Come (non) funziona il bike sharing a Napoli

Torno sull’argomento bike sharing a Napoli, perché avevo promesso una verifica sul campo.

Una tregua dalla pioggia continua e un sole che promette primavera mi hanno invogliato a scendere e provare questo servizio.

Dal titolo potete già trarre quali saranno le mie conclusioni; ma non tutto è perduto, se ci sarà la volontà di rimediare. Non dimentichiamo infatti che il servizio è sperimentale fino al prossimo maggio. Se resterà così, possiamo chiuderla qui e passare oltre. Se qualcuno dei responsabili del progetto leggerà queste note (che inoltrerò), scritte non per partito preso ma per evidenziare cosa è migliorabile (quasi tutto, vabbè) e vorrà rifletterci, si accorgerà che sono, malgrado i toni, scritte nella speranza di un successo dell’iniziativa. Un successo non estemporaneo: una realtà consolidata negli anni. E comprenderà che un progetto standard, buono per ogni città, non esiste. E’ necessario calibrare mezzi ed esigenze a quelle della città in cui il servizio deve operare; e se la città è collinare, priva di infrastrutture per ciclisti, perché ripeto ancora una volta che i pochi metri recintati di finta ciclabile servono a nulla e il resto sono stencil sul basolato, con precise direzioni e zone dove si concentrano uffici pubblici e privati del tutto trascurate e, a coronare tanto sfacelo, un sistema di trasporto pubblico assolutamente sottodimensionato, allora bisogna pensare altro.

Bisogna avere il coraggio di ammettere la sottostima con cui il progetto è partito; e che si è guardato più all’effetto mediatico che alla praticità. Progetto premiato, d’accordo, ma assolutamente slegato dalla realtà in cui dovrebbe funzionare. Infatti non funziona.

Ma potrebbe funzionare, io ci spero di cuore. E siccome mi hanno insegnato che bisogna sempre puntare a scoprire le falle se si vuole migliorare, io sulle falle mi concentro.

Il fatto sia al momento un servizio gratuito rileva nulla; anche se tale rimarrà, e non lo riterrei giusto, il punto è stabilire se è utile o meno. O se come al solito in questa città dobbiamo accontentarci, patria del “meglio di niente”. No, io sono per “il meglio e basta”.

E spero lo scopo non sia lo stesso della ciclabile, cioè poter consentire a qualcuno di arringare dal suo scranno che grazie a lui abbiamo la ciclabile e il bike sharing, anche se la prima è finta e il secondo, beh, carente a dir poco, almeno per ora.

Ma andiamo con ordine, partendo non dai pedali ma dal computer.

Il primo passo è l’iscrizione al sito ufficiale.

Abbastanza semplice, ricalca la procedura standard dei migliori siti di vendita online, con l’utilizzo delle ultime tecnologie per la sicurezza delle transazioni. Ma non era gratuito? Che c’entrano le transazioni?

C’entrano, giustamente. Oltre i dati personali viene chiesto un prelievo “fittizio” di un centesimo, nel senso che si esegue la procedura di pagamento ma viene riscosso nulla. Il titolare della carta e colui compila la registrazione devono essere la stessa persona.

Una volta registrati ci sono due opzioni: o si richiede una carta magnetica necessaria a sbloccare le bici dagli stalli (questa però è a pagamento) che sarà recapitata a casa. O si scarica la app sul proprio telefono, ammesso possiamo ancora catalogarlo tale. Telefono che deve avere lo standard Nfc, per consentirgli di dialogare con la postazione delle bici.

Dopo aver dato il telefono in mano a mia figlia perché mi svelasse se avevo questo Nfc, cosa fosse e come funzionasse, e ricevuto filiale benedizione accompagnata dal solito “babbo, sei preistorico!” ho optato per la app; inutile nel mio caso la card.

La app è sicuramente migliorabile, scarna per alcuni versi; rutilante di inutili informazioni per altri.

L’aggiornamento con la centrale è meno immediato di quel che sembra, ma il ritardo tra le informazioni fornite, ossia il numero di biciclette disponibili e quelle realmente negli stalli è davvero trascurabile. Un paio di minuti (mi sono fermato presso una stazione è verificato col via vai delle bici), ma non so se il ritardo non sia piuttosto imputabile al mio telefono, alla app o alla connessione alla rete. Insomma, non ho certezza se sia un difetto del servizio o causato da un problema mio. E nel dubbio (del colpevole) e nella certezza (della mia poca familiarità con queste tecnologie), assolvo.

