Montaggio alternativo dei Tacx Lumos

I Tacx Lumos sono due simpatiche luci a led alimentate a batteria da usare esclusivamente su piega da corsa e caratterizzate dall’avere illuminazione anteriore, posteriore e frecce lampeggianti, tutte integrate in un unico corpo.

Il video ufficiale spiega meglio delle mie parole.

 

 

 

Le ho usate sulla mia Trek in una delle sue innumerevoli configurazioni e le trovo pratiche quando in qualche giro con la mia Rose so che dovrò percorrere gallerie oppure il rientro tarderà fino all’imbrunire.

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La coppia di ingombranti faretti a led che ero solito usare su Elessar quando necessitavo un poco di luce si sono rotti e ho deciso di montare allora i miei Lumos, ma non al manubrio sia perché non mi sarebbero piaciuti e sia perché non intendo rinunciare ai graziosi tappi in alluminio che chiudono la piega.

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Ho deciso quindi di sfruttare gli attacchi filettati presenti sul portapacchi anteriore Pass Hunter prodotto dagli americani di Velo Orange, gli stessi usati per fissare con dei distanziali autocostruiti la coppia di faretti (faroni più che altro…) Axa Vintage.

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Recuperati i Lumos la prima operazione è stata pulirli e prendere le misure, oltre a scattare qualche immagine per farli vedere in funzione.

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Stabilito che il diametro del “siluro” da innestare al manubrio è di 23mm è sorto il problema di trovare un tubo adeguato dove inserire i faretti; pescando tra le cianfrusaglie in microfficina ho trovato un tubo di alluminio avanzato da un lettino da mare finito in discarica prima che riuscissi a smontarlo tutto e che conservai perché “…accipinchia! Ha lo stesso diametro di una piega, un giorno potrebbe tornarmi utile”. Appunto.

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Misurata una lunghezza di 7,5 cm, ossia uno in più della lunghezza dell’alloggiamento del Lumos, ho applicato con del nastro carta una guida e proceduto a creare l’incavo di taglio su tutta la circonferenza; una goccia d’olio ne favorirà pulizia ed esecuzione.

Di fatto è lo stesso sistema che uso per tagliare i canotti delle forcelle, un seghetto a lama buona, un poco di nastro, una buona preparazione e i risultati sono sempre precisi.

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Taglio eseguito ma come facilmente visibile in foto la superfice è parecchio rovinata.

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Sono graffi e segni davvero profondi, potrei rimuoverli a mano con carta abrasiva ma so che sarebbe un lavoraccio. Meglio affidarsi agli utensili elettrici.

Non ho un tornio (e mi piacerebbe averlo, ma dove lo piazzo? Nel metro quadro della microfficina?) ma sopperisco per diversi lavori con un trapano montato a banco.

Ad aiutarmi nel fissaggio al trapano del tubo per la levigatura ho chiamato due vecchi tappi manubrio in gomma, molto in voga negli anni settanta e che però il tempo ha irrimediabilmente rovinato per il loro uso originario e io non ho buttato, perché tutto può tornare utile.

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Una barra filettata M5 chiusa alle estremità con rondelle e dadi…

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…e il tubo è pronto per la lucidatura.

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La prima idea era portarlo a specchio, prima levigandolo con carte abrasive via via più fini e poi lucidando con le apposite paste; la scarsa qualità dell’alluminio mi ha dato risultati non alla altezza e quindi ho preferito dare una ulteriore passata con carta abrasiva 800 per rimuovere la lucidatura e preparare la superfice alla verniciatura.

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Messo a bagno il tubo in una soluzione sgrassante per rimuovere ogni ultimo residuo il problema successivo è stato trovare una coppia di fascette di adeguata misura. Anche qui le risorse della microfficina, piccola ma sempre ben attrezzata, mi hanno aiutato facendomi scovare in uno degli innumerevoli scomparti portaminuterie alcune fascette da telaio, di quelle che si usavano una volta per fissare un portaborraccia ai telai in acciaio privi di bussole filettate.

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Hanno due limiti: un diametro un pelo troppo grande e i fori da 4mm contro i 5 dei supporti al portapacchi.

Ho allora applicato una guarnizione in gomma che mi ha consentito di ridurre il diametro interno oltre ad avere benéfici effetti sullo smorzamento delle vibrazioni; ho preferito dare un blando fissaggio con del mastice neoprenico e poi ritagliato l’eccesso della gomma per avere tutto a filo.

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I due fori li ho alesati usando una punta da trapano da 5,5mm e non da 5mm perché, come è facile vedere nelle immagini sopra, i due fori con la fascetta in posizione di “riposo” non sono esattamente in linea e questo complica (molto, credetemi…) l’inserimento di una vite; soprattutto se, come me, preferite usarne le più corte possibili.

Quel mezzo millimetro potrà sembrarvi poco ma vi garantisco che è più che sufficiente, alesare fino a 6mm sarebbe eccessivo.

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Una verniciata al tubo nello stesso colore del telaio di Elessar (ho da parte un poco di vernice per eventuali ritocchi…) e inserimento del siluro e delle fascette i successivi passaggi.

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Un primo fissaggio tenendo i faretti interni all’occhiello è stato gradevole esteticamente ma poco pratico, sia perché il fissaggio è difficoltoso e sia perché per rimuovere il corpo principale per la sostituzione della batteria è necessario rimuovere anche la ruota, altrimenti non è possibile svitare il faretto.

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Il dado cieco si è reso inoltre indispensabile per il fissaggio (uno aperto sarebbe stato più funzionale ma bruttino) ma il tutto è diventato troppo laborioso. In fin dei conti non è una soluzione definitiva, le luci su Elessar mi servono per essere visto più che per vedere e sono installate solo quando servono, quindi praticità e velocità di montaggio sono importanti.

Ho preferito allora montarli esterni all’occhiello filettato, posizione che al prezzo di un leggero maggiore ingombro mi rimanda però un fissaggio più tenace (aiutato da una rosetta zigrinata) e una maggiore praticità nelle regolazioni e nella sostituzione delle batterie. Il dado cieco in questo caso ha solo funzione estetica, per coprire la vite sporgente.

Il montaggio leggermente strabico l’ho voluto per avere una illuminazione bassa e verso il ciglio della strada a destra e più in profondità a sinistra.

Due tappi manubrio chiudono il tubo “contieni Lumos” all’anteriore.

Alla fine ci vuole più tempo a scattare le foto e descrivere l’operazione che a farla.

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