Gli apprendisti stregoni

Tra le (tante) fisime dei ciclisti, almeno i più sportivi, una delle più diffuse è quella relativa al posizionamento. E come regola di mercato impone, a tanta richiesta corrisponde analoga offerta; non sempre di buona qualità.

Facciamo però prima un passo indietro, con qualche valutazione anche per i ciclisti meno avvezzi (o più savi) a preoccuparsi del millimetro nell’arretramento della sella.

Come ben sapete le biciclette, anzi i telai, hanno le loro taglie, che è concetto diverso dalla posizione e dalla geometria, e che sono determinate su base statistica: come per gli abiti. Le case calcolano che in una data fascia di quote antropometriche quelli sono i valori capaci di coprire la maggior parte dei ciclisti: questa la taglia.

Solo dopo il ciclista adeguerà la propria bicicletta lavorando su altri parametri, quali lunghezza pedivelle (spesso però questa è calcolata già dal produttore, non offre cioè una bici in taglia minima con pedivelle lunghe), quella dell’attacco manubrio, altezza e arretramento sella, le tacchette e così via. Questo è il posizionamento.

La geometria infine è quella che determinerà il comportamento della bici su strada, ed è legata si alla taglia, ma solo per alcuni fattori. Per esempio, la lunghezza dei foderi bassi del carro è geometria, la lunghezza dei foderi alti è dovuta alla taglia del telaio, l’angolo di lavoro del carro è geometria. Chiaro? No? Fa nulla, tanto non è questo l’argomento dell’articolo… 🙂

Per conoscere la giusta taglia non è necessaria chissà quale proibita conoscenza. E’ un semplice calcolo aritmetico, dove i fattori sono i dati antropometrici fondamentali, cioè altezza, cavallo, busto, braccia e spalle, moltiplicati per coefficienti fissi. Io uso, come credo la quasi totalità, quelli del sacro testo di Hinault.
E’ un lavoro fattibile da chiunque, lo si può svolgere a distanza, senza cioè vedere il ciclista e a meno di strutture scheletriche particolari o problemi alle fasce muscolari o ancora patologie, raramente si sbaglia.  Ma sono dati che comunque devono essere interpretati, perché per esempio la scuola classica francese ci suggerirebbe una taglia in meno di quella che usiamo noi; gli statunitensi una taglia in più. Chi ha ragione?

Forse noi che ci collochiamo nel mezzo, forse tutti e tre. Alla fine conta che la triangolazione del ciclista sia facilmente ottenibile, ossia gli angoli formati dai tre punti di appoggio: sella, pedali e manubrio.

Fin qui la scelta della taglia, senza prendere in considerazione casi particolari e telai su misura. Ma anche in assenza di caratteristiche “fuori standard”, cioè ciclisti che rientrano nella media delle quote antropometriche, può accadere che si debba usare telai differenti; è raro, ma succede. Non è raro invece che ciclisti con quote analoghe (uguali è impossibile o almeno fortemente improbabile, credo) usino posizioni completamente diverse. E hanno ragione.

Questa necessaria introduzione per arrivare all’oggetto delle mie chiacchiere odierne: gli apprendisti stregoni del posizionamento.

2431 Ciclista metallo

Negli ultimi anni è stato un proliferare di centri biomeccanici, seppure il concetto in sé di biomeccanica abbia radici lontane, i primi studi condotti in Italia applicati al ciclismo datano la fine degli anni sessanta; non mi risultano antecedenti, forse si ma non ho mai approfondito. E se anche ci sono c’è poco da fidarsi, all’epoca si pedalava (e quindi si posizionava il ciclista) in modo completamente diverso. Basta raffrontare le immagini delle gare dell’epoca con le attuali e anche la dotazione delle bici, con pedivelle lunghissime, pieghe dai comandi irraggiungibili e rapporti durissimi.

Torniamo agli stregoni; se sono spuntati in ogni dove è perché c’è forte richiesta; se c’è forte richiesta è perché i ciclisti sono fanatici; e se sono fanatici è perché inseguono qualunque cosa li possa in teoria farli andare più forte, che sia la ruota leggera come il palloncino della festa o una posizione che favorisca il lavoro muscolare.

