Come fare a…?

Nelle ultime settimane mi stanno recapitando sempre più mail con alcune domande; le riassumo con due quesiti secchi: come svolgere un test?; come ottenere il materiale in prova? Quando un argomento diventa ricorrente sfrutto il sistema di un breve post pubblico, che mi consente sia di risolvere gli interrogativi che di evitare la scrittura di tante risposte tutto sommato uguali, con notevole risparmio di tempo da parte mia. Comprendo le curiosità su ambedue gli argomenti, cercherò di soddisfarle; e per farlo, giocoforza, dovrò impostare il discorso in prima persona. Inizio dai test.

Vengo da una buona scuola, ho avuto ottimi maestri che mi hanno insegnato tanto; non ho fatto altro che trasferire il bagaglio di conoscenze in questo blog. La regola principe è: isolare. E che significa in concreto isolare? Significa eliminare ogni variabile. Sembra semplice, non lo è. Deve essere valutato caso per caso e per spiegarmi ricorrerò ad alcuni esempi.

Ho una bici da provare, come la isolo? Con un preciso protocollo che prevede sempre gli stessi percorsi e sempre le stesse manovre eseguite negli identici passaggi. Che devono essere ripetuti più volte perché possono cambiare tante cose. Traffico, stanchezza, vento più o meno forte e così via. Alla fine calcoli una media, diciamo così, e hai un quadro veritiero di come si comporta la bici. Alcuni mi hanno chiesto se è più facile provare una bici specialistica o una tuttofare. Potrebbe sembrare strano ma non è, se avrete pazienza continuando a leggere capiremo anche perché, ma testare a fondo un purosangue da corsa è molto più semplice che mettere alla frusta una bici sui generis. Con una bici sportiva, e più è estrema più è semplice, hai pochi parametri da valutare. Una volta stabilito che è rigida, l’avantreno è preciso, è pronta nei rilanci e nei fuorisella e non disperde potenza non è che resta molto. Più aumenta la polivalenza della bici più crescono i fattori di cui tener conto. Comfort, uso cittadino e/o turistico, comportamento col bagaglio, nell’uso prolungato, in fuoristrada e via così, a seconda di quante possibilità hanno previsto i costruttori più quelle che si suppone il ciclista interessato a quel tale modello potrebbe vivere.

Per i test dei componenti il discorso si complica ancor di più, perché come isolare ciò che sto provando dipende essenzialmente da cosa è. Ricorro ad altri due esempi.

Primo esempio. Nel caso dei copertoncini non devo solo mantenermi sugli stessi circuiti di prova; dovrò anche eliminare tutte le variabili legate alla bici. Quindi dovrò ricorrere a una unica bici che conosco bene, per isolare ciò che è sua caratteristica da ciò che è invece causato dalla gomma; dovrò usare una, massimo due ruote (ovvio, inteso come set di ruote), sempre ampiamente conosciute e dalle caratteristiche diverse per esaltare al massimo le peculiarità delle gomme. Chi saltella da una bici all’altra e soprattutto usa una impressionante quantità di ruote non ha eseguito, nei fatti, alcun test probante. Dire che una gomma reagisce meglio montata su ruote da 1400g rispetto a quando erano su ruote da 1800 g è una sciocchezza. E’ la ruota più leggera, punto. Non basta ancora, sempre con riferimento a un copertoncino, perché c’è un altro elemento fondamentale: la pressione di esercizio. Che deve essere quella giusta in base al peso del ciclista (a che serve, come ho letto, parlare del comportamento alla pressione massima e minima indicata dal produttore? La pressione è solo quella corretta per il ciclista che pedala, tutto il resto sciocchezze da bar sport) ma con l’inconveniente che non è mai la stessa per tutti i copertoncini. Significa che in un caso, usando cioè una data gomma, dovrò gonfiare a 7,5 bar; in altro, con differente copertoncino a 6,5bar. E poiché in un test un raffronto lo fai sempre, anche se non lo pubblichi ma ti servono parametri, ecco che trovare il corretto equilibrio diventa fondamentale per non uscirsene con una prova su strada fallata.

Secondo esempio. Nel caso dell’attacco manubrio ammortizzato, oltre ad aver isolato il componente sono dovuto ricorrere a più bici, tutte ampiamente conosciute (e fondamentale questo ultimo aspetto, altrimenti i risultati sono falsati) ma tutte molto diverse tra loro perché era necessario comprendere il funzionamento in condizioni agli antipodi. E per avere un quadro non filtrato, ogni manovra e percorso sono stati eseguiti nella stessa giornata usando sia l’attacco ammortizzato in prova che quello rigido. Ottenendo (e annotando) un immediato riscontro.

