La scimmia lussuosa: Surly Karate Monkey Ops

 

La bici in prova oggi è particolare per questo blog che ha vocazione smaccatamente stradale, perché è un telaio Surly battezzato come un personaggio da fumetto: Karate Monkey Ops, assemblato con componentistica quasi sportiva per la trasmissione e le ruote, conservando solo il manubrio dritto a ricordarne le origini.

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Non è stato facile decidermi a questo test, sono e resto un ciclista sportivo, se non nelle prestazioni almeno nel cuore e il fatto che su questa bici sia assente la piega me l’ha sempre fatta guardare con occhi meno benevoli di quelli che riservo alle bici che monto personalmente. Perché si, è vero, la bici l’ho assemblata io ma il progetto non è mio, ho solo collaborato nella valutazione delle compatibilità tra i diversi componenti per evitare spese inutili. E del resto la bici deve piacere al suo compagno, non a me; mai ho imposto la mia visione del ciclismo agli altri, il fatto che io avrei equipaggiato il telaio in maniera diversa non significa che questa sia mal montata, anzi, devo dire che Marco (il proprietario) non ha lesinato scegliendo tra quanto di meglio offre il mercato, sia per tecnica che per bellezza. Io cerco di capire le esigenze del ciclista e tradurle in un progetto fattibile tecnicamente ma che sia ciò che vuole lui, non quello che sarebbe piaciuto a me. E quel manubrio dritto lo dimostra…

Purtroppo l’unica sfortuna di Marco è stata coinvolgermi in un momento assai particolare per me, quando dopo aver letto la prima stesura del libro decisi che non andava proprio e cancellai quasi tutto, lavorando di fatto daccapo e con tempi strettissimi per rispettare la consegna. E questo ha significato che in tanti piccoli aspetti ho fornito le linee guida ma poi delegato lui mentre avrei dovuto essere più accorto e considerare che saranno pure piccoli aspetti ma messi insieme fanno un bel totale; e giustamente Marco non aveva ancora accumulato l’esperienza necessaria per farvi fronte da solo. Aggiungiamo una certa “faciloneria” da parte di alcuni rivenditori (e loro hanno il dovere di essere accorti, la roba la paghiamo e tanto, mica è regalata) e questo spiega alcuni problemi avuti in fase di assemblaggio. Un assemblaggio che non aveva alcun precedente cui far riferimento, perché il telaio all’epoca era una primizia (non ancora importato da noi e acquistato in Gran Bretagna) e tutti i montaggi fatti a quel momento erano basati su componentistica da Mtb, mentre qui la scelta è andata a una guarnitura tutta stradale che ha causato non poche difficoltà per gli ingombri (anche a causa delle errate indicazioni dell’importatore italiano) e su un deragliatore stradale per un telaio però sprovvisto di quelle accortezze necessarie al suo montaggio. Inoltre qui si è proceduto in modo inverso rispetto a quanto è bene fare: a causa del notevole ritardo nella disponibilità del telaio lo “shopping” è iniziato dai componenti; mentre invece è sempre bene avere prima il telaio tra le mani e dopo ordinare quello che serve ad addobbarlo, perché soprattutto con un telaio appena immesso sul mercato e con un produttore non proprio prodigo di indicazioni tecniche la possibilità che qualcosa vada storto è reale. Insomma, senza dilungarmi ancora e avviandomi a introdurre la bici, posso dire che questo montaggio è stato una bella sfida sul piano tecnico ma dopo aver risolto tutti i problemi ho suggerito un passo indietro e il montaggio di alcuni componenti dedicati, perché sul piatto della bilancia ho messo la volontà mia di consegnare al proprietario una bici sulla quale non avrebbe dovuto preoccuparsi di null’altro che dare pressione alle gomme e olio alla catena, una lavata e poi via a pedalare senza pensieri. E credo di esserci riuscito vedendo il sorriso di Marco quando è in sella.

Partiamo dal telaio in acciaio che in taglia S (16″) presenta un piantone con linea sinuosa da 406,4mm angolato di 73 gradi e dimensionato per ospitare un reggisella da 27,2mm.  da tenere in sede con un collarino removibile. L’ orizzontale è fortemente sloping e in questa taglia è di 575,6mm effettivi;

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il cannotto di sterzo è da 100mm (soluzione abbastanza usuale in casa Surly che preferisce sempre, anche su modelli stradali, un cannotto corto) dimensionato per ospitare una serie sterzo da 44mm.