Sbagliato non è, anzi. Io sono decisamente favorevole al corretto posizionamento. Non per andare più forte, ma per godersi la bici. Se in sella siamo messi bene pedaliamo meglio, con più gusto e senza dolori, godendoci appieno una giornata a frullare le gambe. Se poi le ruote sono davvero leggere come i palloncini della festa non mi rammarico…

Ma non commettiamo l’errore di credere che un posizionamento che ricalca le linee guida di un atleta professionista sia adatto anche a noi, semplici pedalatori della domenica. E non pensiamo che un software sia in grado di metterci in sella.

Ecco, siamo al nocciolo della mia vena polemica: la maggior parte dei centri biomeccanici si affidano alla pura e semplice tecnologia, addirittura con posizionamenti a distanza. Ma siamo pazzi?

In pratica il procedimento è analogo a quello che svolgo io o qualunque negoziante per stabilire la taglia, calcolare cioè secondo modelli matematici. Però una cosa è la taglia, tutt’altra il posizionamento.

Dove ci vogliono due elementi fondamentali: esperienza e conoscenza della macchina umana.

Quando pubblico un articolo tecnico avrete notato inizio sempre con i principi di funzionamento, convinto che se è chiaro come un meccanismo agisce e lavora, metterci le mani sarà più semplice. Col corpo umano è uguale.

Mio malgrado la conoscenza ho dovuto apprenderla, e non per il ciclismo. La presenza di alcune patologie e i tanti interventi chirurgici subiti, con l’inevitabile coda di effetti collaterali, mi hanno obbligato a capire meglio come funziona il mio corpo. E siccome il primo intervento l’ho subito più di venti anni fa, il tempo per studiare non mi è mancato.

L’esperienza me la sono fatta usando i ciclisti come cavie e rubando i segreti a chi ne aveva. Ma oltre un certo livello non vado: non mi sognerei mai di provare a posizionare un agonista, lì ci vuole un livello di competenza ben superiore al mio. Ma ciclisti “normali” si, posso farlo e lo faccio: però dal vivo, ed è qui un altro punto cardine.

Il posizionamento a distanza non è possibile; puoi fornire qualche linea guida, puoi farti aiutare dalle foto, che però falsano tutto e devi saper interpretare lo scostamento, capire cioè qual è la reale posizione rispetto a quella catturata dall’immagine. Ma non puoi posizionare un ciclista solo via computer.

Per chi posiziona tramite software, evidentemente non è un problema. E per i ciclisti che partono da un assetto del tutto sbagliato o sono completamente a digiuno è facile cadere nell’inganno, trascurando l’elemento fondamentale che il nostro corpo si adatta. Dolori non ci saranno (a meno che il posizionatore virtuale non abbia fornito dati a casaccio), con un minimo di esperienza ci si avvicina a una discreta posizione e il ciclista sarà felice e convinto di essere perfettamente messo in sella. Peccato dieci volte su dieci non è così.

Posso ancora accettarlo quando con onestà si avvisa il pedalatore che quello è un assetto di massima, buono più o meno su base statistica e che per avere un buon lavoro è necessario guardare il ciclista in sella.

Posso accettarlo per ciclisti privi di patologie o problemi fisici, che fanno della bici un uso saltuario o comunque non “atletico” nel senso che non cercano la prestazione a tutti i costi, e che con qualche buon consiglio potranno eliminare dolori e fastidi, magari sacrificando qualcosa sul piano sportivo ma guadagnando in comodità; a patto sia un assetto “neutro” e comodo.

Non posso accettarlo quando si illude il ciclista che così pedalerà meglio, lo si piazza in sella come un ragazzo di vent’anni quando ne ha il doppio, non ha mai usato una bici da corsa, è sovrappeso e in presa bassa sono ginocchiate al prominente stomaco, ha patologie scheletriche o muscolari o semplicemente per decenni il massimo dell’attività fisica è stato alzarsi per prendere il telecomando e dirgli “Così sei messo bene, vai veloce”.

