Manifesto per il ciclismo anarchico

Manifesto del ciclismo anarchico

Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco: dimenticate l’uso comune, potrei dire moderno, del termine anarchia, che subito evoca giovani mascherati, sassaiole, scontri, veicoli date alle fiamme.

Non è questo il significato (e non lo è nemmeno riferito ai giovanotti di cui accennavo, che ne ignorano la valenza) a cui tendo riferirmi.

Torno alle origini, quando con anarchia non si indicavano caos e violenza ma il loro opposto: pace e fratellanza, un ordine naturale in cui non esiste un individuo che si autoproclama superiore in nome di una idea, una religione o per la semplice forza fisica.

Troppo complicato per un blog di biciclettine?

Non tanto, se avrete la pazienza di seguirmi.

A pedalare ci vanno un poco tutti; e pedalando le persone più varie, per forza, nel nostro mondo, si ripropongono vizi e virtù tipici dell’essere umano.

Insomma, essere ciclisti non ci rende esseri superiori, perché tra le nostre fila ci saranno sempre i maleducati, gli sbruffoni, quelli che non si fermano ad aiutarti altrimenti “perdono il ritmo”, quelli che denigrano le bici altrui, quelli che urlano in salita per far vedere che hanno ancora fiato, e così via.

E li ritroviamo sparsi in modo equo nelle quattro grandi famiglie a due ruote a pedali: i fanatici della piega da corsa, i fondamentalisti delle bici stracariche, gli imperterriti modaioli cittadini e i brutti sporchi e cattivi del fuoristrada.

Ogni grande famiglia si divide in una infinita quantità di sottocategorie, potremmo dire tante quante sono le persone che usano una bici.

Ed è questa la bellezza del ciclismo, che ognuno lo vive come crede, come più gli piace. La bicicletta al nostro servizio e non viceversa.

Che c’entra a questo punto il ciclismo anarchico, vi starete chiedendo, ammesso che abbiate avuto la pazienza di leggermi fin qui.

C’entra, perché troppo spesso ascolto, o leggo sui tanti forum presenti in rete, prese di posizioni di una categoria contro l’altra.

I grammomaniaci che detestano i cicloturisti, questi a loro volta che considerano degli invasati chiunque voglia una bici più leggera di 10 kg, i fuoristradisti che bucherebbero qualunque copertoncino slick che vedono, i ciclisti urbani che considerano dei poveri mentecatti quelli che se non si sparano 200 km a uscita gli sembra di essere rimasti in poltrona e via cianciando.

Ma non basta, perché c’è anche la guerra civile all’interno della stessa famiglia. Quindi ecco fans dei telaio in carbonio denigrare quelli dell’acciaio, gli adepti dell’alluminio, lì, a ritenersi gli unici depositari della rigidità; poi si scende ancor più in dettaglio, perché nella stessa sottocategoria, per esempio quella degli amanti del carbonio o dell’acciaio, si guerreggia tra i sostenitori di Campagnolo contro Shimano contro Sram (e meno male che ci sono solo questi tre grandi produttori a contendersi il mercato, altrimenti non si finirebbe più).

La cosa si ferma qui? No, assolutamente, perché nella medesima sotto-sottocategoria ci sono quelli dei freni caliper contro i freni a disco, dei copertoncini contro i tubolari, delle guaine colorate si/no e via via fino alla più minuscola vite.

Malattia che non contagia solo gli adepti del ciclismo sportivo. Non mancano i guerrieri della fede nemmeno tra le file dei cicloturisti, una famiglia in cui non te lo aspetteresti tanto. Sia perché per molti di loro la bici alla fine è solo un mezzo di trasporto, raramente oggetto di venerazione pagana come per gli sportivi, e sia perché si suppone che, da viaggiatori, siano più aperti e tolleranti.

Invece no, perché anche qui discussioni infinite tra la superiorità dell’acciaio e la presunta debolezza del carbonio, dischi contro cantilever, ruote da 26 contro 28, l’indispensabilità di avere sulla bici dinamo a mozzo, presa di corrente, navigatore satellitare, due cavalletti, sei borse e ogni più piccolo o grande accessorio abbia la mente umana elucubrato per una bicicletta.

Mi fermo con gli esempi, sicuro di essere riuscito a scontentare molti, e torno al mio personale manifesto anarchico.

Lasciamo che ognuno viva la bicicletta come crede. Se un ciclista è felice nel possedere una bici da 5 kg, non trattiamolo come un demente. Se un ciclista si sente insoddisfatto se non carica minimo 40 kg di bagaglio per andare al mare una giornata, lasciamolo stramazzare felice. Se un ciclista si sente contento solo quando torna a casa talmente coperto di fango che non lo riconosce nemmeno la madre, lasciamolo scorrazzare libero per i boschi. Se un ciclista esce di casa sulla sua fixed solo se tutte le tonalità, mutande comprese, sono perfettamente abbinate, lasciamolo giocare con tutti i colori dell’arcobaleno.

E se un ciclista ama alla follia la piega da corsa che la monterebbe persino su una mtb o la userebbe per farci un lampadario o vuole che le cromature sulla sua specialissima siano sempre luccicanti, lasciamolo in pace: non fa del male a nessuno.

Al massimo, finito di tirare a lucido tutto il lucidabile, lo trovereste a scrivere sciocchezze su un blog.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • ciclo

    ciao! HO trovato il tuo blog da ilcicloviaggiatore.it … Dal punto di vista ciclistico mi ritrovo tantissimo con te! Stessa passione per la meccanica, stessa propensione al viaggio e anche stessa area geografica ( con tutti i pro e i contro che ne derivano…)! Continuerò a seguirti!! Ho letto anche del “fallimento” della micro officina.. Purtroppo qui da noi era ampiamente prevedibile, ma mi auguro che tu possa continuare in “privato” questa bellissima attività! In bocca al lupo!

    • Ciao Ciclo, grazie dei complimenti.
      Una precisazione; la microfficina non è fallita, perché non ha mai avuto scopo di lucro. E’ sempre stata gratuita e sempre lo sarà, almeno per la mano d’opera. Il costo dei ricambi, se non ne ho disponibili, è a carico del proprietario della bici. Le donazioni in natura (ricambi inutilizzati, accessori, attrezzi, quel che si vuole e può dare) è sempre bene accetta.
      Più in basso, scorrendo questo blog, troverai uno dei primi post, dedicato proprio alla microfficina.
      Fabio

  • Ciclo

    MI sono espresso male…Il fallimento a cui mi riferivo non era riferito a te nè ad una sfera economica, mi riferivo alla possibilità che un progetto del genere attecchisca da noi.. L’unica soluzione è sempre quelal di far portare IN ANTICIPO tutto l’occorrente! Magari se qualche giorno passo da quelle parti vengo a darti una mano! Ciao!

    • Ah, ok; non avevo compreso.
      Scusa, ma in molti si stupiscono quando apprendono che è tutto gratuito (la mano d’opera intendo) e questo crea a volte qualche incomprensione.
      Certo, se vuoi passare sei il benvenuto
      Fabio

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