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Il carro che si sviluppa molto sia in larghezza che in lunghezza presenta i foderi bassi dal tipico profilo a S mentre quelli alti scendono abbastanza rettilinei.

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Il telaio è predisposto per ruote da 29 pollici e può ospitarne di generosa sezione, fino a 2,5″ come ci ricorda l’adesivo sul fodero basso.

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La forcella dritta anch’essa in acciaio ha un rake di 43mm e occhielli per parafanghi ma non per portapacchi tipo low-rider; ed è un peccato perché la bici mostra ottime attitudini turistiche, anche se probabilmente sarebbe preferibile allestirla secondo la filosofia del bike-packing.

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Il portapacchi è però possibile montarlo al posteriore sfruttando gli attacchi presenti sui pendenti del carro.

 

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Sempre per quanto riguarda gli accessori, il parafango è installabile anche al posteriore, sfruttando l’attacco posto dietro la scatola movimento (a passo inglese e larga 73mm), il classico ponticello in alto e quelli sui forcellini cambio removibili.

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Due gli attacchi per i portaborraccia in posizione classica, con quello sul piantone non pienamente sfruttabile, almeno con borracce più capienti, a causa del poco spazio.

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La predisposizione è per solo freni a disco, meccanici o idraulici non conta, con diametro massimo del disco di 160mm.

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Quello che distingue il Surly Karate Monkey “standard” da questo telaio OPS è la presenza del sistema modulare per i forcellini posteriori sostituibili (e forniti di serie insieme alla fascetta per il deragliatore direct mount) che possono ospitare a seconda del tipo installato o un pignone singolo o cambio e asse maggiorato da 142x12mm o cambio e asse standard da 10mm.

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Il telaio è stato montato attingendo a molti dei migliori componenti presenti sul mercato e questo il risultato finale.

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Le mie (poche) qualità di fotografo non rendono giustizia alla cangiante colorazione, che rende al meglio quando colpita dal sole assume sfumature dorate che la fanno sfavillare.

Vediamo in dettaglio i componenti scelti dal proprietario, partendo dalle ruote. Assemblate con cura utilizzando due mozzi White Industries e cerchi H Plus Son, incrocio in terza per i raggi neri assicurati da nippli in finitura silver. Nelle ultime immagini della sequenza in basso le ruote sono solo imbastite ma non ancora centrate, ma anche se così perdono molto del loro fascino il risultato estetico dell’insieme è comunque notevole.

Oltre al fatto che i mozzi sono tecnicamente ed esteticamente spettacolari, sembrano smentire la fisica che ci ha insegnato esiste una forza chiamata attrito.

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A vestire queste ruote sono stati chiamati due copertoni Schwalbe Marathon Plus in misura 700×42 con banda rifrangente…

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…e profilo laterale per la dinamo. Lo specifico solo per chi si stesse chiedendo a che servono quegli ingranaggi: è vero che la bici la decide il proprietario, ma se mi avesse chiesti di montargli una dinamo a telaio lo avrei cacciato…

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Gomme pesanti ma dalla ottima scorrevolezza e garanti di buona parte del comfort di questa bici.

La trasmissione vede un altro gioiello di casa White Industries ed è la guarnitura, con dentatura 48-34; versione stradale, sarebbe stata preferibile quella mountain, ma il distributore fece confusione e noi ce ne rendemmo conto troppo tardi.

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Su tanta bellezza meccanica non potevamo certo trovare due pedali “normali” e quindi la scelta è andata a una coppia di NC-17 Sudpin III Pro, dalla accuratissima lavorazione.

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Meno esoterici (un mio vecchio Direttore avrebbe scritto ” meno sibaritici” e avevi voglia a dirgli che era eccessivo, comandava lui…) gli altri componenti della trasmissione.

Il deragliatore è uno Shimano Xtr del tipo direct mount (montato con la fascetta fornita insieme al telaio) ma per tripla malgrado la guarnitura sia doppia. La scelta è giustificata dal fatto che per evitare che la corona interna da 34 toccasse il fodero basso abbiamo assemblato (prendendo i vari componenti singolarmente) un movimento centrale con asse molto lungo; nel dubbio se un deragliatore per doppia Mtb ci avrebbe garantito corsa sufficiente abbiamo preferito andare sul sicuro e prendere quello per tripla, tanto il tiraggio è identico.