Vai veloce in ospedale, solo lì.

Il posizionamento è una procedura delicate e lenta, richiede conoscenze tecniche e la conoscenza del ciclista, delle sue abitudini, del suo stato di forma, di quanto spesso esce in bici, su che percorsi e così via.

Ma come fai a mettere quindici centimetri di dislivello sella manubrio “…perché sai, i prof fanno così…” a uno che quando esegue un piegamento non arriva manco a toccarsi le ginocchia?

Lo fai perché sei un truffatore, perché non hai mai visto il ciclista, perché di ciclismo capisci nulla e usi un software e basta.

La pedalata è movimento, se non vedi il ciclista muoversi come puoi pensare di ottenere la giusta posizione? Staticamente puoi consigliare un assetto che sopra ho virgolettato neutro, un assetto cioè su base statistica. Non perfetto, ma sai non farà danni.

E può anche essere sufficiente, per esempio per bici di impostazione non sportiva, uso limitato e semplice diporto. Lo metti in sella in modo non avrà dolori, le gambe lavoreranno impegnando fasce muscolari già usate seppure perdendo un poco di efficacia, busto e braccia senza stress e via a godersi le giornate di sole.

Ma se vuoi lavorare bene allora cambia tutto, a iniziare dall’approccio. Va bene dividere in settori, ma solo per la prima sgrossata. Non puoi concentrarti solo sulla posizione della tacchetta o la lunghezza dell’attacco considerandoli a sé e poi sommare tutti i dati per ottenere l’assetto. Devi farli viaggiare di pari passo, perché, per fare un esempio, una scorretta posizione del bacino determina un dolore al piede. Se lavori solo sul piede per eliminare il dolore anzitutto non lo elimini; e se per fortunata ipotesi lo riduci, puoi essere certo comparirà altrove.

Allora, in definitiva, questo posizionamento è mito o realtà?

E’ realtà ed è utile realtà; se si rispettano alcuni principi.

Il primo è rivolgersi a chi abbia comprovata esperienza e necessarie cognizioni anatomiche in senso lato, sappia cioè come funziona la bicicletta e come reagisce il corpo umano: la meccanica della pedalata e il bio del corpo umano.

Il secondo, ma forse dovrei spostarlo al primo posto, è rivolgersi a chi vi vedrà in sella, non vi invierà una mail con un disegnino partorito da un software.

Il terzo è capire cosa volete ottenere; non pensate che uscendo sei volte l’anno basterà mettervi in sella bene e andrete come fulmini. L’allenamento è l’unica cosa che ci fa andare forte in bici. Ma se il vostro desiderio è semplicemente essere messi in sella per le uscite tranquille, sempre sportive (sia chiaro, non sto parlando della passeggiata al bar) ma non certo a ritmi e con chilometraggi da agonista, un posizionatore esperto saprà consigliarvi anche a distanza, senza vedervi, dandovi un assetto neutro buono un poco per tutte le occasioni. Non avrete l’assetto perfetto, ma del resto lì ci vuole anche l’atleta perfetto altrimenti muscoli da far lavorare non ce ne sono, e va bene così. Anche perché la corretta posizione non elimina la fatica, quella è insita nello sforzo fisico; elimina i problemi e consente ai muscoli di esprimersi al massimo delle loro potenzialità. Se le potenzialità sono basse per mancanza di allenamento, nessuna posizione vi farà andare più forte. Insomma, con la consapevolezza di limiti chiari e ben precisati dal posizionatore, qualcosa a distanza si può fare, soprattutto per eliminare i difetti macroscopici.

Il quarto è non fare del posizionamento un totem inviolabile. Primo perché in bici non viaggiamo imbullonati al sellino, ci spostiamo di continuo e spiegatemi allora a che serve agire su un millimetro di differenza; secondo perché uno dei più forti (il più forte ma non lo sentirete mai dire da me ché ho altri miti) viaggiava con la chiave a brugola in tasca e alzava o abbassava la sella a seconda del percorso. Mi sembra quindi superfluo sottilizzare sull’altezza sella a 68,2mm o 68, 25mm…

Il quinto, e qui entro nel campo minato, è non affidarvi a santoni e guri della rete, che straparlano di cose che non sanno, con il solito copia e incolla di baggianate.

