

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…e provveduto a lucidare piega e attacco manubrio

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Una coppia di borse che avevo già ha trovato la sua naturale collocazione sul portapacchi, con l’aggiunta di una banda di alluminio (bloccata all’interno con l’interposizione di rondellone di gomma per evitare che il tessuto si strappi) che ho costruito per poterle fissare meglio al portapacchi ed evitare il fastidioso sbattimento; non so se il sistema reggerà, nel caso mi inventerò qualche altra cosa.

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Sulla bici erano già presenti un faretto anteriore e uno posteriore, alimentati a dinamo.

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Ho voluto darle una forte caratterizzazione estetica aggiungendo un secondo faretto, simile per foggia all’originale ma leggermente più grande e che ho verniciato in nero, sfruttando una coppia di staffe reggifaro a catalogo Velo Orange e che avevo da tempo, inizialmente destinate a Elessar.

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Per semplificarmi la vita ho collegato il cavetto proveniente dalla dinamo a quelli dei due faretti anteriori tramite un faston fissato al portapacchi; l’estetica è discutibile, la funzionalità no: un giravite e scolleghi il tutto, senza smontare mezza bici.

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Ingegnoso il sistema per portare corrente avanti e indietro. Non il solito cavetto che corre interno ai parafanghi, vera iattura quando li devi smontare, ma una bandella all’interno dei parafanghi stessi che prende corrente con due piccoli spinotti inseriti a pressione.

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Il risultato finale del doppio faro può incontrare o meno i favori estetici, a me ovviamente piace altrimenti non l’avrei fatto, e dona una aria tra lo stralunato e l’avventuroso a tutta la bici.

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Bene, la bici l’ho presentata con dovizia di particolari, è ora di mettersi in sella.
E qui il tuffo nel passato è istantaneo a causa della foggia della piega, vecchia scuola.
Come potete vedere nelle immagini in basso dove metto a confronto la piega francese con la moderna compact montata su Elessar, l’inclinazione verso il basso della curva è netto oltre a esserci poco spazio per le mani sui copricomandi. Inoltre la piega è stretta, in omaggio alla moda dell’epoca.

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Malgrado il dislivello sella manubrio (riferito alla sua parte alta) sia quasi nullo, la posizione dei comandi causata dalla conformazione della piega li porta molto in basso e avanzati, determinando una posizione del busto che adesso non userebbe più nessuno. Posizione dei comandi quasi obbligata, perché altrimenti diventerebbe impossibile agire sulle leve secondarie.
La soluzione dell’epoca era ruotare il manubrio verso l’alto; utile ma inguardabile e considerando che l’uso di questa bici sarà su brevi distanze, a me va bene così.

Pochi giri di pedale e il secondo deja-vù sono i comandi cambio.
Al giorno d’oggi non li vuole più nessuno tranne qualche inguaribile nostalgico, ma credetemi se vi dico che in pochi minuti ci si abitua e, francamente, la mancanza di indicizzazione è una bella comodità. Agganci il cavo e funziona, senza le solite menate con i registri che siamo costretti a fare ogni volta regolando le trasmissioni moderne.
Poi certo, la velocità di esecuzione è quella che è così come la rapidità di cambiata, non certo a livello di un gruppo attuale, ma ha senso preoccuparsi di questi dettagli su una bici così? No, secondo me no. La guida è diversa, questo si, perché bisogna imparare più che ad agire sulle levette (lo dico a beneficio di quelli che non hanno mai usato questo sistema, io a causa dell’anagrafe ci sono praticamente cresciuto…) a calibrare l’esatto momento in cui cambiare rapporto. Dover staccare la mano dal manubrio impone di agire in tempi diversi rispetto a dei comandi moderni integrati, soprattutto in discesa.
Quando correvo, in uscita di curva per rilanciare cambiavo con il ginocchio, ma da ragazzo hai il diritto all’incoscienza, superata la mezza età hai il dovere della prudenza, quindi semplicemente non rilancio.
La frenata, dopo una certosina messa a punto dell’impianto (piuttosto laboriosa, come è tradizione coi cantilever) è efficace; un set di tacchette nuove perfezionerà il tutto, il problema è trovarne di specifiche, nel senso che non ho intenzione di metterci quelle moderne da cantilever.