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La prima scelta era andata a un normale deragliatore per doppia stradale, un Ultegra. Acquistato però ben prima di avere il telaio (e tra l’altro all’epoca il telaio sarebbe dovuto essere un altro…) in casa, alla prova dei fatti si è rivelato impossibile o quasi da montare.

Qui potete leggere lo sbattimento per farlo funzionare; una volta appurato che andava bene, ho ugualmente consigliato l’acquisto di un deragliatore differente, qui c’era comunque da metterci spesso le mani e alla fine sulle bici si deve pedalare non tenerle ferme a regolarle.

L’immaginazione al potere

Cambio Ultegra a gabbia lunga, in modo da gestire senza difficoltà la cassetta a 10v scalata 12-30 (12-13-14-15-17-19-21-24-27-30).

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A comandare salita e discesa della catena provvedono i comandi flat Shimano Sl-r780.

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Per l’impianto frenante la scelta è andata alla soluzione meccanica: una coppia di Avid BB7, forse il miglior impianto meccanico sul mercato che, al prezzo di un tempo di rodaggio piuttosto alto, ripaga poi con prontezza di intervento, ottimi spazi di frenata e manutenzione quasi nulla, ogni tanto una regolata alla distanza delle pastiglie sfruttando i comodi pomelli rossi presenti sulla pinza.

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Improbabile che il proprietario si sarebbe accontentato di leve freno normali; infatti a comandare le pinze freno sono state arruolate due leve Paul Component ricavate dal pieno.

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Dopo tutta questa roba di chi poteva essere la serie sterzo? Appunto, una Chris King…

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Con tanto sfoggio appaiono quasi banali il reggisella con la sua Brooks B17 già usata su una altra bici (il bello delle Brooks, ti seguono…) e attacco e manubrio flat.

Thomson per reggisella (con offset zero) e attacco, Easton il manubrio.

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Ci sarebbe un altro accessorio griffato che però ho rimosso sia per uscire che per le foto: un portapacchi Tubus, ma non in titanio: grave Marco, molto grave…

Bene, questa la bici da ferma; la domanda è: tutta questa bella roba è solo un capriccio oppure su strada fa la differenza? La fa eccome, a iniziare dalle ruote.

Ma è meglio procedere con ordine.

Il percorso di prova è stato quasi interamente quello solito, ma stavolta ho eliminato una salita finale (ero abbastanza stanco) e l’ho portata in fuoristrada. Strade bianche e sentieri, le gomme installate sono prettamente stradali e sull’erba non avevo presa. In salita la trazione c’era anche perché la velocità è ridotta ma in discesa ogni volta era una scommessa, tanto che sono dovuto rimanere molte volte seduto per offrire trazione alla ruota posteriore caricandola, col risultato che tutti i colpi li ha assorbiti la mia schiena. Altra leggerezza è stata non aver montato un attacco manubrio più lungo per meglio adattarla alle mie caratteristiche ritrovandomi alla fine sempre un poco corto in sella, soprattutto alzandomi sui pedali.

I primi chilometri al solito sono stati in ambito urbano e su strade molto sconnesse. Pavè e buche non hanno mai rappresentato un problema, la maneggevolezza alle basse velocità è ottima e il manubrio dritto (che non mi piace ma in alcuni frangenti è più comodo, purtroppo devo riconoscerlo) garantisce giusta leva. Gli ostacoli diventano birilli intorno a cui giocare e i freni potenti ma facilmente modulabili (bloccano solo se si cerca questo)consentono di giostrarsi con disinvoltura ogni manovra viene in mente, compreso l’inutile e dispendioso per le gambe bloccaggio della posteriore per chiudere intorno a una curva a U o cambiare in un attimo direzione.

I rapporti non sono facilmente sfruttabili in questo tipo di percorso, perché la 48 è sovente eccessiva e la 34 troppo blanda ma questo conta fino a un certo, bici così raramente si acquistano complete preferendo solo il kit telaio e poi ognuno la assembla come preferisce.