Campo minato perché, volente o nolente, qualcuno questa etichetta di guru l’ha affibbiata pure a me. E tra l’altro posizionamenti a distanza li faccio, seppure solo come posizione di massima o per correggere un grave problema, rimandando poi sempre il ciclista a una verifica dal vivo per i necessari aggiustamenti. Diciamo che opero una sgrossatura e valuto alcune misure fondamentali, poi mi fermo perché andare oltre, senza vedere il ciclista, è impossibile.

Ed è motivo per cui ho da tempo sul mio notes l’appunto per una nuova categoria del blog, dedicata appunto a taglia e posizionamento.

La taglia è semplice, lo abbiamo visto sopra, sappiamo che è calcolo alla portata di tutti e comprende una base di partenza su cui lavorare dopo per il posizionamento. Insomma, la taglia quella è alla fine, non bisogna essere gran scienziati, giusto conoscere l’aritmetica e forse manco quella tanto ci sono le calcolatrici.

Ma il posizionamento? Come si fa a stabilire regole generali quando ogni ciclista ha bisogno di uno specifico assetto? E come si può stabilire una corretta posizione per un ciclista con dati altezza, cavallo, tronco, femore ecc. quando questa stessa posizione dipende da tanti altri fattori, a iniziare dallo stato di forma, l’allenamento, l’elasticità muscolare, patologie, interventi chirurgici subiti e tutto ciò che vi viene in mente?

Non si può, e questo il motivo per cui non ne tratterò in futuro, depennandolo dal notes.

Tratterò la scelta della taglia, alcuni principi base della dinamica della pedalata e qualche consiglio per evitare gli errori più comuni; ma tutto in generale, perché entrare in dettaglio, dare cioè quote e tabelle con angoli e misure in base alle quote antropometriche sarebbe un errore, un atto di superbia e finirei con l’incorrere anche io nella pratica che tanto detesto degli apprendisti stregoni.

 

COMMENTS

  • parkerken

    ipse dixit
    nulla da aggiungere: perfetto

  • Oibò, Pitagora non sono e tutto quello che scrivo è sempre opinabile. Comunque, alla fine, è semplice buon senso, nessuna verità rivelata.
    Il peccato è vedere quanto il buon senso scarseggi e quanto tanti ciclisti finiscono col farsi truffare dagli apprendisti stregoni invece di rivolgersi a professionisti esperti. Che ci sono.

    Fabio

  • E’ un discorso corretto, ma non tiene conto di una dato fondamentale: la produzione di massa.
    Se vai su piccoli numeri, su telai su misura in pratica, allora il discorso posizionamento e geometrie si fonde, non è così netto come deve (per forza) essere con i telai di grande produzione. Dove cioè una industria con cinque taglie (alcune solo tre) deve coprire la quasi totalità delle possibilità. E su questi telai o regoli il posizionamento ricorrendo ad attacco, pedivelle e reggisella oppure non li usa nessuno.
    Stesso discorso per l’anca; rende più preciso il valore, ma restringe anche parecchio il campo. Ossia avvicina ben più del cavallo alla perfezione, ma resta sempre un discorso valido solo per il su misura o piccoli numeri, con taglie progressive distanziate di 1cm o poco più.
    Ma poiché alla fine conta più la triangolazione del ciclista che quello che tiene sotto, per ora le cose stanno bene così, almeno per la grande produzione. E del resto io ho (avevo, adesso lo hai tu…) sia il telaio di produzione che quello su misura e pedalo bene su tutti e due. Pure su una altra bici che rimpiango ancora, è che è addirittura una taglia superiore: l’hai vista in giro?

