(In)sicurezza stradale

Sono “cresciuto giornalisticamente” occupandomi di sicurezza stradale, molti anni fa mi impuntai col mio Direttore per smetterla col buonismo e il richiamo alla fatalità impostando in modo crudo e duro, al limite del cinismo (anzi, il Direttore mi definì cinico ma mi diede l’ok) il tema della sicurezza stradale. Ogni decesso, ogni invalidità permanente, ogni ferita ha un costo per lo Stato: investire in sicurezza significa risparmiare decine di miliardi, in lire perché quella era la valuta quando lo teorizzai. Non fu un calcolo semplice il mio, richiese mesi di studio, confronto, interviste a esperti eppure alla fine non mi allontanai troppo dalla verità con le mie stime. Altri dopo di me ripresero il concetto, ampliandone la portata grazie a centri studi generosamente strutturati. Qualche scribacchino con poca fantasia preferì copiare direttamente e pubblicare a suo nome, ma capitava (e capita) spesso. Non me la presi, più gente leggeva quelle argomentazioni meglio era. Come con l’omicidio stradale, adesso è legge ma quando oltre venti anni fa ne elaborai la prima costruzione teorica mi fissavano strano. Poi una persona ben più intraprendente di me mi chiese copia dei miei studi, inziò a collaborare con una associazione, molte pubbliche relazioni e il resto è cronaca di questi giorni. Anche qui nessun rammarico da parte mia, appuntarmi medaglie non mi è mai interessato.

Andiamo alle statistiche, quello che ho scritto sopra mi serve a far capire che è una argomento che conosco da anni.

Nel 2014 (presto per i dati definitivi 2015) secondo l’Istat abbiamo avuto oltre 174.000 incidenti stradali con lesioni alle persone, non calcoliamo quelli con soli danni alle cose.

Il numero di decessi entro il 30esimo giorno dal sinistro è stato di 3300 vittime, i feriti più di 250.000. Nel tempo che impiego a scrivere questo articolo almeno un persona morirà sulla strada e una 60ina saranno i feriti, più o meno gravi. E solo perché scrivo veloce.

Quando iniziai a occuparmi di sicurezza stradale i dati in Italia erano ben più apocalittici, superammo i 6.000 decessi in un anno. Nel frattempo li abbiamo dimezzati, ma restano cifre da far tremare le vene ai polsi. L’episodio di storia più recente che ha cambiato il nostro modo vivere degli ultimi anni ha causato poco più di 2700 vittime (sfiorando le 3000 calcolando i decessi successivi) e mi riferisco all’attentato alle Torri Gemelle. Ogni anno sulle strade abbiamo il nostro 11 settembre.

Riflettiamo: senza scomodare la teoria del mondo piccolo e dei sei gradi di separazione, sono certo che ognuno di voi che sta leggendo queste note conosce o ha conosciuto qualcuno vittima di un incidente stradale. Come in guerra, quando ogni famiglia piangeva un congiunto o amico.

I numeri. Scorrendo le statistiche apprendiamo che, sempre nel 2014, abbiamo avuto 1491 decessi tra conducenti e passeggeri di autovetture, 704 tra i motociclisti, 578 tra i pedoni, 273 tra i ciclisti, 159 tra gli occupanti di mezzi pesanti, 112 tra i ciclomotoristi e 64 vittime sono ascritte a una generica altra categoria. La deduzione che subito balza alla mente è che in auto si muore di più. Vero se guardiamo al semplice dato numerico, meno vero se valutiamo un altro parametro ossia l’indice di mortalità: i decessi registrati ogni cento incidenti.

Scopriamo così che gli automobilisti hanno un indice di mortalità pari a 0,67, i pedoni ben 2,75, i motociclisti 1,69 e i ciclisti poco meno con 1,41.