Una prima schermata informa sulla collocazione delle stazioni, il numero di bici presenti e quanto parcheggi liberi ci sono. Qui in basso una immagine prelevata dal sito, che indica le bici al momento disponibili; in rosso le stazioni in manutenzione.

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Sapere quante bici ci sono è importante, ma può succedere di arrivare e, telefono in mano davanti alla stazione, scoprirla vuota malgrado la app informi che lì ci sono (dovrebbero esserci) due bici. Conoscere il numero di stalli liberi è altrettanto importante, altrimenti si rischia di arrivare in sella alla bici e sforare il tempo perché non c’è posto per riporre la bici, costringendo a cercare una diversa postazione.

Inutili in questa fase sperimentale tutte le informazioni turistiche e ricreative fornite: sapere che lì intorno pullula di musei, chiese, bar (queste ultime due in perenne lotta per il primato: a Napoli ci sono più chiese o bar?) e ristoranti serve a nulla, visto che la bici puoi tenerla per soli 30 minuti e non certo usarla per passare da una chiesa all’altra o da un bar all’altro o gustarti una pizza. Si rivelerebbero comode se invece il tempo a disposizione fosse maggiore e fossero previsti stalli nei pressi almeno dei luoghi culturali e turistici più importanti. Ma così, sapere che a pochi minuti a piedi da quella postazione ho la magnifica Cappella Sansevero, che richiede ben più della mezz’ora concessa per essere assaporata, e non poterci comunque andare in bici perché poi dove la lascio? lo trovo solo un futile sfoggio di buone intenzioni. Una interpretazione più logica potrebbe essere: prendo la metro, esco, trovo una bici, arrivo con questa alla postazione, la lascio e giro a piedi. Peccato sia di fatto inutile, da una postazione all’altra il percorso è talmente breve che è preferibile farselo a piedi e godere meglio le bellezze del centro antico. Chissà, forse aumenteranno in futuro postazioni, bici e tempo di fruizione e le cose miglioreranno. Per ora, ripeto, serve a nulla. Migliorare questo aspetto, soprattutto in chiave turistica, sarebbe un deciso passo avanti e spero ci sarà.

Ma torniamo alla app come strumento per entrare in temporaneo possesso di una squillante biciclettina allegra e colorata.

Giunti alla postazione basta avviare la app e attivare il comando indicato dalla freccia…

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…selezionare il comando “Preleva bici”…

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…premere il grosso pulsante posto sulla consolle relativo alla bici da ritirare…

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…digitare sul proprio telefono il codice di sblocco che appare sul piccolo display dello stallo e un ronzio accompagnato da una scritta sia sul proprio telefono che sul display della postazione ci avvisa che la bici è pronta per essere inforcata.

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Una rapida controllata alla pressione delle gomme (questa prima di scegliere la bici), una regolata alla altezza della sella (facile, il sistema è con QR) e via a pedalare. Dove? Boh, dove serve. Io ho provato diverse postazioni e diverse bici, ma ne parliamo dopo, continuiamo con la app.

Inquietante ma utile il timer che parte nel momento che sblocchi la bici; ti intima che la bici devi restituirla entro trenta minuti, per aiutarti ti spiega a che ora corrisponde, ti ricorda da dove l’hai presa e tutto questo mentre al centro dello schermo i secondi scorrono. Per me che non indosso orologio, indispensabile.

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Un pochino di ansia te la mette, è vero, ma almeno sei al sicuro da possibili sforamenti.

Terminato l’utilizzo basta accostare la bici allo stallo, premere il pulsante sulla consolle e una scritta ti avvisa che puoi inserire la bici; dopo che il fermo antifurto ha cinto saldamente il piantone, dal piccolo display ti arriva un ringraziamento e dal tuo telefono una notifica che hai restituito la bici. Comunque me ne ero accorto già da solo.

Tornati a casa, se si ha voglia, ci si può collegare al sito ufficiale e dopo il login scoprire quanto tempo si è tenuto la bici, su che percorsi (da stallo a stallo) e per quanto tempo.