Ma per il corretto svolgimento di un test conta anche la durata. Che non deve essere mai eccessiva, tranne se l’oggetto del test non è proprio la durata di quel componente. Ma nemmeno mordi e fuggi, leggo persone sui forum che con 15 km sanno già raccontare vita, morte e miracoli…

Una durata oggettiva non c’è, dipende dalle singole sensibilità e da cosa effettivamente devi provare. Un rilancio lo provi una decina di volte, giusto per avere una media, ma poi basta. Un lungo lo fai un paio di volte, sempre per avere una media, ma non è che se ti fai dieci uscite consecutive di sei ore qualcosa cambia. Se una bici ti spacca le ossa lo scopri già al primo giro impegnativo. Anche perché eccedere nella durata provoca l’effetto opposto: ci si abitua. Quindi i difetti diventano carattere, le pecche sono corrette istintivamente durante la guida e avremo un test inutile per i lettori.

Fin qui le regole base: sono sufficienti per la riuscita di un test? No, da sole non bastano. Servono tre cose: sensibilità, esperienza e la capacità di riportare su carta i risultati. La sensibilità o la tieni o non la tieni; la puoi affinare con l’esperienza, ma “una scintilla” è necessaria. Dote, talento, fortuna, chiamatela come volete; ma è indubitabile che ci sono persone che avvertono le differenze e altre no. Punto.

L’esperienza te la costruisci col tempo e una mentalità aperta. Io ho le mie preferenze (ossia fisime) ma le tengo a bada durante una prova; anzi, a volte mi sono comode perché sono un bello sprone a mettermi in discussione.

Riportare su carta i risultati è la parte più difficile. Ho conosciuto tester infinitamente più capaci e sensibili di quanto io potrei solo sognare: il problema era decifrare cosa dicessero. Anche qui conta l’esperienza, ma ancor di più il rispetto delle regole della buona scrittura e un costante allenamento. Si, scrivere deve essere allenato come l’andare in bici. Più scrivi, imparando dai propri errori e ascoltando che ne sa di più, più migliori.

I forum in rete strabordano di test dei lettori, ed è cosa buona. Ma bisogna anche saper distinguere. C’è chi ha competenza, chi riconosce i propri limiti e avvisa di prendere quelle note per quel che sono e chi non resiste alla tentazione dello sfoggio. Questi ultimi li riconosci subito perché sono attivissimi e non seguono alcuna delle regole lette sopra. Ogni esperienza è utile, nessuno di noi può provare ogni infinita situazione. Quindi ben vengano le impressioni personali ma attenzione all’autore, perché poi, alla fine, si può dire che la veridicità è tutta lì.

E adesso il secondo quesito: come ottenere il materiale in prova? Anche qui devo rifarmi alla esperienza personale. Chiarito che non basta aprirsi un blog per ritrovarsi col corriere sotto casa a tutte le ore e nemmeno basta avere un alto numero di visite, serve il duro lavoro. Altrimenti quelli che pubblicano recensioni di continuo sui forum e che hanno una miriade di visualizzazioni sarebbero corteggiati dalle aziende. Così non è, un produttore non gli affida nemmeno una camera d’aria. Perché non sono presi in considerazione se offrono visibilità, mi avete chiesto? Anzitutto perché non rispettano alcuna delle regole di cui ho già parlato; anzi, soprattutto.

La visibilità è importante, chiariamo, ma deve essere di qualità. Un click veloce serve a nulla. Quindi prima è necessario costruire un luogo con contenuti interessanti, ben presentati e piacevoli da leggere, tale da invogliare il lettore a rimanere collegato. Una volta che si è raggiunta una buona media di visite e soprattutto di tempo di permanenza del lettore sul sito, si può iniziare a contattare qualche azienda. Se c’è già un rapporto di conoscenza e reciproca stima con un suo dirigente, manager o distributore è meglio. Una volta convinta l’azienda a darci fiducia dobbiamo essere in grado di ricambiare con un test ben fatto. Che non significa, attenzione, addomesticato: significa un test che dimostri come l’autore sappia di cosa parla, sia in grado evidenziare pregi e difetti in modo oggettivo, sia capace di scriverli in linguaggio chiaro e piacevole e dimostri, in definitiva, di essere un buon giornalista.

Si, conosco l’obiezione che mi è stata posta, ossia che sono partito avvantaggiato. Ma posso dirvi solo fino a un certo punto. Certo, avere una tessera di giornalista aiuta, perché significa che c’è stato chi ti ha pagato per scrivere, dimostrando così che il lavoro sai farlo. Perché specifico “pagato”? Perché condizione ineliminabile per chiedere l’iscrizione all’Albo è che ogni singolo articolo sia retribuito. E anche retribuito bene; prima esisteva un minino, ora no, ma quanto ti pagano è un elemento che viene preso in esame per accettare la domanda. E la retribuzione deve essere continuata, non basta un articolo si e i dieci successivi no. Questo lo dico perché più di uno di voi mi ha chiesto “ma io che scrivo sul sito tal dei tali, ho pubblicato 200 post, non posso iscrivermi?” No, non puoi se hai scritto gratis. E, perdonate la brutalità, ma bazzico l’ambiente da quasi 30 anni, se non ti pagano vuol dire che ciò che scrivi non vale. Non sempre, c’è chi se ne approfitta; ma insomma…

Ogni pubblicazione è storia a sé, con le sue peculiarità. Posso solo parlare per me e non per altri, raccontandovi come mi sono regolato io. Partendo da un blog che, onestamente, attivai per puro passatempo, senza alcun progetto a lungo termine e con conoscenze tecniche sul funzionamento prossime allo zero assoluto. Col tempo mi ci sono affezionato, ho scoperto di essere letto più di quanto immaginassi e dopo aver ripreso la mano alla scrittura (lasciata per anni a riposare) non ho fatto ugualmente progetti a lunga scadenza ma tanto lavoro si. Dicendomi che alla fine, lavorando bene, qualche risultato sarebbe arrivato; altrimenti pazienza, l’importante è fare tutto con gusto.