Si, d’accordo, ma in definitiva come va questa bici? Va, tu pedali e lei si muove…
Scherzi a parte, paragonarla a una bici moderna, l’ho scritto in apertura, non ha senso, tra lei e la mia Elessar c’è un abisso.
Eppure è una bicicletta lo stesso godibilissima, posizione in sella old-style a parte.
Scorre bene, assorbe le asperità della strada grazie alla geometria molto turistica, con piantone fortemente inclinato e carro allungato (esattamente quello che si fa ancora oggi, solo che te lo propinano come novità, come ho letto sulla cartella stampa della nuova versione di una nota bicicletta da turismo…), l’aver sostituito i copertoncini da 700×28 con altri 700×32 ha dato una ulteriore aiuto a innalzare il livello di comfort, le sue quindici velocità sono più che sufficienti per portarti ovunque e nel mio giro di prova (stesso percorso usato per le altre bici) non ho avvertito l’esigenza di averne altri, insomma il suo dovere lo fa.
Ovvio non è la bici universale né l’arma totale, eppure ti fa apprezzare quel pedalare senza fretta, conta nulla che la cima arriva qualche minuto dopo e che mentre armeggi con i comandi cambio un altro ciclista si alza sui pedali e rilancia: assapori ritmi diversi, mi viene da dire riflessivi. Si, mentre pedalavo riuscivo a pensare a tante cose, componevo nella mente cosa avrei scritto, la memoria riandava ad anni passati quando una bici così era di attualità e in alcuni momenti mi sono addirittura chiesto se in fin dei conti è questo quanto basta per essere felici sui pedali.
No, non lo è, ormai ci siamo viziati con le bici moderne e non terrei mai questa Peugeot (e nemmeno la Normandie, se la trovassi) come mia unica bici. Però affiancata ad Elessar e alla Rose Xeon trova un suo ruolo, riempie uno spazio tra la aristocratica leziosità della prima e la essenziale sportività della seconda che di fatto me le rendono inutilizzabili nell’uso quotidiano.
Dalla sua ha un fascino che non ti fa curare più di tanto di eventuali punti deboli, seppure possiamo definirli deboli solo se paragonati a bici moderne: era piacevole da usare all’epoca, lo è allo stesso modo ancora oggi, le strade quelle sono.
Ti consente la puerile soddisfazione di essere veloce abbastanza, se non di più, rispetto a tanti ciclisti “moderni” che restano basiti quando a passarli è questa strana bici occhiuta e con borse, parafanghi e portapacchi (davanti ha pur sempre una 50, e frullare una combinazione 50-17 è un bell’andare), la corona da 40 è perfetta se si vuole passeggiare godendosi il panorama e la 30 ti fa tirare il fiato e salvare la gamba, perché alla fine sempre 14 e passa chili sono, con tutto montato come nelle immagini sopra.
In discesa la stabilità è notevole, un poco meno la velocità di inserimento in curva, che risente della posizione e delle scelte geometriche; in salita il peso a volte si fa sentire, ma i chili sempre chili sono, antichi o moderni che siano.
Le mani alla fine del giro fanno male, è vero, perché l’abitudine a questo assetto l’ho persa e la sella l’ho montata più per scelta estetica (e perché l’avevo già) che per la corretta associazione con il mio profilo, così come frenare in presa sui comandi in modo efficace te lo puoi pure dimenticare, altro che leve Campagnolo moderne, ma alla fine si torna sempre alla domanda iniziale: ha senso raffrontare queste caratteristiche rapportandole a componenti moderni? No; a patto si sia consapevoli che una bici così non potrà mai garantire gli stessi standard di una bici moderna e quindi nella scelta si farà la giusta tara, quello che resterà è una bici capace di portarti ovunque, in (relativa) comodità, senza fretta ma soprattutto senza ansia: vi pare poco?

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COMMENTS

  • Una bici così, anzi la Normandie, non é una scelta (discorso soldi a parte): è un privilegio! Perché ti permette di essere consapevole di una bici moderna con i suoi aspetti positivi e negativi. Proprio come la Peugeot. Perché alla fine questa é la cosa: ogni mezzo, pur migliorato, avrà sempre aspetti positivi e altri meno. Basta saper godere di quelli buoni…
    Che senso avrebbe continuare a pedalare esclusivamente su astronavi in carbonio? Se non sappiamo da dove veniamo non possiamo sicuramente sapere dove vogliamo andare.
    Permettimi di fare lo smorfioso: avrei messo la pompa preferibilmente in alluminio o al massimo bianca così come il nastro manubrio bianco personalmente…
    Ma son dettagli. Occhio Fabio, che queste sono le bici che generalmente la gente guarda con stupore poi magari un po’ di disgusto (invidia) pensando “Poveretto, guarda su che bici pedala…” e poi alla fine un bel giorno non la trovi più…!
    Se e quando sarà tempo mi prenoto per farti curare la Peugeot che arriverà. Andrà un po’ in giro per l’ Italia…

