E’ davvero tutta colpa dei ragazzi?

L’Organizzazione Mondiale della sanità ha da poco lanciato l’allarme: nel mondo l’81% dei ragazzi in età scolare non pratica alcuna attività fisica.

E non è allarme da sottovalutare, sappiamo dai tempi di Aristotele che il corpo necessita movimento: per se stesso e per la mente.

Però, mi chiedo: è davvero tutta colpa dei nostri ragazzi? Me lo domando perché ragazzo non lo sono più da tempo; sono invece genitore di una adolescente, che ha praticato sport assiduamente sino a un paio di anni fa e che adesso ha ridotto, perché ha scelto un liceo che non le concede tregua e andare quasi tutti i giorni ad allenarsi non le è possibile.

Non è merito mio se mia figlia già a quattro anni faceva il pesciolino in piscina, passando un paio di anni dopo, per sua scelta, alla ginnastica artistica; e decidendo, benché io fossi contrario, di dedicarsi all’agonismo, ottenendo spesso le qualificazioni nazionali. Con un surplus di impegno secondo me inutile, avrei preferito pensasse solo a divertirsi allenandosi. Ma la signorina ha sempre saputo come farmi capitolare.

Il merito è stato tutto suo. Lei a scegliere la disciplina sportiva, lei a decidere di passare in squadra, lei a sorbirsi cinque giorni su sette allenamenti durissimi. E come lei tante altre ragazze e ragazzi.

Dimostrandomi che mettendo un ragazzo nelle giuste condizioni, lo sport lo pratica.

E allora possiamo ancora dire che è colpa loro? Degli onnipresenti smartphone che li tengono incollati a uno schermo, della televisione (ammesso esistano adolescenti che la guardano ancora), dei fast food e ogni altro presunto colpevole vogliamo trovare? Nella ricerca del capro espiatorio per non ammettere che anzitutto siamo noi genitori i veri responsabili? Con alcune scusanti, e ci arriverò, ma per ora restiamo sul nostro ruolo.

Io non ho alcun merito nell’impegno che mia figlia ha sempre profuso nello sport; così come non ne ho in quello che spende senza risparmio nello studio. E’ lei che lavora duro.

Io però ho il merito di aver voluto che facesse sport: uno qualunque, scegliesse lei, ma avrebbe dovuto farlo. Non per gareggiare, non per primeggiare, non per accumulare medaglie ma per sviluppare fisico e mente.

Sono il padre, trovo naturale che cerchi di fare il possibile per farla crescere al meglio delle mie capacità. Come un qualunque genitore, nulla di straordinario.

Certo, quando era più piccina io o mia moglie dovevamo accompagnarla, e poiché gli allenamenti erano sempre in orario per noi lavorativo, organizzarsi non era semplice. Farla allenare e partecipare alle gare era un impegno economico ma quale genitore non è disposto a fare sacrifici per i figli?

Insomma, se mia figlia non avesse fatto sport sarebbe stata solo colpa mia, non sua.

Ma anche io a mia volta sono stato favorito; palestra a una manciata di minuti a piedi da casa mia, costi sostenibili, una fitta rete di infrastrutture dove queste ragazzine potevano gareggiare senza che noi genitori dovessimo per forza sorbirci trasferte da centinaia di chilometri. Tranne per le finali nazionali, sempre svolte molto lontano. Ma una volta l’anno è anche l’occasione per una gita.

E per questo devo assolvere le tante famiglie che non hanno avuto la mia buona sorte: troppe porzioni del nostro territorio non hanno uno straccio di struttura sportiva. E se è vero che non serve una palestra per fare sport, mi dite voi questi ragazzi dove lo trovano un fazzoletto di terra per dare due calci a un pallone, farsi una corsetta o arrampicarsi su un albero? Possiamo imporre ai genitori trasferte di ore tra andata e ritorno solo per consentire al pargoletto quei 60 o 90 minuti di esercizi? Possiamo noi chiedere ai genitori di restare sereni se i figlioli si allontanano in parchi incustoditi per giocare a pallone o a guardie e ladri (dove si corre, capperi se si corre…) o rincorrersi senza scopo, come facevano noi da piccini?

E possiamo noi pretendere che ai nostri ragazzi siano sufficienti quel paio d’ore settimanali previste dai programmi scolastici quando poi, scopriamo, le scuole, tante scuole, una palestra nemmeno la tengono?

Mancano infrastrutture, mancano spazi, manca tutto in buona metà della Penisola. E per questo assolvo ragazzi e genitori che anche volendo proprio non saprebbero come fare.