Per la cronaca, ho impiegato tre diverse postazioni, tre diverse biciclette e un tempo di permanenza in sella di una ora circa.

In una epoca in cui la condivisione è d’obbligo, tanto da far sorridere la stizza con cui Guccini rimproverava non avere un suo momento nemmeno nel locale più intimo della casa, possiamo inondare amici, parenti e conoscenti con i dati delle nostre performance; per i più narcisi è possibile anche in tempo reale, con la app, mentre si pedala. Credo; non ho provato la funzione (né se funziona o come funziona) ma ho visto sullo schermo quel caratteristico simbolo che sempre mia figlia mi spiegò essere quello universale per indicare la condivisione. Se siete timidi o semplicemente dotati di buon senso, potete farne a meno senza rimpianto.

In caso di guasto o qualunque malfunzionamento è possibile segnalarlo alla centrale tramite apposita funzione della app. C’è anche il disegnino di una bici per aiutare a spiegare dove il guasto è localizzato. Sembra una cosa un poco scema, in realtà non avete idea quanti ciclisti con bici da migliaia di euro ignorano che una guarnitura si chiama così e ti dicono “si sono rotti i pedali”.

Fermiamoci con la app, ché d’ora in poi useremo solo come cronometro (oltre ad avvertire un moto di fastidio verso me stesso per questo continuo scrivere “app” e non “applicazione” e sono quindi ben felice di passare oltre) e mettiamoci in sella.

Prima di poggiare le zampette sui pedali ho fatto una cosa forse inutile, vista la destinazione d’uso: ho pesato la bici.

Il dato è sconfortante; un pelo sotto i 19kg, che per una bici sprovvista di forcella ammortizzata, dischi freno, con una trasmissione basica e ben pochi accessori sono francamente eccessivi. Si è scelta la robustezza? Non credo, sia perché bici pesante non è sinonimo di bici robusta quanto piuttosto di cattivo acciaio e sia perché la bici sfoggia inutili tubi che la rendono solo (ancor) più pesante.

D’accordo, sono tanti chili, starete pensando; ma starete anche obiettando che non è una bici sportiva, solo un comodo mezzo di trasporto e l’andatura conta poco. Vero, l’andatura conta poco (a patto di rientrare nei 30 minuti, sennò c’è da frullare le gambe per arrivare in tempo allo stallo) ma tutto questo peso si avverte, basta uno strappetto e ti sembra di star trascinando un trattore. E il problema non è la fatica ma il sudore. Stamattina la temperatura era freddina, ma ad aprile? Prendiamo la bici, facciamo quel che dobbiamo in quella mezz’ora, torniamo allo stallo per posarla e prendere la metropolitana e nel vagone intorno a noi si creerà il vuoto. Che può essere anche vantaggioso ma, ammettiamolo, pure un tantino disgustoso.

Tenersi circa cinque chili più bassi sarebbe facile, offrendo una bici meglio equipaggiata e più adatta alle strade della città che deve percorrere.

Guardiamola meglio allora questa bicicletta, che è accattivante senza dubbio, nel suo azzurro cielo, le scritte colorate e il cestello sbarazzino.

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Il telaio aperto facilita salita e discesa, come è giusto che sia su una bici votata all’uso cittadino.

Anche se può apparire poco importante, diamo una occhiata in dettaglio a come è fatta, perché ritengo il modello poco adatto a questa città.

Trasmissione monocorona, ignoro la dentatura e non potevo star lì a contarla…

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…protetta da una estesa copertura che preserva dal pericolo di sporcare i pantaloni. Per il momento capeggia il logo del servizio, in futuro immagino sarà occupata dalla pubblicità, come già avviene altrove.

Al posteriore un cambio al mozzo Shimano Nexus a tre velocità…

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…con la manopola di comando tipo Revo.

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Il mozzo anteriore è a dinamo, la versione base di casa Shimano.

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La mia pedalata è avvenuta alla luce del sole, ma ho visto alcune di queste bici gironzolare al buio e i due faretti anteriore e posteriore garantivano sufficiente visibilità, nel senso che rendevano il ciclista ben visibile. Per illuminare la strada sappiamo ci vogliono ben altre prestazioni, ma considerando l’uso urbano va bene così.