    • Ciao Franz, mi conosci da tempo e sai che il mio rapporto con le Peugeot è travagliato, tra furti e tentativi di furto. Stavolta la bici mi farà compagnia solo per un paio di mesi l’anno in “località protetta”, l’angioina lascerà presto il Regno di Napoli alla volta del Regno Pontificio (non l’attuale Vaticano, le terre che erano una volta del Regno, visto che continuo con questa storia degli Angiò) dove vivrà guardata a vista.
      Quando sarà, fai pure affidamento sulla microfficina, la fai spedire direttamente qui e io poi te la rimando: se è una Normandie ed è la mia taglia, falla spedire qui lo stesso, io non te la rimando 🙂

      Fabio

  • gianluigi (anche su bdc-forum)

    Bravo Fabio, bel lavoro e bella ed accurata recensione, come al solito del resto: ormai ci hai abituato bene….
    Grazie di condividere con noi il tuo know how (mi sa anzi che prima o poi tornerò a seccarti per qualche dritta)

    • Grazie Gianluigi, chiedi pure, nessun problema, almeno fino alla pausa estiva, quando mi trasferirò e, per precisa scelta, non attiverò alcun collegamento internet, sfruttando quello che c’è sul posto solo per le emergenze…

      Fabio

  • Roberto

    Ottimo lavoro Fabio, complimenti!

  • pietro

    E di questa Fabio cosa ne pensi? Davanti ha una doppia; il proprietario mi ha detto che pesa sui 16-17 kg
    http://www.subito.it/biciclette/peugeot-torino-94433260.htm
    ciao Pietro

    • Ciao Pietro, difficile fare una valutazione sulla base di un paio di immagini che non dicono molto.
      La bici non è originale in tutte le sue parti, l’allestimento è quello delle versioni di gamma più bassa (stesso periodo per le sorelle maggiori, per esempio, Peugeot usava il movimento a perno quadro), non sappiamo il portapacchi posteriore qual è (dettaglio importante i portapacchi sulle mezze corsa), le leve freno sono moderne e sarebbe da vedere il telaio come sta messo.
      Di carino ha i mozzi (almeno l’anteriore, dietro non si vede) e le farfalle al posto dei dadi. Temo che quella versione monti ruote da 27, difficile da trovare ormai i copertoni, li hanno solo un paio di case. Ma su questo non posso metterci la mano sul fuoco, a catalogo avevano tutte e due le versioni.

      In tutta sincerità, visto il prezzo richiesto, non mi sembra poi l’affare del secolo; 190 euro sono tanti e non giustificati né dalle condizioni né dal particolare pregio del modello.

      Fabio

  • Daniele

    Ciao, non avendo un contatto diretto ho deciso di scrivere su questo post per evitare OT.
    Le tue Peugeot che ho visto sul blog sono stupende e buttando un occhio quà e la ho trovato queste:
    http://www.subito.it/biciclette/peugeot-epoca-torino-88451018.htm
    http://www.subito.it/biciclette/bici-vintage-peugeot-novara-92608813.htm
    http://www.subito.it/biciclette/bici-donna-sportiva-peugeot-torino-90876270.htm?last=1
    La prima mi sembra la migliore, la seconda la iù attempata. Cosa pe pensi?
    Curiosità: ad occhio, vedendo le foto, sembrano tutte dei telai molto grandi. Ora considerando la mia bdc è in taglia 48 e la mtb una S, credi che avrei difficoltà ad utilizzere uno di questi modelli?
    Grazie mille
    Ciao
    Daniele

    • Ciao, per ovvi motivi non è il caso esprima commenti su altrui inserzioni qui.
      Puoi contattarmi privatamente, l’indirizzo mail lo trovi cliccando in alto a sinistra, dove è indicato il link “perché questo blog e contatti”.
      Sopra ho fatto una eccezione, ma preferisco resti un comportamento una tantum, anche perché non è stato preso bene…

      Fabio

  • Grazie della prova,
    Il mondo Peugeot à intrigante, soprattutto per chi si trova trasportato in Francia dove il marchio è la Storia della bicicletta; dove, Peugeot, Motobécane e Gitane fecero nascere la “Mezza-corsa” e la “Randonneuse”, che qui qualche nostalgico viaggiatore di lungo corso usa ancora oggi per lunghi spostamenti.
    Le biciclette, come la tua Anjou, sono, inoltre, quelle della mia giovinezza. Motivo in pù per studiare un po’ di storia.
    Davide

    • Ciao Davide,
      raffrontando gli anni della Anjou coi miei, beh, è pure per me una bici della mia giovinezza.
      Però quando questa bici poggiava la prima volta le ruote su strada io non l’avrei proprio presa (infatti non le prendevo) in considerazione: per me esisteva solo la bici da corsa.
      Adesso le apprezzo, Elessar ne è la prova ché è figlia di quella scuola, perché è un diverso modo di pedalare. Come ripeto spesso né migliore né peggiore. Solo una della tante facce del mondo sui pedali.

      Fabio

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