Poi c’è il rovescio della medaglia: Regioni con ampia scelta, ottime strutture e una fitta rete di società sportive che prendono questi ragazzi per mano, aiutandoli e crescendoli nei sani valori dello sport. E un genitore si affida, del resto a ognuno il suo ruolo. Sacrifici per il ragazzo e la famiglia, perché quando scoppia la passione in un adolescente non puoi fermarla. A quell’età ti senti puoi conquistare il mondo, hai solo futuro davanti a te e la certezza che sarà tuo: con che cuore pensi di fermarlo?

Poi dopo anni di duri allenamenti, quando finalmente questo ragazzo è pronto a raccogliere qualcosa del tanto seminato ecco che un adulto, magari genitore a sua volta, quell’adulto a cui tu hai affidato tuo figlio perché crescesse imparando che sport non è solo risultati, coppe e medaglie ma anzitutto impegno e disciplina, ti pone l’aut-aut: o prendi queste sostanze o sei fuori.

E’ cronaca di questi giorni, è quello scoperto in Toscana nel nostro mondo dello sport a pedali.

Subito alzata di scudi, tutte le federazioni pronte a strillare al caso isolato. Isolato si, nel senso che è una scoperta isolata. L’andazzo è questo da tantissimi anni, di sicuro c’era già quando adolescente lo ero io.

E, confesso, all’inizio non vi ho detto tutta la verità. E’ vero che ho lasciato a mia figlia scegliere quale sport preferisse ma un limite l’avevo posto. Qualunque sport, purché non il ciclismo.

Sicuramente ragazzi pigri ce ne sono, ne esisteranno sempre; sicuramente se in così tanti non praticano alcuno sport e nemmeno un poco di normale attività fisica la colpa non è loro.

Buone pedalate

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • Andrea

    Ciao Fabio,
    argomento molto delicato questo, ma direi che le colpe sono certamente condivise tra tutti gli aspetti che hai menzionato. La mia fase adolescenziale non è poi così lontana, ho 25 anni e ho praticato agonismo dai 10 fino ai 16 anni. Posso certamente dire che lo sport è stato fondamentale nel formarmi sia dal punto di vista caratteriale che fisico, sono stati gli anni più belli fino ad ora. Ancora oggi mi pento di aver smesso, la competizione è bella soprattutto quando è sana, perché prima di tutto si compete contro se stessi.
    Ho smesso. A chi attribuire la colpa? All’epoca, per me la ”colpa” è stata degli impegni, della scuola perché quello è l’impegno dell’adolescente medio (dei più fortunati almeno). Più tardi c’è l’università!
    Oggi posso dire che l’errore più grande che un adolescente o un ragazzo adulto possa fare è dedicare tutte le proprie energie allo studio! Lo studio è fondamentale, ma lo studente dovrà poi misurarsi con la realtà e che è totalmente diversa dalle mura dell’Università o della propria casa. Io vivo oggi e non posso sperare in un futuro prossimo in cui coltivare le mie passioni. Si parla di sport, ma vale per tutto. Ci vuole equilibrio, capacità di gestire tutti gli aspetti che caratterizzano la vita di una persona e lo sport è il primo elemento che aiuta i ragazzi a gestire il proprio tempo.
    Tua figlia, Fabio, è una sportiva perché tu sei un sportivo e il tuo esempio silenzioso ha piantato il seme. Questa è la sola cosa che un genitore può fare, dare l’esempio. Poi le sfaccettature sono tante, il mio è indubbiamente un punto di vista limitato. C’è l’aspetto economico, quello culturale e tanti altri. Inoltre la stragrande maggioranza degli adolescenti che conosco preferisce trascorrere le giornate con gli occhi incollati allo smartphone, rifiutando consapevolmente di fare sport. Probabilmente però è la famiglia che ha un ruolo determinante.
    Saluti.
    Andrea