Alla prima salita impegnativa ho messo la catena sul 34 e non ci ho provato nemmeno a usare la corona maggiore, sapevo avrei solo sprecato energie andando pure più piano. Meglio sfruttare la tanta agilità offerta dai pignoni e in ogni caso un rapporto più duro col manubrio dritto non so tirarlo, mi manca la possibilità di mettermi in assetto come piace a me. Mi aspettavo una risposta più blanda del telaio, un maggior assorbimento di potenza (potenza? Ok diciamo energia, senza quantificare…) nella trasmissione dalle gambe alla strada, un poco come la Tricross con cui ero uscito pochi giorni prima. Invece no.

Certo, non siamo a livelli di una stradale, anche una non proprio da corsa, qualcosina lo senti che lo perdi e te ne accorgi quando ti alzi sui pedali per riprendere il ritmo e il ritardo di risposta è evidente; ma siamo ben lontani dagli eccessi di altre mtb che ho usato (poche in verità, non sono le mie preferite…) e più vicini di quanto si pensi a una buona bici da strada. Il peso complessivo quando la strade sale si sente ma più di tutto si sente il peso delle ruote. Ottime per scorrevolezza, la coperture pesano tanto, troppo per i miei gusti ed è peso periferico, quello che più infastidisce. O almeno infastidisce me quando ci sono continue variazioni di pendenza e avverto quella sensazione da “cavolo, ma sto salendo col freno tirato?” ogni volta che la strada sale più decisa.

Arrivato in cima, non completamente soddisfatto perché seppure non uso ciclocomputer che ci ho messo tempo me ne sono reso conto, ho ben pensato di recuperare in discesa. Recuperare cosa? Nulla, non avevo un tempo limite da rispettare o una media da mantenere, però darsi questi piccoli obiettivi quando si pedala da soli aiuta 🙂

Chiuso l’antivento mi sono guardato la strada che scendeva: “Bene, gomme larghe e stradali, fondo asciutto, freni a disco, forcella rigida, passo lungo: io scendo a palla!”.

E a palla sono sceso, un divertimento incredibile. Si guida come una moto, l’avantreno non molla mai e col fatto che avevo pedali flat mi veniva naturale staccare il piede interno alla curva e distendere la gamba negli stretti tornanti, pronto a dare una zampata se la bici fosse scivolata. Un ultimo tornante tutto in pavè molto sconnesso e che era ancora umido me lo sono fatto bloccando la posteriore e lasciando scivolare la bici. Si, inutile lo so perché poi di fatto ero fermo o quasi in uscita di curva, ma ridevo e sorridevo ripensando a quando queste cose le facevo a dodici anni con la mia prima bici da corsa, una Bianchi con ruote da 24. Ma a parte questi rigurgiti di infantilismo, che sempre mi prendono quando sono in bici (e so essere ancora più infantile ma non vi dico come) se si guida puliti la bici scende a velocità in alcuni casi anche superiori a quelle di una bici da corsa, potendo contare sulla forza, anche psicologica, di gomme e freni che sai non ti molleranno e la ruota anteriore che segue la linea con precisione millimetrica. Ci mette un poco più di tempo a prendere velocità e a riprendere velocità in uscita di curva, ma le altre discese che ho fatto, con sede stradale più larga, ottima visibilità e poche curve strette mi hanno confermato che la discesa è proprio il suo terreno, almeno per la bici così come è configurata.

Ancora sorridente per la discesa ho iniziato la pianura ma con fondo buono e non il pavé dei primi venti chilometri affrontati. Il sorriso si è smorzato abbastanza rapidamente. Non delusione, questo no, la bici scivola bene e si tiene anche un discreto passo. Ma vuoi la sella troppo bassa per me (e non potevo alzarla oltre perché il reggisella era già al limite di sicurezza), vuoi il manubrio dritto e troppo vicino al busto che non mi consentiva di stendermi un poco, alla fine mi rendevo conto che la bici avrebbe potuto darmi di più se solo anche il ciclista fosse stato messo in condizioni di dare il suo. Non è colpa della bici né del ciclista, sono problemi che capitano perché non ho sempre la fortuna di avere per un test una bici che sia anche esattamente la mia taglia e qui, una taglia in meno di quanto sarebbe servito a me e un attacco manubrio troppo corto persino per il proprietario della bici, più di tanto non potevo. Quindi, pur con tutti i limiti dovuti a taglia e posizione, la sensazione ricavata è quella di una bici che richiede qualche giro di pedale in più per prendere velocità ma poi, una volta “a regime” scorre liscia e quasi senza sforzo, risentendo solo nei brevi strappi dove la variazione di velocità è repentina e riprendere costa sempre quel poco di fatica in più che ti risparmieresti volentieri. Sicuramente se avessi potuto almeno alzare la sella e stendere meglio la gamba lo avrei sofferto meno.

