Elessar, la mia gemma

La domanda che mi hanno posto un po’ tutti all’arrivo del nuovo telaio è stata “A che ti serve una altra bici?”.  A nulla.

Una regola del giornalismo recita che non esistono domande sbagliate, solo risposte sbagliate: qui è l’inverso. Per comprendere il perché di questa bicicletta il concetto di necessità è fuorviante.

La mia risposta “a nulla” è corretta se quella resta la domanda, perché davvero non mi serve. Bici ne ho in casa, pure troppe e faccio fatica a usarle tutte. Quindi, se restiamo nella fredda logica utilitaristica, mi è davvero inutile.

Ma se invece mi domandate “Perché una altra bici?”, beh, la risposta cambia e di molto.

Sono molti anni che pedalo, sia pure con alcune lunghe pause dovute a qualche acciacco che mi costringe a rinunciare a far frullare le gambe. Sono un amante delle bici, della piega da corsa, della meccanica e delle personalizzazioni.

Negli anni ho coltivato molte convinzioni che sono sedimentate in certezze; per questo lo scorso anno decisi di rimettere tutto in discussione, perché quando non hai più dubbi qualcosa stai sbagliando. Ho abbandonato i telai in acciaio in favore del carbonio, la mia amata componentistica Campagnolo è stata sostituita dall’arrembante Sram, a scorrere sull’asfalto ho chiamato due ruote Shimano a basso profilo. Una rivoluzione per me.

I risultati sono stati due. Il primo è una bellissima e performante bici da corsa, una Rose Xeon crs da 6,9kg senza pedali, praticamente perfetta in ogni frangente.

La mia Rose Xeon Crs 4400
La mia Rose Xeon Crs 4400

Il secondo sono state le sevizie cui ho sottoposto una vecchia Trek Multitrack in acciaio trasformandola di continuo alla ricerca della bicicletta filosofale. Che non ho trovato.

La mia Trek multitrack 750 in una delle ultime trasformazioni
La mia Trek multitrack 750 in una delle ultime trasformazioni

Pedalo bene con la teutonica ammiraglia in carbonio, non lo nego. Difficile trovarle un difetto; ancora più difficile trovarle carattere. Il suo dovere lo compie egregiamente, fin troppo. Leggera, rigida il giusto, precisa in traiettoria, pronta nei rilanci, nessuna o quasi dispersione di potenza, insomma una gran bici. E’ un difetto? Insomma, proprio un difetto no, però…

Avete presente il neo di Cindy Crawford? Ok, un neo è considerato un difetto, ma le conferisce personalità. Ecco, mi piacerebbe che anche la mia  Rose avesse il suo neo.

Quindi alla ricerca del mio neo ho rivolto fin troppe attenzioni alla Trek; che però dopo innumerevoli trasformazioni era giunta al suo limite fisico. E confesso di averla usata come cavia, perché erano anni che mi frullava in testa l’idea di un telaio progettato da me e assemblato in ogni piccolo dettaglio con le mie mani.

Dopo mesi di studi (e anni a pensarci) la decisione è stata presa: affidarmi alla ditta Vetta e all’abilità di Antonio Taverna per la costruzione di un nuovo telaio.

Torniamo così alla domanda iniziale, al perché un altra bici.

Perché volevo qualcosa di mio, una bici che andasse oltre il semplice oggetto o il suo utilizzo. Una bici che fosse la summa delle mie conoscenze, della mia esperienza, del mio amore per la meccanica, una bici da costruire piano, curando ogni più piccolo dettaglio.

La mia bici, dove il pronome supera il possesso per diventare personale. Non da corsa, non da turismo, nulla di già esistente o preconfezionato. Un telaio per me, per come pedalo io, per come vivo la bici io, con tutto ciò che mi serve e, soprattutto, senza ciò che non mi serve. Perché come dice De André “…quello che non ho è quello che non mi manca”.

Il telaio nudo di Elessar
Il telaio nudo di Elessar

Un telaio rigorosamente in acciaio, non il più leggero ma robusto, fatto per durare; saldature a congiunzione, come una volta, e cromate, per dare una forte connotazione estetica. Nulla scelto seguendo le mode di un momento, che fosse l’attuale o il passato, ma tutto pensato e voluto a modo mio.

Poco importa che oramai i freni a disco stanno diventando lo standard anche sulle bici stradali o che i telai sloping siano una realtà consolidata. La mia bici ha geometrie tradizionale e sfoggerà orgogliosa un set di cantilever, i fascinosi Grand Cru Zeste.

Triangolo compatto e carro allungato per avere trazione, comodità e rigidità. Forcella anch’essa in acciaio, con un buon rack per avere stabilità. Occhielli vari per agganciare diversi tipi di portapacchi e seconda delle necessità e del’estro del momento. Pompa in posizione vecchio stile dietro il piantone, attacchi per tre portaborraccia e parafanghi.

Colore poco appariscente, ma elegante; bianco crema, perfetto, per me, nel gioco di cromature, parti lucidate e scritte nere dei componenti.

Trasmissione affidata a un gruppo Campagnolo Veloce, con guarnitura compact  del 2009, quando anche la serie d’ingresso vantava la tecnologia Ultra Torque, cambio a gabbia media per lavorare con pacco pignoni 13-29, deragliatore a saldare. Ruote assembalte su mozzi Chorus 36f e cerchi Mavic Open sport. Sella Brooks B15 e nastro manubrio coordinato. Trittico Ritchey Classic, parafanghi Gilles Berthoud, portapacchi Velo Orange e borsa da sella Carradice Barley completano l’allestimento.

Il telaio riposa sornione sul cavalletto da lavoro, attendendo con malcelata impazienza l’arrivo di tutti i componenti per iniziare l’assemblaggio.  Anche io.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

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