I numeri da soli offrono un quadro ma non spiegano tutto: dobbiamo contestualizzarli. L’indice di mortalità tra gli automobilisti è sceso negli anni, però il 2014, anno che sto prendendo a riferimento, ne ha visto un lieve innalzamento. Comportamenti virtuosi? Anche, ma soprattutto un progresso enorme in tema di sicurezza passiva. Obbligo di cinture, Air bag sempre più presenti, tecniche costruttive, dispositivi per il controllo della trazione, impianti di illuminazione e ogni possibile aggeggio tecnologico le case hanno potuto introdurre ha ridotto i danni per gli occupanti delle autovetture.

Altra valutazione: il maggior numero degli incidenti stradali che vede coinvolte autovetture avviene su autostrade e strade extraurbane a scorrimento veloce, oltre il 70%. Arterie precluse a pedoni, ciclisti e ciclomotoristi.

Quindi, e qui statistiche non ce ne sono o sono dati a cui non ho accesso al momento (una volta si, me li procuravo) i 100 incidenti presi a parametro per calcolare l’indice di mortalità assumono ben altra valenza. Perché se guardiamo al numero degli incidenti che vede vittime pedoni e ciclisti scopriamo che per loro è troppo spesso mortale. Ma oltre al solo indice di mortalità dobbiamo comprendere che abbiamo meno incidenti in assoluto rispetto alle sole auto che li vedono coinvolti e questo rende il quadro ancor più drammatico, soprattutto perché è tra ciclisti e pedoni che si registra il maggior numero di feriti. Meno incidenti, un maggior numero di decessi e feriti in proporzione.

Il tempo in cui mi industriavo a proporre soluzioni, tecniche e normative, è passato; e questo blog pur nella sua ondivaga linea editoriale non prevede me ne occupi. In questo fine settimana pasquale le cronache ci hanno informato del decesso di due ciclisti. Che, e da giornalista ligio a rinnovare ogni anno la sua quota associativa lo comprendo ma un poco mi vergogno, hanno fatto notizia solo perché in un caso è stata la prima applicazione del nuovo reato di omicidio stradale, primato durato ben poco; in un altro la vittima è un giovane professionista del ciclismo, travolto da una moto al seguito della gara.

Un incidente aereo o ferroviario desta clamore perché, purtroppo, il numero di vittime è sempre elevato. Ma se pensiamo a quanti aerei stanno solcando i cieli o treni scorrono lungo infiniti binari in questo momento, scopriamo che sono i veicoli più sicuri. Da qui al tramonto di domani un ciclista troverà il suo destino sulla strada, tanti altri resteranno feriti e non faranno notizia. E se non fai notizia è come se non fosse mai successo.

Invece accade, troppo spesso nel silenzio ma accade.

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Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • aggiungo una mi piccola riflessione al tuo articolo: di fatto i pedoni ed i ciclisti, benché utenti della strada o in sua prossimità, sono esclusivamente vittime del traffico motorizzato ma non causano a loro volta quasi mai vittime. I decessi ed i ferimenti sono esclusivamente a carico del traffico motorizzato e tanto più si andrà avanti nella direzione della sicurezza passiva su veicoli motorizzati tanto più il divario tra decessi nelle fasce “deboli” e decessi e ferimenti nei veicoli motorizzati aumenterà. Occorre trovare delle soluzioni a questo problema individuando percorsi sicuri per gli utenti deboli della strada, possibilmente creando per loro vie di comunicazione indipendenti e a traffico limitato e moderato (ztl, zone 30, ciclo-vie lontane dalle strade percorse dai veicoli motorizzati etc.)

