La grande festa del Giro d’Italia 2013

Chiunque, anche se non appassionato di ciclismo sportivo, ha sfogliato un quotidiano o seguito un telegiornale, saprà che il Giro d’Italia 2013 è partito ieri, quattro maggio, da Napoli: ossia la mia città, col circuito posto a un paio chilometri da casa mia.

Venerdì e sabato sono stati quindi per me due giorni bellissimi, totalmente immerso nella grande festa del giro.

 

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Si lo so, conosco già le critiche a un giro che è troppo pieno di sponsor e veicoli pubblicitari, con una carovana lunghissima che reclamizza prodotti che nulla hanno a che vedere col ciclismo ecc.

Non mi interessa.

Poter passeggiare tra le bici ufficiali, tra i mezzi dell’assistenza all’opera, vedere dal vivo i ciclisti durante la sfilata di presentazione e poi in gara mi ripaga ampiamente dalla musica assordante per propinarmi il tonno in scatola o il the estivo o quello che c’era.

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Una nota polemica mi verrebbe da scriverla su come l’amministrazione comunale abbia lavorato, ossia male, come sempre. Non è possibile che a poche ore dal via di un evento programmato da un anno, ancora ci fossero lungo il circuito di gara operai che cercavano di riempire alla buona le innumerevoli buche del percorso o tratti totalmente privi di asfalto. Ma mi fermo qui, perché non voglio che questi pensieri mi rovinino le bellissime emozioni che ho vissuto in questi due giorni.

Sono “nato ciclisticamente” sulla bici da corsa, la prima l’ho avuta a 12 anni e quindi potete capire che il mio amore per il ciclismo sportivo è di lunga data.

Assistere dal vivo a uno spettacolo bellissimo come il Giro d’Italia mi fa quindi passare sopra a tutte le critiche negative.

Seguo le classiche e i grandi giri in televisione, è raro mi perda qualche gara o tappa.

Esserci “dentro” è tutta una altra cosa. Puoi leggere un romanzo coinvolgente, farti rapire dalla magia fantastica di un film appassionante, ascoltare un brano musicale che ti battere il cuore, ma sarai sempre solo uno spettatore.

Al Giro no, anche se assisti e basta, sei “dentro” la gara, la vivi anche tu insieme agli atleti perché il pubblico del Giro (come quello del Tour) è parte integrante dello spettacolo. Se non ci fossero le migliaia di persone assiepate a bordo strada pronte ad incitare chiunque passi, senza distinzione di squadra o nazionalità, perché non conta la maglia ma solo il cuore che pompa forte al suo interno, e di quello tutti noi abbiamo rispetto, il Giro non sarebbe quello che è.

E allora ti ritrovi a condividere il tuo spazietto con ciclisti vestiti di tutto punto e la loro fida specialissima affianco ma anche con ragazzi, famigliole, coppie di pensionati intente nella loro passeggiata e che scoprono solo in quel momento che c’è il Giro, che nulla sanno di ciclismo, magari una bici nemmeno la posseggono ma restano ugualmente rapiti da quel gruppo multicolore che ti sfreccia davanti agli occhi.

E dopo averli applauditi, incitati e salutati in ogni modo possibile si girano verso di te e ti chiedono tranquilli “Scusa, ma quello in testa chi è? E’ italiano?”. Bellissimo.

Per noi, che invece in bici ci andiamo, vederli passare sulle “nostre” strade, quelle strade che abbiamo percorso migliaia di volte è una emozione ancora più grande.

Qui sotto un cambio bici al volo per il capitano Cadel Evans.

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Cerchiamo di cogliere al volo una immagine del rapporto inserito per capire come vanno, ammiriamo la loro concentrazione, tesi alla gara e a null’altro, ci riempiamo gli occhi di biciclette stupende, vediamo sfrecciare le ammiraglie pronte a intervenire in pochissimi secondi per risolvere un problema tecnico, osserviamo le facce stanche dei meccanici che sappiamo hanno lavorato anche tutta la notte se necessario ma, soprattutto, abbiamo a pochi metri da noi quei ragazzi che abbiamo imparato a conoscere in tante gare, che ci hanno commosso ed entusiasmato con le loro imprese e di cui conosciamo tutto, come fossero vecchi amici.

E conosciamo la loro fatica, perché è anche la nostra. Lo sappiamo, vanno più veloci, ma come noi soffrono sui pedali, non si arrendono alla fatica, la cima deve essere conquistata, il traguardo tagliato per primi; loro a medie per noi improponibili, noi a frullare con rapporti al limite dell’equilibrio, ma la sofferenza è la stessa. E quella sofferenza ci accomuna, elimina ogni distinzione di età, passaporto, squadra, ci fa stare in sella insieme a loro, battere le mani quando passano, esultare con loro per la vittoria.