    • Elessarbicycle

      Ciao Andrea, col tempo e i ruoli che cambiano si modifica anche la percezione di ciò che avviene. Tante cose che davo per scontate o che interpretavo in un modo, ho iniziato a guardarle con occhio diverso quando mi sono ritrovato io a essere il genitore. E proprio per questo assolvo i ragazzi. Non tutti, quelli che proprio le cose non gliele fai entrare in testa ci sono sempre stati e sempre ci saranno. E assolvo quelle famiglie, che ci sono, che vorrebbero anche, ma che si devono scontrare con mille difficoltà.
      Ti faccio un esempio. Quando ero più piccolo dell’età attuale di mia figlia, per me era normale andare in Villa Comunale, un parco sul lungomare della mia città, a giocare a pallone e tornare a sera. Non esistevano i cellulari, uscivo di casa promettendo un orario di rientro che mai rispettavo ma mia madre era serena. Un ceffone se proprio esageravo ci stava, ma non perché fosse una reazione al panico di “oddio, che fine ha fatto mio figlio?”.
      Mia figlia adesso ha il divieto assoluto di andare anche solo a fare due passi in quella stessa Villa Comunale dove io passavo pomeriggi spensierati perché, oggi, è vera e propria terra di nessuno dove orde di ragazzini girano armati assalendo coetanei e adulti. Nella totale indifferenza, aggiungo, della attuale amministrazione cittadina che tutto ha fatto affinché si creassero queste condizioni, distruggendo una zona bellissima in nome del dio “movida e feste di piazza”, diventato unico credo.
      Tu dirai che c’entra. Beh, io ho fatto sport e l’ho fatto anche in strutture (scherma, nuoto ecc) ma soprattutto io non stavo fermo un momento. Perché andavo in bici ma soprattutto perché mi bastava (ci bastava) un prato e passavamo il pomeriggio a rincorrere un pallone. E’ attività fisica pure questa, fa bene al corpo e alla mente e serve poco e nulla per praticarlo. Pochi soldi e nessun impegno per le famiglie.
      Ora dimmi tu quale genitore potrebbe in tutta serenità lasciare il proprio pargolo andarsene a giocare a pallone, così come facevo io, senza sapere se gli torna accoltellato. Quindi, per far praticare un poco di attività fisica al figliolo, deve per forza ricorrere a una palestra, una struttura. E se non la trova? E se quei 50/80 euro al mese, più trasferte, equipaggiamento ecc proprio non gli saltano fuori? Ecco, in questo caso posso dire, in tutta serenità che né ragazzi né famiglie hanno colpe.
      In questi casi però, e solo in questi casi.
      Perché è anzitutto in famiglia, come hai rilevato, che si forma il carattere di un ragazzo. Un tizio che plagiando un poco qui e un poco là ha fatto la sua fortuna letteraria, a proposito dei recenti fatti di cronaca che hanno visto coinvolte vittime giovanissime nella mia città, ha puntato l’indice contro la scuola. Ma come al solito ha fallito l’obiettivo, forse troppo distratto a contare i soldi che gli arrivano dai falsi miti che anche lui ha contribuito a creare.
      Il primo vero fulcro è sempre la famiglia. Detto fuor di metafora: quattro ceffoni non ti fanno crescere delinquente, semmai il contrario.
      E lo sport può avere, anzi sono certo che ha, un forte potere educativo. Servono strutture, servono luoghi, società, serve quasi tutto in troppe zone d’Italia.
      Sono da sempre convinto che lo sport, come la lettura, allena anche la mente. Solo quando tutti i soggetti coinvolti, cioè famiglie, scuola e Stato avranno messo in campo ogni risorsa per creare le condizione e queste effettivamente ci sono, solo allora se un ragazzo continuerà a stare col naso nello smartphone potremmo dire che è colpa solo sua.
      Ora no, non possiamo e dobbiamo anche fare molta attenzione a distinguere tra famiglie (e scuole e enti locali) che possono ma non vogliono e quelle che vorrebbero ma non possono.
      Io ho grande fiducia nei nostri ragazzi, non li vedo come automi incollati allo smartphone. Non tutti almeno.
      E’ tema molto complesso, andrebbe analizzato quasi caso per caso per avere un quadro veritiero e questo non è possibile. Ma già così qualche linea guida si può ricavare.

      Fabio

      • Andrea

        Hai ragione, il punto di vista è fondamentale, diciamo che la realtà in cui si vive fa la differenza, io ho avuto la fortuna di crescere in un piccolo paesino di provincia e quindi di vivere un’infanzia molto simile alla tua, già miei coetanei cresciuti in città non hanno avuto la stessa fortuna. Mi rendo anche conto che oggi, per un genitore è impossibile lasciare la stessa libertà ai propri figli soprattutto se ci si trova in zone ”calde”. Nelle nostre zone (sono anche io campano) mancano le infrastrutture e dove ci sono c’è sempre l’aspetto economico che non è per niente scontato. E’ un argomento molto complesso a cui le ”sfere alte” dovrebbero dedicarsi seriamente perché sui giovani si basa il futuro, in campo sportivo e negli altri campi.
        Andrea

        • Elessarbicycle

          La realtà e i tempi in cui si vive. Cavolo, sembro un vecchio brontolone.
          Però ricordo che a 10 anni scomparivo la giornata intera in sella alla bici, esplorando l’Irpinia dove la mia famiglia aveva in fitto una piccola casa in campagna, andando per campi e sterrati, nella massima libertà.
          Una volta rientrando trovai una macchina dei Carabinieri davanti casa, era stata mia madre a chiamarli perché a buio fatto ancora non ero tornato. E le presi di brutto.
          Ciò non toglie che godevo di una libertà di movimento che mai potrei concedere a mia figlia, oggigiorno.
          Triste

          Fabio

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