Lo Squalo si racconta – Nibali, di furore e lealtà

Avere il proprio nome in lista tra autori della Mondadori ha qualche beneficio; pochi giorni fa mi sono visto recapitare a casa, dono dell’incosciente che volle avere fiducia in me lo scorso inverno, un libro da poco arrivato tra gli scaffali: “Di furore e lealtà, la mia vita raccontata  a Enrico Brizzi”, edito appunto da Mondadori
E’ stata una attenzione che mi ha fatto piacere; per il libro, perché narra di uno dei miei corridori preferiti e perché la busta non è esplosa tra le mie mani: segno (forse) che non ho del tutto deluso le aspettative.
Ma non è di me che voglio parlare: Vincenzo Nibali racconta, Enrico Brizzi traduce su carta, io ho letto e mi sono emozionato, commosso e chiuso la copertina con la certezza di aver letto un bel libro.

 

2019 Di furore e lealtà Vincenzo Nibali

Un libro, lo dico subito, per nulla adatto a quelli che continuano a blaterare che i ciclisti sono tutti truffatori in mano a stregoni e vincono grazie alla chimica. I ciclisti non sono tutti uguali e ci sono, perché ci sono, gli atleti onesti.

Nel Pantheon delle mie divinità a pedali lo Squalo ci è entrato quando era un nome ancora poco conosciuto al grande pubblico e in un periodo in cui la credibilità del ciclismo era davvero ai minimi termini; che in molti hanno scelto scorciatoie è storia e non cronaca, che la delusione nei tifosi è stata altissima è un macigno non ancora rimosso, che a dare addosso ai ciclisti con maggiore cattiveria sono stati i frustrati delle gran fondo che si imbottiscono di qualunque cosa per vincere la porchetta in palio è ipocrita realtà.

La morte di Pantani è stato un colpo duro per me, per anni non sono riuscito più a seguire una gara in televisione e anche la mia Guerciotti giaceva abbandonata; tra acciacchi, interventi chirurgici e un peso sul cuore ogni volta che vedevo una piega da corsa di pedalare non mi andava proprio.

Ma la passione non svanisce, ha solo bisogno di essere nuovamente alimentata; comprai una altra bici da corsa, più adatta del cavallo di razza che avevo per aiutarmi a tornare in sella con le cicatrici che mi impedivano un assetto appena decente e tornai a seguire le gare su strada. L’aristocrazia a pedali che conoscevo io non c’era più, per età o perché squalificata, guardavo i giovani ché ormai potevo chiamarli tali visto che nella migliore delle ipotesi avevano all’epoca almeno quindici anni meno di me e vidi un ragazzotto magro magro, sguardo fermo, tanta volontà e pochi risultati. Me ne innamorai subito, il ciclismo che piace a me, nulla passerella, poca (apparente) testa e un cuore grande così. Risultati scarsi ma che importa, non sono uno che segue se vinci e se sei italiano. Però che fosse di Messina e sappiamo che il sud non è certo terra che aiuta i ciclisti, me lo faceva guardare con più affetto.

Ho iniziato a seguire le corse a cui partecipava, cercavo di capire dai piazzamenti che possibilità avesse, scovavo gare proposte a orari impossibili e in brevi sintesi per riuscire a vederlo in sella; perché c’era qualcosa in quel ragazzo che mi catturava, non solo per la pedalata: era pulito, non poteva essere altrimenti oppure i tempi e le medie sarebbero state altre, vedevo la fatica e riconoscevo errori e inesperienza ma non mollava mai. E lo sguardo: pedalava e studiava, si stava preparando a diventare il campione che è. Anche quando alla fine il risultato era deludente per la classifica sapevo che sui pedali aveva messo tutto quello che aveva, senza risparmiarsi. Come si fa a non amare un ciclista così?

Nel Giro del 2010 durante la stupenda ascesa di Basso allo Zoncolan io guardavo più questo ragazzo che Ivan il terribile, la sicurezza con cui era in sella, la certezza che da lì a poco sarebbe arrivato il suo momento. Quando la scorsa estate partì il Tour, con un Nibali reduce da risultati non esaltanti dopo il successo al Giro dell’anno precedente e con pochi tra appassionati e giornalisti a sbilanciarsi su una sua possibile vittoria, mi bastò la prima tappa per capire che il re di Francia sarebbe stato lui.
Certo, una gara a tappe è una incognita, basta un nulla, una scivolata, un problema tecnico, un tifoso idiota che ti spintona nel momento cruciale per perdere tutto. E con solo una tappa è difficile capire lo stato di forma.
Ma fu lo sguardo, il modo in cui era in gruppo anzi, il modo in cui dominava il gruppo che mi fecero capire che solo la sfortuna avrebbe fermato lo Squalo dal conquistare Parigi.