Il resto del percorso di prova mi sono reso conto perdeva di senso, sia perché non è una bici stradale e quindi era inutile andarmi a cercare strade per provare tutte quelle manovre (rilanci, passo, variazioni di ritmo ecc.) che mi aiutano a comprendere il carattere di una bici sportiva o comunque di impostazione sportiva e sia perché comunque l’assetto in sella penalizzava troppo ogni mia velleità più corsaiola. Meglio andarsi a cercare un poco di fuoristrada che ho trovato grazie alle indicazioni che mi hanno fornito alcuni ciclisti, indirizzandomi alle spalle di un laghetto vulcanico circondato da colline e sentieri.

Un fuoristrada che ho iniziato timoroso, perché mi ero dimenticato di attaccare una borsetta con una camera di scorta (capita…) e se foravo lì rimanevo, e perché le gomme stradali non è che mi davano tutta questa sicurezza. Aggiungiamo che la mia tecnica di guida in fuoristrada è abbastanza scarsa e quindi è lecito aspettarsi nulla di eccezionale. E invece pur con tutti i limiti di gomme e ciclista mi sono divertito, e pure tanto.

Quelli che avvertivo come handicap su strada sono spariti, la velocità e il passo hanno perso importanza, catena sempre sulla 34 pedalando tutto in agilità e avessi avuto il manubrio quei tre centimetri più lontano sarebbe stato perfetto. Non ho usato percorsi da Mtb “puri”, ma comunque sentieri e canali li ho presi a passo allegro e mai una sbavatura, la bici viaggiava in traiettoria e sotto di me non dico che era come scorresse l’asfalto ma poco ci mancava. Lo scollinamento, con un tratto finale in forte pendenza e dal fondo scivoloso, mi ha messo in crisi perché a causa della troppa compattezza alzarmi sui pedali era difficile. E dopo lo scollinamento davanti a me si è aperto un ampio sentiero battuto, poche pietre e ottima visibilità.

Richiuso l’antivento mi sono guardato la strada che scendeva: “Bene, gomme larghe e stradali, fondo scivoloso, freni a disco, forcella rigida, passo lungo: io non scendo a palla!”.

Invece poi a palla ci sono sceso, vinta la paura inziale e sfruttando il fatto che fossi praticamente da solo e con visibilità quasi all’orizzonte, quindi a meno che non saltava fuori un coniglio all’improvviso il pericolo di ostacoli imprevisti era scongiurato. E mi sono divertito, oh si che mi sono divertito. Ne ho pagato il prezzo il giorno dopo perché ho caricato troppo il peso sulla sella per conservare trazione e la schiena non ha gradito ma è stato uno spasso. Due gomme tassellate e una forcella ammortizzata e questa bici (in mani migliori delle mie) può tenersi dietro tante Mtb più specialistiche. Non so per quale motivo non mi è passato per la mente di scattare qualche foto almeno con il telefono, visto che la macchina fotografica era rimasta vicino al borsino sottosella con la camera di scorta, sistema usato perché così, ho pensato “non c’è pericolo me la dimentico, devo prendere la borsina e prendo anche la macchina”. Vabbè.

Ritornato al livello del mare o quasi ho iniziato ad avvertire la stanchezza e, anche usando scorciatoie varie, sapevo che almeno altri quaranta chilometri da fare li avrei avuti. Orientandomi praticamente col sole perché tra una pedalata e l’altra non mi sono preso riferimenti e alla fine della discesa non avevo la più pallida idea di fossi ho appurato che più o meno casa mia era andando “di là” e ho ritrovato l’asfalto.

Ultimi chilometri percorsi ad andatura blanda, ho preferito perdermi nei miei pensieri e metabolizzare quello che questa bici mi aveva dato e che poi avrei cercato di trasmettere a voi. Sensazioni difficili da decifrare, ho detto che questo non è il mio mondo e questa bici non è esattamente una che prenderei. E poi quanto delle sensazioni negative o dei limiti avvertiti erano colpa della bici, quanto del ciclista poco preparato alla Mtb e quanto di un assetto troppo raccolto? Ma soprattutto, col senno di poi, è stato saggio stradalizzarla così, con ruote e trasmissione più adatte a una turistica-sportiva?