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Manubrio da città, comodo e adatto a chiunque; buona la larghezza, quindi il braccio di leva, morbide le manopole. Di bassa fattura le leve freno.

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L’impianto frenante usa gli Shimano roller; me li ricordavo più mordaci, questi si e no rallentano…

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…rendendo quanto mai imperioso (e utile) uno dei vari slogan che colorano il cestino.

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E’ molto probabile che chi si occupa della manutenzione di queste bici non sappia né regolarli né sistemarli a dovere, perché su tre biciclette provate ognuna aveva problemi di regolazione, allungamento alla leva e così via; gli spazi di arresto sono davvero eccessivi, la frenata ipotetica e le discese una scommessa. Non è l’unica pecca nella gestione delle bici che ho trovato, segno di scarsissima cura da parte dell’officina meccanica. Credo sia interna, tempo addietro c’era un bando di concorso per meccanici. Ma non so se è questa la situazione attuale.

Il cestino è carino, capiente e robusto.

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La sella è immediatamente regolabile grazie al collarino con QR.

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I cerchi appaiono la cosa migliore, pesanti ma robusti, adatti a una bici “da lavoro” insomma, e calzano grasse ruote da 26×50.

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Sul tubo sella una protezione in gomma in corrispondenza del punto su cui agisce la tenaglia dello stallo.

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Una nota preziosa: il passaggio interno dei cavi. Opperò.

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Tra testa delle forcella e telaio si vede il frenasterzo, per evitare che il manubrio ruoti repentino per il carico aggiuntivo del cestino e suo eventuale bagaglio.

Un adesivo ben visibile informa che la bici è sottoposta a controllo satellitare.

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Presenti il cavalletto laterale e ovviamente una coppia di parafanghi.

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Inutile la copertura anche sul lato sinistro della trasmissione, come è inutile anche la tubazione. Ma tant’è, il telaio è adatto a ospitare nello spazio a ridosso del movimento centrale un piccolo motore elettrico che renderebbe la bici a pedalata assistita. Almeno è quello che ho visto su analoghe bici, qui si pedala solo di muscoli e non ho idea se un giorno arriveranno anche bici elettriche.

Bene, fin qui la teoria, passiamo alla pratica.

Il sospetto che avevo vedendo queste bici negli stalli è divenuto certezza una volta in sella: non sono adatte a questa città. Non sono cattive bici in assoluto, oneste lavoratrici molto economiche, ma inadeguate sia al profilo orografico partenopeo che all’utenza cui potenzialmente si rivolgono. Che non è fatta di ciclisti abituali, quelli hanno la loro. Possono servirsene, è vero, evitando di prendere la propria se il tragitto corrisponde alla disposizione delle postazioni. Ma un normale pendolare o turista (quest’ultimo se e quando aumenterà il tempo di utilizzo) poco allenato si troverà subito in difficoltà.

La bici è pesante; in piano poco male, in discesa ovviamente è ininfluente e l’unica cosa cui prestare massima attenzione è la frenata ipotetica ma in salita? E non parlo di affrontare l’ascesa tra la città di mare a quella di collina. Basta un semplice strappo, trecento metri e arrivi col fiatone. Perché oltre il peso la rapportatura è del tutto inadeguata. Anche usando il rapporto più leggero è comunque troppo duro per una bici cittadina, sempre riferito a questa metropoli. Può sembrare un limite di poco conto, invece no, perché taglia fuori proprio la fascia di persone cui è idealmente rivolto il servizio: persone che non hanno una bici o comunque non sono soliti usarne una in ambito urbano e convincerli a mollare auto e moto per servirsi di trasporto pubblico e bicicletta in condivisione.

Non è tanto un problema di fatica, quella è relativa; quanto di un aspetto troppo spesso sottovalutato ma ben conosciuto da noi che la bici la usiamo anche per andare al lavoro: non arrivare sudati fradici. Chi può tra noi risolve col cambio d’abito al seguito, una rinfrescata e via. Chi non può sceglie una bici dalla rapportatura molto agile, ingrana un rapporto leggero, bassa cadenza e preserva l’aspetto, gli abiti e la futura convivenza col prossimo una volta a destinazione. Con queste bici la seconda opzione non è possibile.