Ho esplorato così vari settori, ho ampliato i contenuti curandoli al dettaglio, migliorando giorno dopo giorno le mie competenze sul funzionamento tecnico della piattaforma (nulla di che, all’inizio non sapevo nemmeno come inserire una immagine…) affinché potessi utilizzarla, cercato di migliorare il livello delle immagini e così via. Fino ad avere uno “zoccolo duro” di visite e materiale a sufficienza affinché le aziende potessero farsi una idea delle mie, so che suonerà presuntuoso, capacità.

Tutto questo sforzo ha ripagato e sta ripagando? Si, ma è continuo, non esiste un traguardo da tagliare. Ogni articolo è solo un passo compiuto, davanti tanti altri da percorrere per una meta che solo io posso stabilire: cioè finché avrò voglia e forza lo farò.

Sempre parlando per me perché non posso sostituirmi ad altri, ci sono state due circostanze che mi hanno aiutato: l’essere stato contattato dal più grande gruppo editoriale italiano per la stesura di un libro e la fiducia accordatami per prima da una grande azienda per mezzo del suo manager sul territorio nazionale. Però, e anche ora rischio di sembrare presuntuoso, sono circostanze che mi sono creato, lavorando duro. Perché è qui la chiave: seguire le regole va bene, ma bisogna impegnarsi, tanto.

E il frutto di tanto impegno è l’attenzione della case, col mio cruccio che sono le straniere a farla da padrone, che danno una sbirciata, leggono qualche articolo, verificano le statistiche (tempo di permanenza, è importante) e si dicono: beh, se la cava, diamogli quel che chiede.

Un mio personale consiglio: non puntare subito ai grandi marchi, me specializzarsi e cercare ciò che altri non hanno. Meglio essere da soli in una nicchia che una goccia nell’oceano della rete. Inoltre i piccoli saranno più disponibili perché per loro, oggettivamente, è visibilità. Ai grandi la visibilità interessa fino a un certo punto, loro guardano alla qualità. Prendete i test sulle gomme Michelin che sto svolgendo: una della più grandi aziende al mondo ha bisogno del mio blog per farsi conoscere? Scherziamo? Però dopo un salto tra queste pagine mi ha inviato 14 (!) copertoncini e 20 (!) camere d’aria. Se non un negozio, una bancarella al mercato la potrei aprire…

E poi prendete il simpatico Gripster: invenzione nuova, start up scozzese partita grazie al crowdfunding, era naturale fosse interessato e felice di fornirmi il materiale; qualità o no, è visibilità.

Quindi è fondamentale crescere. Però non basta, se si vuole crescere, dedicare quella oretta a settimana per scrivere un piccolo post. C’è da dedicarsi ogni giorno, valutare ogni aspetto, lavorare come matti anche quando sembra che porti a nulla. Diversamente da altri non solo non temo la concorrenza, ma sarei felice di vedere tanti altri blog ben fatti in giro. A me interessa che le conoscenze viaggino, si trasmettano di persona in persona. Ora, chiedo a voi: ma vi sembra che se ci riesco io non ci riuscite anche voi? Certo che si, non sono né un guru né dotato di poteri speciali. Un poco di esperienza, tanto lavoro di gomito e non resta che cimentarvi. Più ne siamo a parlare di bici, con cognizione e non con le solite, inutili chiacchiere da forum,  meglio sarà per tutti.

Sono Fabio Sergio, giornalista, avvocato e autore. Vivo e lavoro a Napoli e ho dato vita a questo blog per condividere la passione per la bici e la sua meccanica, senza dogmi e pregiudizi: solo la ricerca delle felicità sui pedali. I pulsanti in basso ti permettono di trovarmi sui tuoi social.

COMMENTS

  • Come diceva qualcun’altro, spesso conta più la “traspirazione” (sudore da duro lavoro) che l’ispirazione geniale… 🙂

    • Elessarbicycle

      Tanta traspirazione, ma proprio tanta: devo compensare la mancanza di ispirazione e di genialità 😀

      Effluvi personali a parte, pubblicare è solo la punta dell’iceberg dell’enorme lavoro preparatorio. Non lo dico per lamentarmi, anzi. Ma per far comprendere ai tanti che vorrebbero dedicarsi ad analoga attività che c’è tantissimo da fare e, soprattutto agli inizi, davvero sembra di lavorare per il nulla. Ma se ci si impegna qualcosa di buono si riesce a costruirlo.

      Fabio

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