  • Andrea

    Certo che anche l’omicidio stradale…ok sì però…interviene ex post, quando ormai è troppo tardi, e prima? Recentemente si è diffuso un astio verso i ciclisti che ha dell’assurdo. A volte anche la nostra categoria ci mette del suo, per carità, io non difendo l’indifendibile (ma con ciò non giustifico alcun atteggiamento violento o prevaricatore), ma troppo spesso chi si mette alla guida è pilotato da un assurdo senso di rivalsa. E allora cosa si dovrebbe fare? Controlli, controlli, controlli. Altrimenti come li limitiamo tutti i comportamenti estremamente pericolosi che ogni ciclista vede purtroppo quotidianamente? Mi riferisco a: sorpassi in prossimità di curve cieche; sorpassi effettuati con troppo poco spazio dai ciclisti sorpassati, tra l’altro senza capire che non puoi passare un ciclista in un tratto di strada distrutto come lo sorpasseresti in un tratto in ottime condizioni, devi lasciargli lo spazio per non farlo finire in qualche cratere e magari cadere; affiancamenti nelle rotatorie per svoltare a destra e chiudendo all’interno il malcapitato.
    Come scrive danant49 servono vie di comunicazione dedicate, ma le piste ciclabili, così come sono concepite, realizzate e manutenute nella maggior parte dei casi, non vanno assolutamente bene, sfido chiunque ad affrontarle con una bici da strada. Io stesso, ai 20 all’ora, mi sono trovato un’auto uscita troppo velocemente da un passo carraio, mi sono attaccato ai freni, ma ho inchiodato subito dato che il fondo era pieno di brecciolino. Fortunatamente l’ho schivata all’ultimo.

    • Elessarbicycle

      Hai ragione Andrea, la sicurezza stradale richiede prevenzione, infrastrutture e sanzioni adeguate per chi trasgredisce. Funziona solo se abbiamo tutti e tre gli elementi a lavorare in sinergia, non uno solo: ma i primi due sono i più importanti. In Europa e grazie all’Europa (che non è il covo di oscuri burocrati che qualcuno urla a ogni campagna elettorale) si è fatto moltissimo sui primi due aspetti ottenendo risultati più che ottimi. Noi al solito inseguiamo, partendo dalla modifica più semplice, quella normativa. Ma era un passo importante da fare in un Paese dove chi uccide alla guida non si faceva nemmeno un giorno di galera. Anche ora in realtà, le pene maggiori scattano solo in presenza di talune circostanze, ma è un passo dopo anni di immobilità.
      Sono fiducioso come non lo ero quando mi occupavo “a tempo pieno” di questi temi perché, al di là di modifiche normative che solo il tempo ci dirà della loro efficacia, vedo un cambio di mentalità. I temi della mobilità sostenibile sono ormai sentire comune così come la necessità di uscire dalla visione “autocentrica” che ha dominato per decenni. In Italia siamo ancora fermi alla semina e chissà se qualcosa germoglierà, ma almeno qualcosa si semina, prima il deserto e basta.

      Fabio

      • Andrea

        Sì, hai ragione. Ho letto che l’arresto scatta anche in altri casi, tipo sorpasso con linea continua, inversioni vietate, ecc. Si dice che impareremmo se fossimo educati anziché vessati, però finora l’unico metodo funzionante per farci rallentare mi pare siano stati i “repressivi” velox, anche le campagne di sicurezza stradale non so quanto abbiano funzionato. Spesso mi chiedo perché non ci sia nessun pilota italiano in F1 visti tutti i fenomeni che quotidianamente si possono “ammirare”.
        Speriamo bene, buona serata.

        • Elessarbicycle

          Ciao Andrea, la repressione da sola non hai mai risolto nulla; ma è anche vero che la paura di una sanzione reale e “decisa” scoraggia dai comportamenti illeciti. Tradotto: prima se ti andava male beccavi due anni con la condizionale, ergo nemmeno un giorno di galera. Ora, se l’incidente avviene a causa di talune circostanze, in galera ci vai e per qualche anno. Non è risolutivo ma è un passo avanti.
          Siamo indietro rispetto ad altre Nazione europee, loro hanno affrontato il problema in modo globale lavorando su più fronti; ma negli ultimi buoni risultati ci sono stati più qui. Non abbiamo ancora dimezzato i decessi da quando una risoluzione UE impegnava i Paesi membri in tal senso, ma ci stiamo avvicinando.
          Ogni singola misura presa da sola serve a poco, ma se ognuna è invece il tassello di un puzzle i risultati arrivano. Non immediati, ma arrivano, l’ho visto in tanti anni che ne ho scritto e confrontando ciò che avviene nel resto del mondo.

          Fabio

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