Per come sono collocate le postazioni e i luoghi raggiungibili nei trenta minuti, la questione è ancora relativa. Tranne chi si trova a inforcare la bici partendo dalle due più a est, quindi quelle nei pressi della stazione centrale e del parcheggio intermodale, che qualche strappo trovano per raggiungere le altre postazioni, i restanti potenziali tragitti sono in piano e molto brevi. Non dimentichiamo che la bici non la prendi per farti una passeggiata ma devi sempre tener conto di dove la ritiri e dove la riconsegni, con l’imperioso timer a scandire il ritmo della pedalata.

E questo ci porta al secondo enorme limite di questo progetto, quello che se non si porrà rimedio ne determinerà il fallimento, almeno come strumento per incentivare la mobilità ecosostenibile: la dislocazione delle postazioni.

Così come sono piazzate ora sono per tre quarti inutili. Sempre se lo scopo è incentivare il cittadino a servirsi del connubio trasporto pubblico/bicicletta. Perché se invece l’obiettivo è avere buona visibilità, poter cioè consentire al gerarca di turno di gonfiare il petto e appuntarsi al petto la medaglia, allora devo riconoscere che è stato perfettamente centrato.

Sappiamo che a pensar male si fa peccato ma ci si avvicina alla verità; vedendo come sono state disposte le postazioni, quali zone servite e quali del tutto ignorate il sospetto si sia preferito seguire la visibilità piuttosto che l’utilità diventa ragionevole certezza. Mi auguro essere smentito.

Chi gestisce il servizio potrà obiettare che invece è un successo, le bici sono sempre in giro e quindi in percentuale l’utilizzo è altissimo. Ma la statistica calcolata in percentuale ha un limite, motivo per cui non la usavo mai quando scrivevo inchieste per la carta stampata: i numeri in assoluto. Se per esempio raccontiamo che a quella prima teatrale il 100% dei posti erano occupati sembra descrivere un successo; se però la sala contava solo cinque posti a sedere, beh, le cose cambiano.

I numeri in assoluto sull’utilizzo non li conosco; credo siano incoraggianti, anche se le bici a disposizione sono poche, meno delle 100 indicate perché alcune stazioni sono inattive, in manutenzione da tempo e quindi mancano gli stalli per ospitarle tutte.

E questo degli stalli è un altro problema cui si dovrà far fronte, perché può limitare fortemente lo scambio, cioè prendere la bici da una postazione e ricollocarla in una altra, con la certezza di avere lo stallo libero. C’è un servizio di ricollocazione (chissà perché definiti super ricollocatori: super? boh)  che dovrebbe ovviare al problema. Per il momento l’impressione è che sia scelta una soluzione più semplice e sicura: tenere meno bici a disposizione, un numero cioè inferiore a quello degli stalli. Ma è solo una impressione, spero sarà smentita e in questo caso sarò pronto a scusarmi per questa malignità. Se tale si dimostrerà. Una aggiunta perché durante la revisione online una frase era sparita, me ne sono accorto solo ora. La frase scomparsa era: “In ogni caso la politica degli stalli in sovrannumero ha una sua ragione, cioè avere sempre margine per consentire lo scambio. E alla fine credo il motivo sia questo”.

Quello che necessita di urgente soluzione è la cura delle biciclette; freni mal regolati, manubri storti, cambi che saltano significa offrire bici poco sicure. Qui per chi gestisce il servizio è facile identificare la responsabilità e porvi rimedio senza indugio, è una questione di sicurezza.

E poi c’è il problema atavico e di non facile soluzione: la mancanza assoluta di infrastrutture per pedalare in sicurezza. Di cui non è responsabile chi si occupa del servizio di bike sharing ma l’amministrazione comunale. Tutta la (limitata) zona nel raggio di utilizzo temporale del bike sharing è sprovvista di percorsi ciclabili, tranne le due postazioni (una inattiva al momento in cui scrivo) a ridosso del lungomare. Sempre e solo quegli inutili e ridicoli stencil, disegnati su strade che ti fanno slogare una caviglia percorrendole a piedi, figuriamoci in bici; stencil piazzati alla rinfusa, nulla più di un simpatico motivetto decorativo e che, a seguirlo, obbliga i ciclisti a districarsi tra auto e pedoni, questi ultimi giustamente infastiditi dal vedere il marciapiede percorso dalle bici. Bici condotte troppo spesso con arroganza, come se il semplice fatto di essere sui pedali ci rendesse superiori e giusto ogni nostro comportamento. Persone che dovrebbero rendersi conto che così non fanno altro che (mal)comportarsi come coloro che tanto accusano, automobilisti e scooteristi in primis. Li vedo ogni giorno e non sono, come in molti so pensano, ciclisti sportivi fasciati dai loro completini in tinta: l’esatto contrario.

