Fatal error

I detti popolari sono figli dell’esperienza, ma non sempre condivido. Uno su tutti non mi è mai piaciuto: chi non fa non sbaglia.

Mi suona come giustificazione agli errori, un alibi dietro cui nascondersi. Preferisco l’inaffondabile se vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo.

Le cose me le faccio da solo ma non sempre mi vengono bene però. Potrei ricorrere alla storia che solo chi fa qualcosa corre il rischio di sbagliare, chi si mette a braccia incrociate non avrà mai problemi. Però non mi piace, più interessante quando sbaglio capire dove e perché ho sbagliato.

Sulle bici errori ne commetto, la quasi totalità per distrazione. E’ un mio limite, posso fare una sola cosa alla volta. Se mentre sono al lavoro, su una bici ma anche al pc a scrivere, e mi si rivolge una domanda, qualcuno mi chiama, arriva una telefonata, insomma la mia attenzione viene dirottata altrove, ecco che cala il sipario: tabula rasa, non ricordo più che stavo facendo, scrivendo, pensando. Devo ricominciare daccapo.

Una volta stavo cambiando cavi e guaine su un mio telaio a cavi interni. Sfilo il cavo freno posteriore lasciando la guaina nel telaio, avrebbe dovuto fare da guida per il cavo nuovo. Poi messo il cavo nuovo avrei dovuto sfilare la vecchia guaina e inserirne una nuova ma partendo da dietro, ossia dal foro vicino al freno. Semplice.

Sfilo il cavo, squilla il telefono, rispondo e mentre parlo al telefono mi vedo questa guaina sola soletta infilata nel tubo orizzontale: e che ci fa questa? Bah, sfiliamo.

L’ho sfilata infatti e passato i successivi venti minuti a chiedermi perché lo avessi fatto…

Una altra volta stavo eseguendo una veloce messa a punto a una bici da corsa non mia, col ciclista che nel frattempo mi tempestava di domande. Hai voglia a ripetere “aspetta, fammi fare poi ne parliamo” e lui imperterrito a chiedere se era meglio un Record o un Super Record, la viteria in titanio che perdi 4 grammi, la guaina super leggera, le camere in lattice ecc ecc io mi sono dimenticato di dare l’ultima stretta ai cavi freno dopo la regolazione.

Alla prima frenata decisa si sono sganciati i cavetti e per fortuna andava piano. Anche se non ho mai voluto indagare con me stesso se quella volta dimenticai di serrare i freni per una inconscia volontà…

La scorsa estate passò Antonello a trovarmi alla casa al mare e tra una chiacchiera e l’altra mi ricordai che dovevo cambiare una camera d’aria alla single speed: non chiedetemi come è successo, cosa e perché, posso solo dirvi che ho smagliato e rimagliato la catena tre volte. Non avevamo nemmeno bevuto. Ecco Antoné, ora non è più un segreto, ti ho spuntato l’arma del ricatto 🙂

La necessità di non essere distratto è il motivo per cui raggio le ruote la sera tardi e da solo: una telefonata, mia moglie che mi chiama e se va bene salto un incrocio, se va male manco me ne rendo conto.

Errori grossolani però non ne ricordo; non per mia innata abilità che infatti non possiedo, ma perché se mi trovo ad affrontare una operazione per la prima volta non impugno subito gli attrezzi: mi informo, studio la cosa, valuto punti critici e possibili difficoltà e solo quando ho almeno la parte teorica pienamente mia inizio a lavorare.

Ma un errore l’ho fatto, la scorsa settimana e mi brucia ancora. Un errore di valutazione se così vogliamo chiamarlo, ma pur sempre un errore.

Mi chiama un amico, il suo compare di uscite ha un raggio rotto e il meccanico a cui ha portato la ruota gliela ha restituita perché non sapeva come rimuovere i cuscinetti, operazione necessaria perché si tratta di una ruota con raggi dritti infulcrati nella flangia, quindi se prima non estrai i cuscinetti non puoi sfilare lo spezzone di raggio rimasto né infilare il nuovo. Anche se è una operazione semplice e che ho eseguito tantissime volte non mi sono stupito, in fin dei conti tutto è facile quando sai cosa fare. Soprattutto se il produttore della ruota ha sul suo sito un video ben chiaro dove mostra come in tre operazioni e meno di un minuto liberi ambedue i cuscinetti. Ma tant’è, non tutti perdono tempo a informarsi.