Poco importa se a vincere non è il nostro beniamino. Noi amiamo il ciclismo, amiamo i suoi eroi: perché quando li vediamo, anche noi ci sentiamo un poco eroi.

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • clau

    Caro amico questa volta dissento.
    Per dirla con le tue bici hai raccontato in modo molto “Rose” e poco o nulla “Elessar”.
    Io, in sella con “questi”, non mi ci sento proprio.
    Ciao, Claudio.

  • Ciao Claudio, in fin dei conti non è questione di dissentire o essere d’accordo con me; sono due modi di vivere la bici e la passione per il ciclismo e sai che mi sono entrambi cari. Il venerdì pomeriggio e il sabato sono stati dedicati al Giro, ma il venerdì mattina l’ho passato a chiacchierare con Juliana Buhiring, prima donna ad aver effettuato il giro del mondo in solitaria. Come ho sempre detto, nessun modo di vivere il ciclismo è migliore di un altro, solo le diverse sfaccettature dello stesso diamante.
    Fabio

    • clau

      In proiezione sociale la vedo diversamente. Il ciclismo moderno è una baracconata piena di falsità che rispecchia tutte le incoerenze dell’uomo e di questa società. Vi affannate a tifare un eroe che domani sarà squalificato. Bisognerebbe rileggere le pagine epiche su Armstrong scritte da gli stessi giornalisti che oggi lo demonizzano.

      Finché noi, come pubblico, diamo credito a questa carnevalata si andrà avanti nella rappresentazione. Quando sento tutta la sfilza di valori positivi (dedizione, sacrificio, abnegazione, costanza…..) attribuiti all’ambiente (e alla maggioranza dei contesti sportivi “a reddito”) mi sovrasta l’istinto di fuga. Negli ultimi anni si è aggiunta anche tutta la crescente piaga delle scommesse a tutti i livelli.

      Detto questo penso che ci sia un modo migliore di vivere il ciclismo, almeno per me.

      Meglio un buon libro ed un giro con Elessar.

      Pace, Claudio.

  • Ci sono valori in cui crediamo e valori in cui vogliamo credere; anche se, in fondo al cuore, conserviamo la consapevolezza di una finzione.
    Il ciclismo pulito è uno di questi. Anche se la ragione, e i miei ricordi personali (lasciai le gare quando fui messo davanti all’alternativa tra il doparmi o essere messo fuori squadra) mi dicono il contrario, io voglio crederci.
    Atteggiamento puerile? Sicuramente. Ma dopo che ci hanno provato prima mia madre, poi mia moglie e adesso mia figlia a farmi crescere, con scarsi risultati da parte di tutti, io continuo a voler credere in un mondo fantastico, dove il gesto dell’atleta è frutto solamente della sua disciplina, dei suoi sacrifici, della sua volontà.
    Ho visto progressioni in salita strepitose, che mi hanno esaltato. Eppure una vocina in fondo al cuore mi diceva “speriamo non salti fuori che è dopato”. Ma io la ricacciavo indietro.
    L’ho scritto subito che conosco bene tutte le critiche al Giro, che sono quelle che poi muovi tu. Le condivido, ma non interessano.
    Non perché non siano importanti o le sottovaluti, ma perché non ho voluto che rovinassero quello che per me, da oltre 30 anni, rappresenta un evento sportivo che amo.
    Ho provato fastidio davanti la lunga carovana pubblicitaria, molto fastidio nel vedere la gara prona alle esigenze di televisione e sponsor, addirittura rabbia davanti all’ipocrisia delle dichiarazioni di stampa e corridori sulla bellezza del percorso, quando davanti ai miei occhi regnava lo sfacelo.
    Allora ho anestetizzato tutte queste brutte sensazioni, lasciandomi trasportare solo dalle emozioni positive.
    E per me è stato bellissimo assistere al lavoro preciso dei meccanici che preparavano le bici, ammirare le biciclette dei diversi team godendomi i dettagli tecnici, essere per strada in mezzo ai corridori, alle ammiraglie, le staffette, le macchine della giuria.
    Ti confesso Claudio che inizialmente avevo programmato di essere alla tappa solo il venerdì pomeriggio per la presentazione delle squadre e il sabato mattina a curiosare, ma di assistere alla gara da casa, in televisione. Proprio per quella vocina continua che mi ricordava la finzione.
    Sono partiti, riprese dall’alto, ho visto le mie strade, sapevo che erano tutti lì, a due chilometri da casa mia: ho zittito la vocina, inforcato la bici e fiondato sul circuito di gara.
    Anche un romanzo è una finzione, eppure ce lo godiamo lo stesso, comodamente in poltrona.
    E se vogliamo dire che pure il Giro è una finzione, almeno nelle pagine del suo libro ci abbiamo camminato anche noi.

    • clau

      Sempre cristallino. Chapeau!

      se non ti ha convinto tua moglie, che verosimilmente ha molti più argomenti di me, vuol dire che va bene così……

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