Ma sto divagando e c’entra nulla col bike sharing.

Un bilancio dopo tante critiche? Servizio al momento di poca utilità, ci vorrebbero più bici, stazioni poste in altre zone della città totalmente ignorate e un maggior tempo a disposizione per l’utilizzo. Ma la sperimentazione a questo serve, a capire cosa è migliorabile e sono certo migliorerà.

Un giudizio sulla bici? Curandole meglio e lavorando su una rapportatura più idonea alla città, basterebbe sostituire la guarnitura con una inferiore, possono svolgere il loro compito; inadatte a passare dalla città di mare a quella di collina, ma il problema sarebbe risolvibile dotando anche la zona collinare di postazioni, in corrispondenza con le stazioni di metropolitana e funicolare.

Qualche suggerimento costruttivo invece di lamentarmi e basta? Aumentare i tempi di utilizzo; moltiplicare stazioni e bici, servendo la zona est della città in modo più capillare e installando nuove postazioni nella città collinare; gestire meglio la manutenzione dell’attuale parco bici perché chi ci mette le mani, se c’è, non ne è capace; modificare se non le bici almeno la rapportatura, privilegiando l’agilità; dotare le bici di un antifurto meccanico integrato, in modo da consentire la sosta breve anche fuori dagli stalli in sicurezza, allargando così la potenziale fascia di utenza che troverebbe comodo sfruttare la bici anche per brevi commissioni; dotare le postazioni di una piccola colonnina per l’aria compressa o una pompa (ovviamente in qualche modo assicurata sennò dura 5 minuti prima della magia della sparizione) per consentire il rapido ripristino della pressione, perché una delle tre bici che ho usato aveva le ruote sgonfie e altre ne ho notate in analoga condizione. Io avevo con me una pompetta (e pure chiave per dadi ruota, cacciacopertoni e pezze adesive per eventuali forature; forse avrei commesso una infrazione a ripararmi la bucatura, se avessi forato) e ci ho pensato da solo.

Appena comprenderò come, provvederò a inoltrare sia questo che il precedente articolo alla società che gestisce il servizio. Che potrà usare lo spazio sul blog per replicare e, spero, sbugiardarmi e demolire le mie osservazioni.

Se risposta arriverà dubito sarà amichevole, e sarebbe ben strano il contrario; niente roba del tipo “Opperò Fabio, ci hai massacrato sotto ogni aspetto, sei un simpaticone, vediamoci che ti offro la cena!”.

Non mi ritengo depositario di alcuna verità ma mi assumo sempre la piena responsabilità della mie azioni, non fosse altro per avere chiaro chi è il mandante delle boiate che faccio. Quindi, se risposta ci sarà, sarà ospitata e non censurata.

Perché dietro tante critiche mie non c’è astio, anzi; solo la delusione e il timore che anche questo progetto possa fallire, così come è stato volontariamente fatto naufragare quello della ciclabile, mortificato nell’originario percorso e varato in fretta e furia a solo scopo propagandistico.

Sono il primo a sperare che il progetto invece funzionerà, sarà migliorato e almeno per una volta in questa città potrò vedere qualcosa di ben fatto. Promettendo da parte mia spazio per raccontare eventuali novità; e un mese di manutenzione gratis al parco bici come penitenza 🙂

E poi chissà, magari alla fine ci scapperà l’invito a cena, ma credo dovrò accompagnarmi a un assaggiatore…

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Una doverosa aggiunta, perché dopo poche ore dalla pubblicazione sul blog sono state attivate due stazioni che figuravano in manutenzione; in realtà ferme per problemi tecnici e burocratici.

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Ps. Ho provveduto a inoltrare via email i link ai due articoli pubblicati sul bike sharing; con l’invito, spero accolto, a voler rispondere, anche demolire se si scoprisse ho capito nulla, su questo blog. Senza limiti e senza censura, come è mio costume.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore.
Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

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