E qui le considerazioni tecniche perdono valore. Perché se guardiamo all’utilizzo che della bici ne fa il suo proprietario allora posso dire che il progetto è perfettamente centrato. Forse sarebbe il caso di cambiare la guarnitura con qualcosa di un poco più agile, visto che i percorsi urbani sono la maggior parte dei chilometri percorsi da questa bici.

Se guardiamo a come vado io bici allora ci sarebbe tanto da cambiare, a iniziare dal manubrio, oltre al fatto che dovrei avere il telaio una taglia in più. Ma siccome la bici non è mia, conta nulla.

Spogliandola da tutta la componentistica resta tra le mani un telaio davvero poliedrico, che consente di allestire la bici che più ti pare. Con pochi limiti in uso stradale e turistico, relativi al peso non proprio da sportiva e la capacità di carico più limitata; e con limiti nel fuoristrada, dove in quello più spinto (suppongo, come ho detto non ho capacità per affrontarlo) sempre il peso potrebbe tarparla più di quanto merita e la forcella rigida andrebbe sostituita con una buona ammortizzata.

Però alla fine non avrebbe senso volerla estremizzare, forse il suo maggior pregio è proprio la capacità di adattarsi ai gusti e alle esigenze del proprietario, destinata col tempo ad accompagnarlo ovunque.

Non è una bici scacciapensieri come ho definito la Tricross, almeno non lo è con il montaggio scelto. Ma è un telaio che offre molte possibili interpretazioni e quella secondo me più congeniale è una turistica-avventurosa, poco bagaglio o, meglio, bike-packing, rapporti agili per andare ovunque e, soprattutto, una piega da corsa…

Solita carrellata finale di immagini.

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • Ciao Fabio.
    Come ho già detto aspettavo da tempo la pubblicazione di questa bicicletta completa. In quando amatore delle ruote grasse e assiduo lettore del blog, ci tenevo a vederla completa e corredata di tuo test.
    Con tutto il dovuto rispetto per il proprietario (non me ne voglia, non voglio offendere nessuno) la bici così allestita mi ha un poco deluso.
    Tralasciando l’estrema bontà costruttiva dei componenti scelti, mi sarei potuto aspettare una mtb montata con ruote stradali o leggermente scolpite, piega da corsa a mò di una robustissima ciclocross oppure un montaggio classico da mtb con pneumatici da mtb e ruote adatte allo scopo.
    Insomma…
    Citandoti se mi permetti, non trovo una gran sinfonia se devo dirla tutta; Non so se ci andrei su strada, ma nemmeno fuoristrada…
    Quando usavo la mtb su percorsi asfaltati, dopo un po mi sono reso conto che una full-suspended pedalata su bitume mi dava sensazioni strane. Non capivo bene il perché. Le sospensioni le bloccavo, si ma…
    Ho comprato una bici da strada e poi ho capito.
    Hai detto di esserti lanciato a bomba da un tratto in discesa ed esserti divertito pur sentendoti leggermente in crisi: probabilmente hai avuto la mia stessa sensazione, però cavoli! Questa è una MTB! Non dovresti sentirti in crisi in una tale situazione, dovresti solo divertirti (ma com’è che ti diverti così tanto fuori strada, ultimamente… 😉
    Spinta a tutta birra su asfalto invece (proprio come la mia mtb) e alla faccia dei mozzi MADE IN HEAVEN fa quel che può. Si sposta. E credimi, non è solo questione di taglia.
    Chiaramente in discesa darà la sicurezza di “una moto”. Proprio come tutte le mtb…
    Concludo, se la Specialized Tricross può essere una bici “scacciapensieri”, per me questa Surly potrebbe essere una “MTB Scacciapensieri”; Sali, pedali fregandotene di pressioni focelle, ammo, rebound e balle varie, vai dove vuoi, arrivi, rutti, ti siedi sul masso, mangi una banana e pensi che per oggi va bene così.
    Questo è il mio pensiero, dall’alto del mio modesto e comunque personalissimo parere, che va a farsi benedire quando si parla di una bici custom che non sia la mia.

