Il peso del giudizio

Gli articoli sull’officina in casa stanno dando al blog una linea editoriale troppo tecnica. Per compensare, torno a scrivere qualcuna delle mie sciocchezze finto filosofiche.

Lo spunto me lo fornisce una email ricevuta da un ciclista, anche lui con un telaio Vetta e una simpaticissima bike friday che si è imbattuto nel mio blog per caso. Tra le varie cose, una frase mi ha colpito e la riporto: “…è la prima volta che trovo qualcuno in Italia che abbia i miei gusti in fatto di bici, in genere o sei un carbonio dipendente o sei considerato con sufficienza, se poi metti i parafanghi o una borsa ti guardano con commiserazione”. Una considerazione, questa, che avrei sottoscritto in pieno fino a qualche mese fa. Adesso, grazie anche a questo blog e ai messaggi privati che ricevo, vedo che una diversa cultura ciclistica in Italia c’è. Sono fiducioso, ma la strada è ancora lunga.

Infatti, tra le varie domande che mi rivolgono su Elessar, oltre le solite “Quanto costa?” e “Dove l’hai comprata?” che mi seccano ma fino a un certo punto, perché rispondendo posso fare la ruota come un pavone buttando lì con nonchalance frasi del tipo “E’ un mio progetto, non è in vendita, l’ho fatta io, non ne esiste una altra uguale” e così via gonfiando il petto, una in particolare mi indispone “Quanto pesa?”.

Giudicare è un peso che non ho mai voluto addossarmi, giudicare una bici come Elessar per il peso lo trovo stupido.

Sia chiaro; sapete che ho anche la bici da corsa in carbonio e che, come ho scritto, il peso su quella lo curo. Perché la bici da corsa è un modo diverso di pedalare, dove conta la prestazione e ben venga ogni accorgimento ti aiuta a ottenerla.

Ma una bici progettata, voluta e costruita per il puro piacere di stare sui pedali, puoi mai ridurla a cancello solo perché ha un peso a due cifre?

2664 bilancia

Significa avere una visione monocolore del ciclismo, del vivere la bicicletta. Posso capire chi vede la piega da corsa e pensa sia una bici da corsa, un poco strana per via di parafanghi e portapacchi; oppure quello che la definisce una city bike con la piega da corsa, sempre per via dei parafanghi e portapacchi. Sanno che una bici ha due ruote e questo è il massimo della loro conoscenza, quindi lascio correre.

Ma chi ti dice che in bici ci va da anni, che ha fatto questo e quest’altro, inizia a straparlare di gruppi e ruote, poi compie il gesto che più odio, ossia sollevare la mia bici per saggiarne il peso (in genere quando sono distante, se sono vicino non consento che qualcuno la tocchi) e storce la bocca con un “Ma è pesante”, ecco, quelli così mi fanno cadere le braccia.

Che gli spieghi a fare che la bici è stata pensata per resistere alle sollecitazioni e quindi ho preferito un determinato acciaio con pareti di un certo spessore, che quei parafanghi non sono in plastica ma anch’essi in acciaio e così discorrendo, quando per uno così acciaio è solo sinonimo del lavello della cucina?

Sono tanti, troppi quelli così. Con mio disappunto, anche tra i frequentatori della microfficina, seppure da me seguiti poco e invogliati ancor meno a tornare.

Però, per fortuna, come scrivevo all’inizio, ricevo sempre più conferme che un modo diverso di vivere la bici c’è, molto simile al mio, scevro da pregiudizi, non ingabbiato in sterili categorie, che non giudica ma crede solo che ognuno debba essere libero di pedalare come crede e come più gli piace. Esistono biciclette che a me non piacciono, altre che trovo una vera e propria truffa della case costruttrici che ti vendono a prezzi esorbitanti bici mal equipaggiate con la scusa del marchio sull’obliquo, ma quando alla fine qualcuno le compra lo stesso, anche se l’ho sconsigliato fino all’ultimo minuto, il mio augurio è sempre “Pedala felice”. Anche sa ha un peso a due cifre.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

COMMENTS

  • clau

    I parafanghi li ho messi con la certezza che più nessuno tutinato mi affianchi ed attacchi bottone.
    Se pedali una bici in acciaio con parafanghi e portapacchi non esisti più.
    Poco male la trasparenza è la mia massima ambizione.

    • Vero, ma lo snobismo è reciproco. Me ne accorgo, io che sono a cavallo dei due mondi, quando esco con le diverse bici. In sella ci sono sempre io, ma se cavalco Elessar il tutinato mi guarda (se mi guarda) dall’alto in basso; se sono sulla Rose il turista (o pseudo turista) ha lo stesso sguardo di commiserazione. Mi chiedo sovente se si rendono conto di essere uguali nella loro ottusità.
      Ovviamente so che non è il tuo caso Claudio, conosco la tua intelligenza.
      Per fortuna c’è una terza categoria, fatta di persone che se ne sbattono ampiamente di che bici hai sotto il sedere e si divertono a pedalare; la mia preferita.
      Fabio

  • Claudio vitrani

    Io uso la bici per andare al lavoro, e scelgo tra la city con parafanghi quando e’ bagnato o una da corsa anni 70 con manubrio da mountain bike per ovvi motivi di postura nel traffico,quando e’ asciutto…la bici da corsa alla domenica,ma con telaio in alluminio non potendo permettermi il carbonio. Penso che sia nelle gambe e non nel peso della bici il divertimento!

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