    Mentre scrivevo mi è arrivata la notifica del tuo secondo commento, evidentemente non riguarda solo le email…
    Che lo sloping dal punto di vista tecnico alla fine serva a poco è notorio, l’ho scritto già, credo sia qui che nel libro, perché quello che guadagni in rigidità (il guadagno c’è) lo perdi con il reggisella. Però ha un innegabile vantaggio, ossia rendere possibile la costruzione di meno taglie, mettere cioè a catalogo (e a magazzino) un numero inferiore di versioni, con evidenti risparmi per i produttori.
    Rendiamoci conto di un dato fondamentale: le industrie di bici sono industrie; gli frega poco fare esattamente quello che vorremmo noi, la loro priorità è creare profitto. Con lo sloping riduci in modo drastico le taglie; ti ricordi negli anni settanta/primi ottanta i cataloghi? Taglia 48, 49, 50, 51, 52,5, 54, 55, 56, 57, 58, 59,5 ecc? Ecco, adesso vedi S, M; L e in qualche caso XS e XL…

    Fabio

  • Bene! argomento senz’altro interessante. Se posso darti un piccolo consiglio per le future pubblicazioni, mi piacerebbe (chiaramente dopo le necessaria parte di calcolo teorico per la scelta di taglia e tutto il resto) un piccolo vademecum su cosa “osservare” in un ciclista che pedala, per capire se sia decentemente posizionato. Ad esempio a volte ne ho visti alcuni “ancheggiare” ritmicamente da una parte e dall’altra a ritmo di pedalata. Ho pensato: “Sella troppo alta, forse”.
    Non so se ho reso l’idea. Forse chiedo troppo. Ma chissà, magari è utile.

    Daniele

    • Ho capito cosa intendi, ma non è semplice la produzione. Ci vorrebbero dei filmati dove posiziono male una cavia, magari sui rulli. Si potrebbe fare, ma la vedo difficile.

      Fabio

  • Gios è un grande. Bramo un suo telaio da tempo. Essendo di Torino ho visitato il suo store e avuto occasione di parlare direttamente con lui qualche mese fà.
    E’ però anche un personaggio molto “estremista” e fiero di se (per carità, fa bene ad esserlo). Non produce telai sloping e guai a parlargli della fibra di carbonio: l’unica bici monoscocca che aveva nel salone (una permuta) la teneva esposta nel cesso.
    Sul serio, non scherzo.

    Daniele

    • Beh, però Gios a catalogo, lo si vede dal sito, ha anche il vituperato carbonio, l’alluminio e il titanio…

      Fabio

    • Non ho visto la trasmissione, ho grande stima per Gios e non nascondo mi piacerebbe avere una loro bici in acciaio; ma siccome mi piacerebbe anche avere una supercorsa, una c40 ecc ecc non fa testo…
      Che il carbonio sia flessibile vuol dire nulla, almeno detto nei termini riportati da Gios. Ma non ho visto la trasmissione, quindi può essere che Antonio non riporti fedelmente la frase.
      La fibra di carbonio è un composito, in quanto tale sono diversi gli elementi che concorrono a darne più o meno rigidità.
      La mia Guerciotti in acciaio, una belvetta da gara, era decisamente più rigida della mia (ex) ammiraglia in carbonio; ma ne ho guidate altre, sempre in carbonio, decisamente più rigide della Guerciotti.
      E quindi ricadiamo nella solita storia dei materiali, quando sappiamo contano prima le geometrie; e poi rileva il materiale per tipologia e quantità per raggiungere determinati risultati.
      Senza dimenticare che la eccessiva rigidità è controproducente, non per il comfort ma proprio per la trasmissione della pedalata.
      Insomma, diciamo che Gios ha parlato col cuore più che con la ragione…

      Ad averci i soldi, anche il monoscocca in carbonio è fattibile su misura, basta farsi costruire lo stampo 🙂
      Comunque i telai su misura in fibra sono realtà, alla fine invece di saldare si uniscono i pezzi a lunghezza con altre pelli. Non è un monoscocca, ma malvagio non viene.
      E del resto i monoscocca stanno diventando sempre più rari anche nella produzione industriale, investiti i soldi per tot stampi poi quelli devi usare e le case non sono d’accordo.

      Fabio

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