    Daniele

    PS. Non sono un mago della scrittura ma spero di non essere stato offensivo o sfrontato sopratutto nei riguardi del proprietario della bicicletta. Ho pesato al mio meglio le parole per cercare di esprimermi in un commento personale, senza l’intenzione di insegnare niente a nessuno. In caso contrario, chiedo scusa e se lo ritieni necessario cancella pure il commento.

    • Ciao Daniele, non preoccuparti; hai fatto bene a esprimere il tuo pensiero e non vedo perché dovrei cancellarlo. Il blog è mio e ci scrivo quello che penso io, ma non sono uno che applica censura, ho eliminato anche l’opzione della preventiva approvazione dei commenti e gli unici che richiedono (opzione non eliminabile) il mio benestare sono quelli che contengono link esterni perché il sistema li vede come possibile spam. E poi non hai detto nulla di male, quindi mi sembra un eccesso di attenzione, di cui ti sono grato per carità, ma tutto sommato inutile.

      Credimi se ti dico che ci sono persone che snobbano la mia Elessar trovandole mille difetti. E’ normale, ognuno di noi ha una sua visione del ciclismo, l’importante è che ognuno di noi trovi la sua bici. C’è stato un tizio che davanti a tanto splendore (perché per me Elessar è splendida, ovvio) tutto quello che ha saputo dire era che mancava l’attacco per il cavalletto, bici inutile. Capita.

      L’ho scritto nel test, io avrei fatto tutt’altro con questo telaio se fosse stata mia; ma non è mia, il suo proprietario ha esigenze del tutto diverse e con questo allestimento le ha centrate in pieno, forse solo la dentatura delle corone sarebbe da rivedere ma, trattandosi di rapporti, sono troppo influenzati dalle gambe del momento.
      E’ una bici che ha visto il fuoristrada una sola volta in vita sua, con me e si, mi sono divertito ma perché ogni tanto cambiare è divertente; ma mi è bastato e la prossima volta metterò le ruote fuori dall’asfalto solo per provare la caadx. Avrebbe avuto senso allora montarla da Mtb se in fuoristrada non ci andrà mai? No.
      E allora perché Marco ha scelto un telaio da Mtb se in fuoristrada non la usa? Perché gli piaceva, il progetto iniziale prevedeva un telaio stradale, non ricordo nemmeno più quale. Poi vide questo, gli piacque, lo voleva e lo prese.
      Sono convinto che così allestito sia difficile se non impossibile mettere in luce tutte le qualità di questo telaio e sia invece troppo semplice avvertirne i limiti; affrontando la questione in modo oggettivo. Ma di oggettivo su una bici c’è poco, è passione e istinto, se questa bici così com’è piace al suo proprietario tutto il resto passa in secondo piano. Una volta accertato che quello per cui è stata pensata dal proprietario lo riesce a fare al meglio posso dire che però io avrei fatto questo o quest’altro ma a che pro?
      Il mio compito, chiamiamolo così, è cercare di tradurre in una bici quello che il suo futuro compagno cerca, ma le scelte non sono mai mie, non sarebbe giusto. Lo hai potuto saggiare tu stesso con la tua bici, non mi hai mai sentito dire “prendi questo!” ma, dopo che mi hai spiegato più o meno cosa cercavi ti ho consigliato una rosa di componenti che rispondono alle tue esigenze: quale mettere però alla fine lo hai scelto tu, io ho solo confermato la fattibilità tecnica. E come con te l’ho fatto con tanti altri che questo blog lo leggono e mi contattano per chiedere consiglio. In tanti casi avrei fatto scelte diverse, però l’importante per me è che alla fine mi arriva la mail con un “Fabio, la bici l’ho completata, è esattamente come la volevo”. Ecco, quando mi arriva questo messaggio vuol dire che ho “lavorato” bene e sono soddisfatto. Io aiuto a districarsi tra le mille opzioni presenti sul mercato, molte spesso sconosciute, e sulla compatibilità tecnica; una volta scoperto che esiste questo o quello la scelta finale è sempre vostra ed è giusto sia così. Non sopporto i venditori che ti dicono quello che ti serve ragionando per rigidi schemi, sarebbe un controsenso se poi lo facessi io.
      L’ho fatto solo una volta, pochi giorni fa, quando ho cestinato il progetto Straggler perché mia figlia ha detto che la vuole si, ma senza piega da corsa. E no, la bici la pago io, una Straggler a manubrio dritto non la monto… 😮

      Fabio

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