Ricordo bene quando al termine della prima tappa un amico mi domandò “Secondo te chi vince il Tour?” e io sicuro di rimando “Nibali”.
“Ma come, quest’anno ha vinto poco e niente, Contador starà come un pazzo dopo la squalifica e la Sky ha messo in campo una squadra da paura!”
“Vince Nibali, lo so io e lo ha capito pure il gruppo anche se non lo sa ancora. Non gli pedalavano semplicemente intorno: era un picchetto d’onore”.

Ed è stato bello per me leggere in queste pagine un Vincenzo che raccontava quello che avevo capito o intuito in questi anni. Non sono un profondo conoscitore delle opere di Brizzi, non per suo demerito, piuttosto è l’anagrafe che mi tiene lontano da alcuni suoi libri.

Ma gli rendo il gran merito di aver saputo con le parole metterci in sella insieme al nostro campione, da quando ragazzino ebbe dal padre la sua prima bici vera, quella segata in tre pezzi come punizione per la cattiva condotta scolastica (episodio che mi sono sempre chiesto fosse fantasia o realtà, inorridisco al pensiero di mutilare una bicicletta) e poi saldata per darle nuova vita, passando alla Vetta (e questo è un punto che non conoscevo: posso dire che io Nibali abbiamo una bici dello stesso artigiano? Stesso editore, stessa bici, chissà..) e alla De Rosa, la gavetta tra le varie categorie, le gare vinte e quelle perse; le amicizie e le rivalità, un mondo di ragazzi cresciuti insieme costretti a sopportare una pressione che i loro coetanei troppo indaffarati a decidere come annoiarsi non hanno mai vissuto; la partenza a sedici anni per la Toscana e la vita di un ragazzo dalla grande autodisciplina ma pur sempre un ragazzo, con i suoi dubbi, le sue paure e le sue insicurezze.

Conosciamo così attraverso queste pagine non solo l’atleta che ammiriamo ma il ragazzo che si fa uomo; e non il cavaliere senza macchia e senza paura che qualcuno ha voluto descrivere, anche se solo due mesi prima lo definiva su quello stesso giornale un bluff, ma un uomo come noi, con le stesse paure, le stesse certezze, il bisogno di sicurezza e anche qualche litigata coi colleghi che forse non ci saremmo aspettati.

E non è solo lo Squalo che vediamo crescere, perché il suo mondo sono le corse in bici e i ciclisti quelli sono; iniziamo a vedere gli altri con occhi diversi, di quello che è dentro e non dietro una transenna o davanti uno schermo.

Manca una cosa: la fatica. Noi che in bici ci andiamo la scoviamo in filigrana tra le pagine; chi non è mai arrivato in cima col cuore che sta per esplodere e le gambe che tremano per lo sforzo non sa cosa significa e non può descriverlo. Non conta essere un campione o un semplice pedalatore della domenica, lo sforzo è uguale. Noi saliremo in un tempo dieci volte superiore dando il massimo ma in cima saremo distrutti tutti e due.

Però c’è l’essenza vera del ciclismo sportivo, quella a cui lo Squalo non è arrivato subito ma (lo dico perché l’ho scoperto leggendo) grazie al suo massaggiatore.
E’ una delle scene più belle del libro, metà massaggiatore metà sciamano rivela a un nervoso Nibali che in bici non si corre contro gli avversari: si corre contro se stessi.

Non ho il passo né la forma fisica per potermi definire un ciclista da corsa; ma sono e resto un innamorato di questo sport, per me la bici è la bici da corsa, le altre vengono dopo. E dopo aver letto queste pagine ti viene voglia di saltare in sella e pestare sui pedali.

Spero, me lo auguro di cuore, che saranno soprattutto i ragazzi a leggere questo libro; l’età media dei ciclisti si sta alzando sempre più, le giovani leve scarseggiano troppo distratte da altro e poco propense ad appassionarsi a uno sport che è, diciamolo senza mezzi termini, fatica e poi ancora fatica. Che però è il suo fascino, sappiamo bene noi che sui pedali stantuffiamo disperati seppure con medie modeste.

Spero vorranno leggerlo anche quelli che bollano i ciclisti come una massa di drogati, indistinta. No, i ciclisti non sono tutti uguali, nemmeno quelli da corsa.

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

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