Sinteticamente, basta battere con un martello in gomma l’asse lato sinistro, sfilare il cuscinetto destro e usare l’asse come estrattore per il sinistro, battendo sempre con un martello in gomma. Ad ogni buon conto, io mi feci anche tornire un attrezzo apposito dal produttore sia per estrarre che per ribattere i cuscinetti in sede, in modo da evitare di martallare direttamente l’asse.

Batto a sinistra, il cuscinetto abbandona subito la sua sede ma non esce via dall’asse. Guardo meglio e noto che il bordo dell’asse è tutto ripiegato, come sotto l’effetto di potenti colpi di martello ma in ferro. Ok, mi dico, il meccanico ha sbagliato a battere ma fa nulla, una limata al bordo e posso tirar via il cuscinetto e così faccio. Primo errore mio.

Tolto via il cuscinetto destro batto sull’asse a sinistra in modo da sfilare dal mozzo anche l’altro cuscinetto, che viene via solo con molta fatica e non subito come avrebbe dovuto perché incollato con frenafiletti tenace. Secondo errore mio.

Estraggo il cuscinetto e mi accorgo che nella flangia non c’è lo spezzone di raggio, che mai sarebbe potuto uscire da solo finché il cuscinetto lo bloccava. Bah, chissà che fine ha fatto. Terzo errore mio.

Monto il raggio, lo assicuro al nipplo, prendo il solo cuscinetto destro e lo posiziono con un leggero colpo, sempre frapponendo l’apposito attrezzo: un colpo lieve come un soffio e a sinistra schizza fuori come spinto da una molla il tubo in carbonio che è componente del mozzo. Cavolo! Manco ti ho toccato! Bah, si sarà scollato il bordino, rimettiamolo dentro, è venuto fuori con un soffio, entrerà con un altro soffio. Come no…

Premo con le mani: nisba. Ok, niente martello sul carbonio, usiamo una pressa. Monto la pressa, nemmeno un quarto di giro e subito avverto una resistenza estrema a entrare e il bordo di carbonio che cede. Mi fermo all’istante, l’unica cosa giusta che ho fatto.

Chiamo il proprietario, spiego cosa è successo, impacchetto la ruota e la mando al produttore. credo che in tanti anni sia stata la prima volta che sono dovuto ricorrere all’assistenza ufficiale, ma del resto io non possiedo certo l’attrezzatura per reincollare il carbonio. Orgoglio ferito ma questo sarebbe il meno, persino per un presuntuoso come me.

No, appena sfilato via il primo cuscinetto e resomi conto che l’asse era molto danneggiato mi sarei dovuto fermare subito. Avrei dovuto chiamare il proprietario della ruota, parlare col meccanico per capire cosa aveva fatto e come aveva (mal) proceduto, indagare prima e solo dopo decidere se potevo lavorarci io o avrei trovato brutte sorprese.

Tre gravi indizi (che fanno una prova) completamente trascurati da me. L’asse danneggiato, il cuscinetto incollato e lo spezzone di raggio mancante, segni inequivocabili che il mozzo era stato smontato prima che mi arrivasse tra le mani e poi mal rimontato.

D’accordo, il danno al mozzo non l’ho causato io; ma conta poco per me. La ruota era tra le mie mani, ho avuto davanti a me i segni evidenti che qualcosa non andava e li ho del tutto trascurati. Non valga a scusarmi che avevo la testa a tutt’altro mentre lavoravo, anzi, è un altro errore da aggiungere perché se vuoi lavorare bene devi essere concentrato anche durante le operazioni più semplici o che hai eseguito centinaia di volte.

Ma anche questa è esperienza; certo non è la prima volta che mi arrivano bici rovinate da meccanici inesperti ma in genere non è qualcosa di particolarmente grave. Nulla su cui è necessario indagare.

In tanti mi scrivete via mail per chiedermi consigli e sempre più sono quelli tra voi che mi interpellano perché stanno lavorando a biciclette non loro ma di amici. Vi ho raccontato questa storia perché ho imparato una altra cosa da questa vicenda: quando ci affidano bici non nostre, passate tra le mani di meccanici che non sapevano quel che facevano, prima di iniziare qualunque lavoro cerchiamo di scoprire cosa è stato fatto, su quali componenti e come. E se notiamo qualcosa di strano non sorvoliamo con una scrollata di spalle, altrimenti siamo uguali a quei cialtroni che si spacciano per meccanici, offendendo una intera categoria di bravissimi artigiani.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali.

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